Martedì 20 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento 18:51
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Mackie Messer ha il coltello....

Mario Monti ora gongola per la corsa in discesa dello spread e si intesta il merito di un contenimento degli interessi sul debito del bel paese, divenuti iperbolici ai tempi di Berlusconi. Ma a cosa è dovuto questo risultato? E quali sono gli indicatori che spiegano la rinata fiducia nei confronti dell'Italia da parte dei cosiddetti mercati? Se si cerca una spiegazione razionale guardando allo stato dell'economia diventa difficile raccapezzarsi: la produzione industriale è in continuo decremento; cresce settimanalmente il numero delle imprese (industriali e commerciali) in fallimento, conclamato o virtuale; l'edilizia, volano trainante di tutto il comparto manufatturiero, è praticamente ferma; la disoccupazione, non soltanto giovanile, imperversa e il ricorso alla cassa integrazione è aumentato del 27% in un solo mese (novembre su ottobre); i consumi interni, anche quelli legati ai generi di sussistenza, raccontano di un impoverimento di proporzioni inedite di estese fasce sociali che entrano per la prima volta nel vortice dell'indigenza; la recessione, sospinta dallo sciopero del credito attuato dalle banche, dall'azzeramento degli investimenti pubblici, dal blocco dei salari, sta provocando un aumento e non una riduzione di quel rapporto debito/pil indicato dai soloni della Bce come il criterio che dà la misura del risanamento dei conti pubblici. Ebbene, malgrado tutto ciò, malgrado le prospettive future non lascino ragionevolmente sperare in un miglioramento dei “fondamentali” dell'economia, i mercati, gli attori protagonisti della speculazione non solo non mordono, ma, al contrario, promuovono la politica del governo. Perché? La ragione, di un'evidenza che nessun gioco di prestigio può rimuovere, sta nel fatto che l'obiettivo perseguito dal capitalismo finanziario è un obiettivo squisitamente politico. Precisamente, quello di usare la speculazione finanziaria, sapientemente nutrita, per divellere lo stato sociale, vale a dire la rete di servizi pubblici sociali universalistici voluti dalla Costituzione al fine di dare sostanza e fondamento reali ad uno stato che promuove, concretamente e non soltanto in linea di principio, diritti di cittadinanza, inclusione sociale, redistribuzione della ricchezza generata dal lavoro.
Il disegno in pieno dispiegamento trasforma quei bisogni sociali che la Carta riconosce come diritti esigibili in domanda privata di beni, messi sul mercato e resi disponibili solo per chi può pagarli con moneta sonante. L'istruzione, le prestazioni previdenziali, sanitarie, assistenziali devono trasformarsi in fonti di profitto per i privati che ne ereditano l'erogazione in ragione della presunta impossibilità del pubblico di continuare a farsene carico. L'orgia di privatizzazioni non conosce più freni: il modello assicurativo, filone d'oro di una società dominata dalla mercificazione, sostituisce il welfare, via via degradato al profilo minimo di pratica compassionevole, molto prossima a quella contemplata dalle leggi sulla povertà di vittoriana memoria. Il dogma del pareggio di bilancio eretto a vincolo costituzionale, il patto fiscale europeo, i “memorandum” agitati come clave contro gli stati membri dal solo organismo sovrano d'Europa, la Bce, non sono che la camicia di forza, il recinto ideologico dentro cui si rimodellano i rapporti sociali nel vecchio continente, si     trasformano i parlamenti nazionali in più o meno docili strumenti eterodiretti, espropriati di ogni sostanziale giurisdizione: della democrazia non resta che il simulacro e le consultazioni elettorali non hanno fatto sin ad ora che avvicendare al governo coalizioni fra loro litigiose, ma sostanzialmente intercambiabili, perché prigioniere di una cultura politica ed economica che è diretta emanazione delle classi dominanti. Il tema da svolgere consiste in questo: se questa coazione a ripetere che avvita la politica su stessa può essere interrotta; se le classi subalterne, estesamente proletarizzate e precarizzate, saranno capaci di coalizzarsi; se l'opposizione sociale e politica  saprà superare la balcanizzazione che l'ha resa marginale e impotente  per esprimere, finalmente, non solo un'intermittente protesta, ma un vero progetto alternativo, di radicale rottura con la dogmatica liberista spacciata per inossidabile legge di natura. Con fatica sembra farsi strada la consapevolezza che questo è possibile ed è quanto bisogna fare.
Il quarto polo in gestazione si muove nel solco di una netta discontinuità con le idee dominanti. Occorre ora renderne il progetto abbozzato più chiaro, secondo una gerarchia di priorità che lo leghino con efficacia, nelle parti e nell'insieme. Per il buon esito di questo lavoro costituente è anche necessario liberarsi da ogni residuo vizio manicheo che ha spesso indotto ciascun segmento a ritenere se stesso il sale della terra e gli altri ininfluenti gregari. Le assemblee territoriali di metà dicembre dovranno servire a tradurre questo sforzo collettivo in una grande prova di maturità e  di partecipazione popolare, ben più pregnante della scelta di un capo a cui affidarsi.

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