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Con Park Geun-hye una vittoria della distensione
COREA DEL SUD. L'apparenza non inganni. Il rosso in oriente non è sempre sinonimo di «sinistra». Basti pensare ai «rossi» di Thaksin (il Berlusconi thailandese che è scappato candidando la figlia, attuale premier) e al «rosso fuoco» con il quale il nuovo (80 anni) leader dell'estrema destra giapponese, Shintaro Ishihara, ha colorato, portandolo ad un relativo successo, l'ennesimo partito del Sol Nascente. Non induca dunque in errore il trionfo di bandiere rosse, sciarpe e berretti che fino all'alba ha tenuto sveglia la Corea del Sud, paese che difficilmente conquista I titoli dei giornali (a differenza dei cugini «rossi» per davvero del nord) ma che spesso regala lezioni di grande democrazia non solo ai più potenti vicini (Cina e Giappone), ma anche al resto del mondo industrializzato.
A vincere non è stata la sinistra. Tutt'altro. Ha vinto la signora Park Geun-hye. Mordeva il freno già da qualche anno e forse se avesse forzato la mano 5 anni fa, candidandosi contro l'attuale presidente Lee Myung-bak, il paese avrebbe pagato un prezzo minore alla crisi e la penisola coreana sarebbe meno agitata. E ora che sia pure per un soffio ha vinto e che è diventata la prima donna presidente nella storia della Corea c'è da giurarci che si darà da fare.
Intanto, in Corea del Sud ha senz'altro vinto la democrazia. Un'affluenza al voto del 75% è un lusso raro di questi tempi e non solo da queste parti (In Giappone, domenica scorsa, è stata del 52%!). Il gesto riconciliatore, con il passato effettuato in epoca non sospetta, quando non era ancora sicura su chi fossero gli altri candidati non è passato inosservato. E ancor più gradito - ed efficace elettoralmente - è stato quando ha chiesto personalmente e pubblicamente scusa al suo rivale, il «giovane» Moon jae-in, arrestato dalla polizia politica del padre, tenuto in cella per vari mesi e persino torturato. Moon Jae-in, dal canto suo, ha ricambiato. Protagonista di una rimonta mozzafiato, nel corso della quale ha recuperato quasi tutti i dieci punti che lo separavano all'inzio della campagna elettorale ha «concesso» la vittoria poche ore dopo la chiusura dei seggi, quando il risultato era oggettivamente ancora incerto, e con gesto inusuale in un paese che è stato e sa essere violento.
Non solo. Moon Jae-in ha promesso un'opposizione corretta e costruttiva alla signora Park Geun-hye, a patto che anche lei mantenga le sue promesse. Due, soprattutto. Rilanciare l'economia attraverso l'espansione della spesa pubblica ed una maggiore equità fiscale, e il rilancio del «dialogo» con il nord. La «cura» imposta dall'attuale presidente Lee Myun-bak si è rivelata una catastrofe per il Paese: l'economia è precipiatta anno dopo anno, registrando quest'anno «appena» il 2% di crescita dopo aver viaggiato negi anni precedenti al 5%, mentre l'intransigenza contro il regime del nord, imposta da Washington non ha fatto altro che inasprire la situazione aumentando la tensione e rovinando I rapporti con la Cina. Ora la situazione potrebbe di nuovo cambiare. Entrambi I candidati avevano promesso di rilanciare la cosiddetta «sunshine policy», impegnandosi, se eletti, ad organizzare al più presto un «vertice» con il nord. Ipotesi che ovviamente imbarazzano gli Stati Uniti ed il Giappone, ma che ovviamente viene apprezzata da Pechino.
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