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Enrique Peña Nieto s'insedia, Città del Messico a ferro e fuoco
Sette ore di scontri fra polizia e dimostranti nella capitale e decine di manifestazioni di tripudio in tutto il paese hanno salutato l'insediamento del nuovo presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, sabato 1 dicembre. Cinque mesi dopo un'elezione comprata, in cui il supremo tribunale elettorale è stato l'unico a non vedere le gravi irregolarità, il Partido Revolucionario Institucional, al potere fra il 1929 e il 2000, recupera la presidenza che gli era stata tolta dal Pan, il partito dell'estrema destra cattolica, dodici anni fa. Allora era stato Vicente Fox, un ranchero agente della Coca Cola che voleva fare un governo «degli industriali e per gli industriali», a incarnare la voglia di alternanza, fondata sul forte rigetto del Pri, al colmo dell'impopolarità. Oggi il Pri ritorna, grazie al voto di un terzo dell'elettorato, ma la sua popolarità non sembra cresciuta.
A Città del Messico, fin da una settimana prima del giuramento di Peña Nieto, i dintorni del Congresso, dove ha avuto luogo la cerimonia a camere riunite, sono stati blindati da barriere metalliche alte tre metri e presidiati da reggimenti di polizia in assetto di guerra. Uno spiegamento di forze eccessivo per gli abitanti del quartiere e per la cittadinanza infastidita dalla chiusura di quattro stazioni della metropolitana e dai blocchi stradali. Blocchi che hanno finito per attirare l'intervento di numerose squadre di black bloc armati di pietre e molotov. Sono loro che hanno motivato le forti cariche poliziesche sul resto dei manifestanti pacifici, che hanno prodotto più di un centinaio di feriti, alcuni gravi.
I poliziotti hanno usato gas lacrimogeni, blindati a getto d'acqua e proiettili di gomma, uno dei quali ha provocato la perdita di un occhio ad un manifestante. Un candelotto sparato da distanza ravvicinata ha colpito alla testa il 67enne regista teatrale Juan Francisco Kuy Kendall sfondandogli il cranio ed esponendo la massa encefalica. La prognosi è riservata. Agli arrestati (106) sono stati imputati «ataques a la paz pública» in banda, un reato che prevede dai 5 ai 30 anni di reclusione. Il leader - ed ex-candidato - dell'opposizione di sinistra, Andrés Manuel López Obrador, ha contestato la legittimità dell'insediamento di Peña Nieto alla presidenza e ha condannato le brutalità della polizia.
Nel Congresso, la cerimonia del giuramento, prevista per le dieci, slittava per gli scontri. Secondo i cronisti parlamentari, il presidente uscente, Felipe Calderón, ha esitato a lungo prima di entrare. Si sarà ricordato di quando, sei anni fa, dovette entrare dalla porta posteriore per poter prestare il giuramento, perché i parlamentari dell'opposizione gli sbarravano l'ingresso? Stavolta ha sopportato le invettive dei deputati di sinistra, che gli hanno urlato «usurpatore» e «ubriacone». Pochi giorni fa, il settimanale Proceso sulla sua uscita di scena ha titolato «L'incubo è finito». Anche stavolta cerimonia breve, sette minuti contati. Felipe Calderón, il presidente dalle dubbie origini e dal disastroso disimpegno - sarà ricordato per gli 80mila morti della sua guerra al narcotraffico e la svendita della sovranità nazionale - si è tolto la fascia presidenziale «con una smorfia di dolore». Enrique Peña Nieto, il nuovo presidente telegenico che piace agli Usa, si è cinto da solo la fascia e ha pronunciato il giuramento di rito alla Costituzione, dimenticandosi di specificare a quale: ha omesso di dire «de los Estados Unidos Mexicanos». Già dal venerdì, Peña Nieto, aveva presentato i membri del nuovo governo, che vede allineati vecchi «dinosauri» del Pri di sempre insieme a nuovi tecnocrati educati a Harvard e Yale.
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