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La Lega di Adro condannata per razzismo

Si chiama Romana Vittoria Gandossi ed è una volontaria dello Spi- Cgil, ex insegnante e col vizio di professare antirazzismo nel Comune di Adro, provincia di Brescia, già noto perché il sindaco leghista aveva riempito il presidio scolastico del paese con il simbolo della Stella delle Alpi. Romana era stata più volte condannata per le sue attività al punto che nella sede leghista era stato affisso un manifesto proprio contro Romana. Quei “signori”, per attaccare la donna avevano scritto: “Cara la me romana (con la lettera minuscola, ndr) sono tutti bravi a fare i culattoni con il culo degli altri”. Una frase che il giudice ha definito “atto ritorsivo” contro chi, aiutando una famiglia di origine marocchina minacciata di essere sfrattata, avrebbe contrastato il principio tutto leghista del “prima i nostri”. Romana si è rivolta ai giudici e il tribunale di Brescia ha condannato il partito ad una pena pecuniaria di complessivi 7.500 euro, divisi fra i 3 soggetti ricorrenti, la Cgil, l’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e la Fondazione Piccini. Nella sentenza si riconosce che la vicenda va inquadrata nell’ambito delle molestie, definite come “comportamento che lede la dignità della persona e crea un clima degradante, umiliante o offensivo” (articolo 2 ult comma dlgs 215/03). Oltre a questo, per la prima volta a livello nazionale viene affermato che si ha molestia per ragioni di etnia anche se la persona non appartiene a una etnia particolare, ma è molestata per aver difeso gli appartenenti a un determinata etnia o gruppo nazionale.
“Quello su cui dissentiamo”, puntualizza la Cgil, “è la quantificazione della spesa che dovrà sostenere la Lega di Adro: in sostanza pochi soldi perché il segretario della Lega della sezione si difende ‘in forma sgrammaticata’. Una motivazione irriverente nei confronti del segretario, ma che soprattutto non tiene affatto conto della lesione della dignità subita dalla Gandossi e che è priva di quell’effetto ‘dissuasivo’ che pure il giudice vuole espressamente attribuire alla condanna”.