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Non è un giallo

La crisi del governo Monti imprime un’accelerazione al processo di ridefinizione del quadro politico italiano.

A destra lo scontro tra le diverse anime del Pdl sembra sia stato rinviato grazie al ritorno sulla scena di Berlusconi: a prevalere è stato il timore di una deflagrazione, questa volta definitiva, dell’intero parterre politico-affaristico.

Berlusconi si presenterà quindi come l’anti-Monti e l’eredità del professore della Trilaterale verrà così contesa, e rivendicata, dal Terzo polo e dal Pd.
In ragione del Porcellum, è ormai certo che si andrà al voto con la vecchia legge elettorale, e della scelta del Pdl di rilanciare Berlusconi aumentano quindi le possibilità che il Polo moderato possa scivolare, parzialmente o completamente, verso il centrosinistra anche prima del voto.

Veniamo quindi alla cosiddetta area di centro-sinistra: spente le luci sulle primarie se ne può dare un giudizio razionale. Il primo dato è che si è trattato di una grande operazione di legittimazione del Pd quale perno del futuro governo del Paese. Al di là della propaganda di Vendola, il secondo dato è il significativo spostamento a destra del baricentro politico della discussione in vista delle politiche del prossimo anno. Vendola conta infatti il 15% nella coalizione “Italia bene comune”: più che del “profumo di sinistra” Bersani dovrà, quindi, tener conto della sostanza moderata, già assai influente ed oggi rafforzata dalla componente renziana.

Contestualmente si è aperto il confronto sul futuro ruolo di Mario Monti: per garantire l’Europa delle banche e del capitale internazionale egli potrebbe diventare il nuovo Presidente della Repubblica. Quell’Europa della BCE di Draghi, con la pistola dello spread puntata sui Paesi che non volessero applicare i suoi dettami, beneficerebbe così di una postazione politica decisiva.

Complessivamente si cerca quindi di dare un quadro di stabilità ai prossimi cinque anni di gestione della crisi economica sulla quale, come afferma lo stesso Bersani, non bisogna raccontare favole. Una gestione che il Pd, con il controllo non senza fatica della CGIL, può garantire più di qualsiasi altro. Ciò che infatti Bersani definisce favole sono la messa in discussione dei vincoli europei e quelle compatibilità di classe di cui anche l’ultimo accordo capestro sulla “produttività” ne definisce i parametri.

L’ulteriore divisione dei comunisti e della sinistra indebolisce, ovviamente, il fronte di coloro i quali in Italia combattono con determinazione per un’uscita da sinistra dalla crisi. Vendola dal canto suo, come ha ribadito in una recente intervista su Repubblica, vuole aprire, insieme al Pd, «un cantiere in cui discutere del soggetto politico dei progressisti»: non un «partito ideologico», ha chiarito il governatore della Puglia, «ma un soggetto politico plurale».

La scelte di Di Pietro, De Magistris, Ingroia e delle forze che hanno promosso il 27 ottobre, verranno verificate nei prossimi giorni. Non lasci nessuno indifferente, tuttavia, lo stillicidio di accuse ed insinuazioni, in seguito alla decisione della Corte Costituzionale in merito alla vicenda della trattativa Stato-Mafia, nei confronti di Antonio Ingroia. E non lasci nessuno indifferente le parole, pesanti come macigni, contro il Pm di Palermo da parte di diversi autorevoli dirigenti del Partito Democratico: tra cui quelle di Luciano Violante, Anna Finocchiaro e quelle soprattutto di Enzo Bianco.

Il momento delle scelte elettorali si avvicina anche per noi: la definizione della legge elettorale con cui si andrà a votare rende il quadro politico più nitido. Le elezioni, come detto in precedenza, preludono quindi ad una stabilizzazione moderata o perlomeno al tentativo di realizzarla. La presenza di una lista della sinistra di classe credibile costituirebbe in questo senso il migliore antidoto: in prospettiva sarebbe infatti utile definire un campo, non minoritario, che sia espressione politica e avanguardia della più dura opposizione di sinistra nel Paese alle politiche della BCE. Ad oggi queste condizioni non sembrano essere presenti. Ciò non deve tuttavia indurci a sottovalutare, o a mistificare, la portata di alcuni percorsi presenti a sinistra.

Con una Federazione della Sinistra ancora unita, tali percorsi avrebbero potuto costituire una base di forza per dispiegare una nostra progettualità politica non subalterna. Ma questo è il quadro in cui ci cimentiamo e su questo ciascuno dovrà assumersi le sue responsabilità per il passato, il presente e per il futuro.

Continuo ad essere convinto che la discussione anche nel nostro Partito, il PdCI, non sia chiusa. Non lo può essere. Gli anni che abbiamo di fronte saranno durissimi. La crisi continuerà a mietere le sue vittime e l’assenza di una prospettiva politica a sinistra rischia di lasciare l’opposizione politica e sociale alla destra più reazionaria. La domanda più forte in questo quadro è: si combatterà la destra e la reazione sostenendo un governo di centrosinistra stretto nelle compatibilità europee e nella sua gestione costituente o costruendo una forza in grado di indirizzare e organizzare il malessere sociale verso un’alternativa di vero progresso?

Il tema di queste elezioni per i comunisti resta quello di non ipotecare ancora di più negativamente il futuro. Se la posta in gioco è questa, la discussione anche nel PdCI, che è il mio Partito, deve essere aperta e fatta con coraggio. Una discussione che deve avere un fondamento di trasparenza per permettere a tutti i dirigenti e gli iscritti di capire il senso delle scelte. Un metodo che porti a scelte consapevoli, e non a situazioni un po’ paradossali in cui la riflessione collettiva che attraversa i compagni si sostanzia nello scoprire, giorno per giorno, cosa ha in mente il gruppo dirigente ristretto del Partito. Come se ci fosse una sorpresa da scoprire.
Non è… un libro giallo.

* Consigliere regionale Federazione della Sinistra alla Regione Lazio

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