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Taranto, il decreto sbagliato e la proprietà dell'acciaio che deve cambiare
Il recente decreto legge del governo sull'Ilva è inadeguato alla gravità della crisi di Taranto (...). Sul piano giuridico cancella le decisioni della giustizia, colpendo alla base il sistema giuridico del paese e crendo un pericoloso precedente che configura una sorta di "diritto speciale" per l'Ilva (...). Inoltre, il decreto legge lascia nelle mani dei proprietari le decisioni in merito alla gestione dell'azienda (...).
Un problema molto grave riguarda gli aspetti imprenditoriali e finanziari, su cui il decreto del governo non fornisce passi avanti. Il gruppo Riva non sembra possedere (...) le risorse necessarie per portare avanti il programma indicato nell'Aia, per cui servirebbero all'incirca 3,5-4 miliardi di euro in pochi anni (...). Sarebbe necessario un salto di qualità nelle strategie, accompagnato dalla disponibilità di grandi risorse organizzative e finanziarie. Risanare l'ambiente, ammesso che lo si faccia, non significa tornare ai lauti guadagni di prima della crisi. E per le imprese dell'acciaio è ormai necessaria una dimensione internazionale (...).
Riorganizzare la proprietà delle acciaierie di Taranto ci sembra una scelta obbligata. Da un lato, sul piano tecnologico e produttivo, potrebbe essere necessario inserire nella compagine azionaria qualche altro grande gruppo che operi a livello globale e che aiuti l'azienda anche sul fronte dei necessari processi di integrazione verticale. La questione non è risolvibile a livello solo nazionale, dove mancano i soggetti in grado di contribuire al superamento dei problemi del gruppo. Partner possibili possono essere i principali gruppi asiatici o latino-americani: la cinese Baostel, la coreana Posco, o la brasiliana Vale, che porterebbe gli ormai preziosi minerali; c'è anche l'indiana Arcelor Mittal, che tuttavia sta provocando una grave crisi sociale e occupazionale negli stabilimenti di cui è proprietaria in Francia.
Dal lato finanziario, per bilanciare il ruolo di una multinazionale straniera, la compagine italiana potrebbe essere rafforzata dall'intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Non basta, tuttavia, una quota pubblica della proprietà dell'Ilva per cambiare il modello di gestione e risanare l'ambiente; nuove forme di coinvolgimento vanno trovate per dare voce e tutela agli interessi di cittadini e lavoratori, ricostruendo il tessuto economico locale e la vivibilità di Taranto.
Per il gruppo Riva - come si auspica ormai da diverse parti - si tratta ormai di analizzare la fattibilità di un possibile esproprio dell'Ilva, ponendo il gruppo, almeno temporaneamente, sotto la proprietà dello stato. L'obiettivo è rimettere in marcia l'Ilva e risolvere i problemi ambientali, con un percorso indubbiamente difficile, ma sostanzialmente obbligato (...).
E non c'è solo l'Ilva. I giornali riportano che ci sono in Italia diciotto casi di grandi imprese industriali con rilevanti problemi di inquinamento. Dobbiamo aspettare che la magistratura intervenga con durezza anche in questi diciotto casi perché poi il governo si svegli, magari per bloccare le eventuali iniziative della stessa magistratura, o dobbiamo invece affrontare la questione di una nuova presenza del pubblico nell'economia, in forme adeguate alla complessità dei problemi?
La versione completa di questo articolo si può leggere su www.sbilanciamoci.info
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