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Cambiare si può, partendo dal mondo del lavoro. Parlano Di Luca e Brigati
Lontani dai riflettori, a ricevere maggior sostegno durante l’assemblea nazionale di “Cambiare si può” del 1 dicembre, sono stati soprattutto gli interventi dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari e di chi voleva soprattutto definire una precisa direzione nei contenuti del dibattito. Il tema del lavoro, in tutte le sue declinazioni si è imposto come asse portante di qualsiasi spazio di alternativa, come epicentro della possibilità di ridare senso e utilità alla politica, molto più di qualsiasi alchimia politicista o della ricerca di leadership. Una questione che era forte già nell’appello di convocazione dell’assemblea, che si è connessa però nel corso degli interventi a tematiche inscindibili quali la salvaguardia dell’ambiente, la ricerca di un diverso modello di sviluppo, la ridefinizione di uno spazio del diritto e della democrazia anche in fabbrica. E tra i primi interventi, ha fatto tremare l’assemblea quello di Antonio Di Luca operaio Fiat di Pomigliano, iscritto alla Fiom, uno dei 19 rientrati al lavoro in seguito alle sentenze reiterate della magistratura avverso l’azienda. Antonio ha raccontato dell’atmosfera di realtà che regnava al suo rientro, i 19 avevano ricevuto un telegramma attraverso cui, con scadenza di mezz’ora ciascuno, li si invitava a conferire con i dirigenti “con la presente, e in osservanza alle disposizioni della corte d’appello… le comunichiamo ella è assunta da questa società con contratto subordinato a tempo indeterminato” recitava più o meno il gelido testo. I lavoratori si sono presentati insieme e con loro ce ne erano altri a portare solidarietà perché, si è detto, con i 19 non sono entrati solo i diritti, è entrata la Fiom. Sono entrati ad uno ad uno in un grande spazio vuoto che già conoscevano per averlo attraversato anni ed anni; stavolta, ad attenderli, dietro ad un tavolo, c’erano i 5 maggiori dirigenti dell’azienda che hanno assistito alla firma del contratto. Antonio ci tiene a rivendicare un attaccamento orgoglioso al suo posto di lavoro: «Io ho cominciato nel 1989, quando lo stabilimento era Alfa-Lancia, in tanti anni ho partecipato a tutti i passaggi di scelta strategica messi in atto dall’azienda. A volte condividendone le posizioni altre meno ma comunque portando con me un pacchetto di diritti che reputavo e reputo fondamentali. Per questo ho vissuto anche con grande sofferenza quanto accaduto in questi mesi». La condizione di Antonio e dei suoi compagni è complessa da raccontare e da comprendere per chi non ha vissuto in fabbrica, non a caso, come hanno notato alcuni giornalisti, all’uscita della firma del nuovo contratto, non si respirava aria di felicità. C’era la preoccupazione per gli oltre 2100 lavoratori non ancora rientrati ma soprattutto il peso di subire un’onta. Sono entrati ufficialmente in una fabbrica nuova ma che di nuovo non ha assolutamente nulla. Si tratta di una violenza semantica incredibile e frutto di un’ignoranza culturale micidiale. Mancano – secondo Antonio – gli anticorpi necessari a comprendere di come si tratti di una pura operazione di maquillage di fronte a cui il lavoratore si trova solo e nudo avendo come interfaccia la logica di una multinazionale. «Io sono stato cacciato e poi ripreso solo in nome del terzo grado di una sentenza – ricorda Antonio – Una sentenza che dichiarava il realizzarsi di una condizione di discriminazione. E trovo assurdo che a fronte di 7 discopatie gravi che mi sono procurato al lavoro io e gli altri, siamo stati richiamati solo perché c’è stato un giudice». 

