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IL PUNTO DI CIOFI. Il surrogato delle primarie
Sgombriamo il campo dalle fantasie e dalle bolle mediatiche. Ma consideriamo con attenzione le primarie, che hanno incoronato Pier Luigi Bersani leader di un centrosinistra dai contorni incerti con la presenza di tre milioni di votanti e con l’impegno di decine di migliaia di volontari. Segno che la passione politica in questo Paese non è morta, e al tempo stesso dimostrazione limpidissima che la crisi dei partiti è crisi organica delle classi dirigenti e delle forme attuali della politica. Infondato appare il giudizio del direttore de lUnità Claudio Sardo, secondo cui con le primarie il Pd si è rilanciato «come espressione organizzata della società civile, come luogo della democrazia, come tramite tra gli interessi sociali e le istituzioni». Basta guardare alla sfrenata moltiplicazione di candidature poco significanti alla carica di Sindaco di Roma per constatare che la realtà è ben diversa: come se il governo della capitale dello Stato equivalga alla gestione di un condominio, dove si contrastano contrapposti gruppi di potere. 

È del tutto evidente che se il Pd non galleggiasse allo stato fluido, se disponesse di un gruppo dirigente centrale e periferico plurale ma coeso, se fosse un intellettuale collettivo profondamente radicato nella società che stimola la partecipazione creativa dei suoi iscritti, se si conformasse cioè come una moderna forma partito, non avrebbe bisogno delle primarie per legittimare il proprio segretario attraverso il rapporto diretto capo-masse. Il figlio del benzinaio di Bettola è considerato persona proba, ma resta il fatto che attraverso un’investitura di tipo plebiscitario s’insedia al comando una persona sola, espressione tipica del leaderismo. Con la conseguenza che il segretario non è più al servizio del partito, bensì è il partito al servizio del leader, nonostante le affermazioni in senso contrario di Bersani. Un capovolgimento che nella nostra storia ha prodotto frutti avvelenati. Se dunque le primarie sono espressione di una crisi, il loro uso come surrogato di una moderna forma partito, democratica e partecipata, diventa un’aggravante della crisi.
Si va affermando una strana concezione della democrazia, secondo la quale - come ha fatto notare Maurizio Landini - un operaio può scegliere il leader politico e candidato capo del governo, ma non può votare il suo contratto di lavoro. E se non si uniforma al pensiero padronale viene espulso dalla fabbrica, come avvenuto alla Fiat. In altre parole, non ha alcun potere sul suo destino di vita e perde la libertà. Come il precario, come la donna senza occupazione, il pensionato, l’insegnante, il ricercatore. È  un colpo al cuore della democrazia. In realtà si continua a glissare sulla questione di fondo, vale a dire sul fatto che la proclamazione della fine del conflitto sociale ha prodotto già da tempo la cancellazione della rappresentanza politica delle classi lavoratrici. Né  si può pensare che la classe dirigente del Paese si continui a formare nelle banche e in magistratura. E poiché oggi, con l’incalzare della crisi, la situazione è diventata esplosiva, si richiedono scelte inedite che dentro i confini del Pd ben difficilmente potranno definirsi.
Sia la tesi liberista propugnata da Renzi che quella socialdemocratica attribuita a Bersani - ammesso che sia tale, e che entrambe possano convivere nello stesso partito - sono visioni del passato, corresponsabili dell’esplosione e dell’aggravamento della crisi. L’una per aver proclamato la supremazia totalitaria del privato, l’altra per aver praticato una gestione del pubblico subalterna al totalitarismo privatistico. L’una e l’altra unite nel sostegno all’agenda Monti. Al contrario, c’è una profonda sintonia tra il progetto della Costituzione e le richieste di cambiamento che attraversano la società italiana. Al di là delle primarie, se a sinistra del Pd si avrà la forza e la lungimiranza di superare particolarismi e settarismi, ponendo la piattaforma costituzionale al centro della lotta politica a cominciare dalle prossime elezioni, avremo fatto un significativo passo avanti. E avremo imboccato il sentiero che ci porta fuori della crisi.

Paolo Ciofi

www.paolociofi.it

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