Una discriminazione di cui si è molto parlato e che fa il paio con l’assenza di un progetto  industriale, un tema che dovrebbe riguardare tutti. Chi sta ragionando partendo dall’idea che si debba cambiare il mondo non può non fare i conti con questa dissonanza. Diritti che devono valere sul posto di lavoro e che debbono incrociarsi con le tematiche ambientali, sulla ridefinizione di un modello alternativo di sviluppo. «Che senso hanno le primarie? Come può liberamente esprimere il proprio voto un cittadino – insiste Di Luca – quando la democrazia è esclusa dai luoghi di lavoro? Aveva ragione Calamandrei quando, a proposito della Costituzione, affermava che o tutto si tiene o tutto si perde. Se non ci si confronta con questa dimensione le parole diventano sterili e inutili». E in effetti, la cacciata della Fiom ne è l’esempio più evidente: come può agire un operaio che si ritrova a non avere interfaccia e come si possono immaginare percorsi di riconversione industriale se gli spazi tanto al lavoro quanto nella politica sono inesistenti? Lo dice con malcelato orgoglio Di Luca: «Ci sono tanti operai che ne sanno molto di più di un mondo intellettuale che si è staccato dalla realtà, dall’Abc. Io penso ai posti di lavoro che direttamente si vanno esaurendo. La Panda ha un basso valore aggiunto anche se è una automobile eccezionale, rischiano direttamente 5200 lavoratori e un indotto di primo, secondo e terzo livello per complessive 18.mila persone. Senza considerare quello che io chiamo il quarto livello, la comunità che ospita l’azienda. Un mondo fatto di famiglie, di attività commerciali, di vita condivisa. Anche quella è messa in crisi. Quando la Fiat si doveva confrontare con un sindacato vero, non subalterno al neoliberismo da noi si producevano 5 modelli di auto su 3 piattaforme. Facevamo noi le vetture per la polizia. Adesso mi mette tristezza vedere la polizia con le Subaru». Oggi si producono vetture in perdita negli stabilimenti Fiat, non solo a Pomigliano, ma non c’è nessuno che possa avanzare una critica al prodotto e al processo che lo determina. Difficile pensare di poter essere competitivi quando violando i principi democratici, si rinuncia a chi può spiegare, nei dettagli, cosa è giusto fare e quali possono essere le innovazioni da mettere in campo. Si lascia invece spazio totale a chi ha i propri interessi fondamentali nel capitale finanziario. Traspare una lettura, dall’intera vicenda di Pomigliano che diviene cartina di tornasole di quello che potrebbe essere il modello di società da costruire. Se chi lavora viene percepito come merce, da “codice a barre” (come ricorda Antonio), non si potrà mai realizzare un modello di democrazia partecipata, questo vale per ogni ambito della vita sociale e per ogni problematica. Soprattutto nel meridione sono gli studenti, gli operatori del terzo settore, che spesso da mesi non ricevono uno stipendio, i precari, i migranti, a rendersi conto della vastità della questione. «E – riprende Di Luca – da questo bisogna capire due fatti importanti, il primo è che la realizzazione di un welfare più diffuso, di presidi mobili sul territorio contro la tossicodipendenza, di lotta all’abbandono scolastico per ridurre i minori in area penale, debbono tornare al centro. La seconda è che anche in un’ottica da homo economicus è conveniente ristabilire condizioni in cui nessuno venga lasciato indietro da solo, in cui, in osservanza agli articoli 3 e 4 della Costituzione, si ragioni in termini di redistribuzione. Si diminuirebbero i costi sociali del disagio, invece si preferisce dedicare risorse all’acquisto degli F35».
Intanto a Pomigliano si è realizzato il primo sciopero congiunto di lavoratori e studenti, con tutte le sigle della sinistra. Uno sciopero non di solidarietà reciproca ma basato su un protocollo comune che potrebbe portare grandi risultati. «Ho 3 figli che mi danno grandi soddisfazioni – chiude Antonio De Luca. – e, da operaio che si permette di citare Marx mi permetto di dire, “Non credo che dietro ogni fanciullo si nasconda un Mozart ma lo auspico”. Voglio dire che mi aspetto la costruzione di una società in cui chiunque possa realizzare se stesso, in cui la costituzione riesca ad entrare finalmente nei luoghi di lavoro, in cui si ricominci a ragionare di riduzione dell’orario di lavoro e di redistribuzione delle ricchezze, in cui ognuno di noi torni ad essere persona e non merce. Noi siamo ancora in mobilitazione per difendere chi non è ancora rientrato nel posto di lavoro con pieno diritto». Il rapporto fra lavoro, diritti e democrazia deve insomma interrogare anche il mondo intellettuale che vuole produrre cambiamento e forse, anche partendo da quella che è una profonda crisi della rappresentanza, sarebbe estremamente importante che il mondo del lavoro, gli uomini e le donne che conoscono i ritmi infernali con cui si lavora, potessero avere finalmente posto nelle istituzioni. Da Pomigliano a Taranto, all’inferno dell’Ilva che solo in questi mesi è uscito dal cono d’ombra in cui veniva tenuto. Nell’assemblea di “Cambiare Si Può” ne ha parlato un altro delegato Fiom, Ciccio Brigati: «Da tempo gridiamo. Anche come cellula di fabbrica del Prc dicevamo da anni di lavorare in un posto di merda con salari bassi. Nessuno ci ha ascoltato fino a quando non sono uscite le relazioni, quella del 30 marzo con l’incidente probatorio sulle emissioni inquinanti e poi la relazione epidemiologica ma c’erano già dati alla mano su cui lavorare. Il passaggio di proprietà dallo Stato a Riva ha portato ad un incremento degli incidenti, spesso mortali e ad un aumento della precarietà. Si lavora in condizioni di non sicurezza. Nei primi 15 anni c’è stata una battaglia interna, molti sono finiti a lavorare in una palazzina in condizioni di mobbing. Ora ci ritroviamo con un basso tasso di sindacalizzazione legato ad un veloce cambio generazionale in fabbrica. Il padre che voleva far entrare il figlio doveva cancellarsi dalla Fiom e doveva ben comportarsi nel periodo di prova. Nel cambio generazionale non sono stati trasmessi saperi non solo per quanto riguarda le questioni sindacali. Non c’è stata la possibilità politica di stabilire un confronto col padrone. Dopo l’incidente probatorio del 30 marzo, l’azienda ha portato in piazza 8000 lavoratori per attaccare l’intervento del giudice Todisco. Hanno fatto credere che la Fiom voleva chiudere la fabbrica, operando un ricatto. Si è arrivati a far capire che chi non andava a manifestare per “difendere la fabbrica” non veniva messo in condizione di fare gli straordinari».  E Brigati ha raccontato della provocazione portata avanti dal proprio partito che in quelle condizioni ha avuto il coraggio di mettersi in gioco dicendo “Lo scoop è questo, Rifondazione non manifesta”. Hanno provato a far convergere la necessità del posto di lavoro con quella di combattere la crescita di percentuale di persone che si ammalavano di tumore, hanno cercato di evidenziare come si era aperta una profonda questione morale mentre non si attuavano le necessarie migliorie tecnologiche in nome della salvaguardai del profitto. Brigati parla esplicitamente di un meccanismo oliato con gli enti locali, secondo cui le istituzioni hanno lasciato che la propria gente subisse le scelte della proprietà e descrive un meccanismo ricattatorio che si è innestato. La stessa informazione si è appiattita al rapporto con la proprietà minacciando altrimenti di riaprire la partita. «Si sono insomma inquinate profondamente le relazioni – continua Ciccio Brigati – e oggi ci prepariamo a lottare fra mille difficoltà.  
C’è scarsa fiducia e i termini sono quelli di un grillismo diffuso, della serie sono/siete  tutti uguali. Anche per questo c’è bisogno, in “Cambiare si Può” della forza del lavoro. Riva ci ha tenuto a bada finora, oggi lentamente si comincia a capire. Allo sciopero per l’articolo 18 hanno partecipato in 221 su 6000.  Io anche nell’assemblea di sabato ho sentito riecheggiare forme di critica generalizzate ai partiti ma non siamo tutti uguali e non è questo, secondo me, il modo per risolvere i problemi. Il caso Ilva ci mette tutti in discussione, ci indica cosa mettere al centro, come uscire dalla crisi, come guardare, anche partendo dalla nostra vicenda alla modifica dell’articolo 81, al fiscal compact, alla riforma del mercato del lavoro. Il lavoro deve poi secondo me recuperare una rappresentanza reale nelle istituzioni e io mi metto anche in discussione come delegato della Fiom. Rischiamo di ritrovarci tutti nelle condizioni dei lavoratori di Pomigliano e con la cancellazione del contratto nazionale senza avere alcuna sponda politica in parlamento».  Ciccio Brigati pur cogliendo tante difficoltà crede nella importanza di costruire un serio progetto in alternativa al governo Monti e individua in questo una necessità urgente. «Dopo il decreto che salva Riva e non l’Ilva ci siamo dati appuntamento, pensando a “Cambiare si Può”, con il presidente dell’ordine dei medici, con i consiglieri comunali, con i lavoratori della scuola, con quella parte di società civile  che cerca di tornare a partecipare dopo 20 anni di berlusconismo, per mettere al centro la questione del lavoro anche nella pratica. Io credo, e non penso di parlare solo a titolo personale, che sia necessario dare voce e rappresentanza a chi lavora in Fiat come nell’Ilva, nelle istituzioni e che nel frattempo sia necessario incentivare la raccolta di firme per i referendum contro la riforma Fornero. Come si fa a non considerare vergognoso un governo che mette mano alle pensioni e non tocca i patrimoni. Io in pensione dovrei andarci nel 2025, con  44 anni di contributi e 70 anni di età. Il dramma che si vive dentro la fabbrica sancisce una distanza enorme fra la vita reale e il parlamento. Se non si colma questa distanza si dicono solo cose senza senso, che non tengono conto né della necessità di lavorare né di come si vive in posti come il quartiere Tamburi». Secondo Brigati le indicazioni restrittive che ora sono state emanate dall’Aia e che dovrebbero permettere di intervenire per salvare una intera città ora devono essere elemento di analisi e di azione della politica. Ma per portare a cambiamenti reali serve una sinistra vera che oggi, nelle istituzioni, è assente.

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