Lunedì 23 Luglio 2018 - Ultimo aggiornamento 21:07
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi
Aldo Tortorella: Chi gioca coi soldi di tutti
Merita qualche riflessione in più, rispetto a una rinnovata constatazione della concentrazione finanziaria, lo studio sugli incroci proprietari delle maggiori multinazionali di recente pubblicazione su una delle più rigorose riviste scientifiche della rete e poi ripresa da molti siti e da pochi quotidiani. La conclusione di questa ricerca è che 1300 multinazionali, in prevalenza banche, assicurazioni, gruppi finanziari, controllano una miriade di altre grandi società assommando così il 60% del fatturato globale e che 147 di esse sono quelle “superconnesse” in modo tale da rappresentare il 40%della ricchezza del pianeta. «Un pugno di società controlla il mondo. Ecco la rete globale del potere finanziario», titolò anche La Repubblica on line il 2 gennaio.
È stato giustamente detto che per molti, ad esempio per il movimento Occupy Wall Street, la cui parola d’ordine è «siamo il 99% del pianeta contro l’1%», si tratta di una non notizia o, al massimo, di una conferma scontata. È quasi un luogo comune, infatti, che il 20% dei più ricchi possiede l’80% del patrimonio mondiale, oppure che pochi dei più grandi finanzieri hanno più di quanto posseggano un bel po’ di Stati africani. La notizia nuova rappresentata da quella ricerca, però, sta sia nella sua fonte
e nella sua qualità sia, mi pare, nelle sue implicazioni non puramente quantitative.
La fonte è quella della cattedra di analisi dei sistemi complessi, dell’Istituto di alta tecnologia di Zurigo, uno dei maggiori centri di ricerca del mondo, che vanta tra i suoi studenti e professori del passato lontano e recente una trentina di premi Nobel nellematerie scientifiche (tra cui Einstein), oltre che una serie di celebrità in tutti i campi. Presso questa cattedra, che applica le conoscenze matematiche implicite nella materia ai sistemi economici e sociali, lavorano i tre studiosi – Stefania Vitali, James Glattfelder, Stefano Battiston – autori di questo saggio (The network corporate control) che ha le caratteristiche di una ricerca pura.
Essa, cioè, è del tutto priva di qualsiasi premessa o intenzionalità ideologica, come ben chiariscono gli autori nelle discussioni accademiche e non accademiche che hanno seguito la pubblicazione sulla rete. Il che vale a dire, com’è ovvio, che nella sua origine e motivazione non vi è alcuna ipotesi favorevole od ostile alle dottrine economiche liberistiche o antiliberistiche e meno che mai a ipotesi su supposti complotti del capitale.
Semplicemente, ma non facilmente, gli autori hanno creato un (complicato) metodo di indagine per accertare gli intrecci proprietari a partire dal database Orbis che catalogava 37 milioni di società finanziarie e industriali, banche, assicurazioni, enti economici di tutto il mondo. La principale diversità di questa ricerca rispetto alle altre che l’hanno preceduta sta appunto nel fatto di non limitare l’analisi a un gruppo ristretto di società, ma di avere preso come punto di avvio il massimo possibile dei soggetti da esaminare.
Da questa enorme base hanno estratto dati e correlazioni di 43.060 multinazionali, che hanno portato a quelle 1300 maggiori e, poi, alle 147 massime, quasi tutte banche, gruppi finanziari, assicurazioni. Il modello di relazioni e compenetrazioni proprietarie individuato dalla ricerca è stato definito dai tre ricercatori «a nodo di cravatta», perché il grafico che la raffigura assume, appunto, l’aspetto di una cravatta a farfalla, con un nodo centrale e due ali laterali. Al centro stanno le superconnesse, nelle ali le partecipate e le controllate. In quanto forma di cravatta è desueta (e come tale usata da taluni), in quanto descrizione del meccanismo è chiaramente esplicativa.
Al momento in cui è stato iniziato lo studio i dati disponibili erano quelli del 2007. La più “connessa”, anche se non la più capitalizzata del mondo (oggi la maggiore è cinese), risultava la banca inglese Barclays, quasi a conferma simbolica del primato di Londra nel campo della intermediazione finanziaria. Ma tra le prime cinquanta società che dominano la rete la maggioranza assoluta, una ventina, è degli statunitensi. Seguono alcune unità inglesi, francesi, svizzere, tedesche, giapponesi, olandesi.
Una sola italiana (l’Unicredit, allora non toccata dalla crisi). La Cina incominciava a spuntare con la sua società petrolifera, evidentemente molto apparentata. Tra le americane c’era ancora, al 34° posto, la Lehman Brothers, poi travolta e fallita. Altre, come la Merril Lynch, sono state assorbite da quelle che hanno meglio resistito come la JP Morgan Chase, la Bank of America. La Goldman Sachs ha tenuto a fatica. Tutte sono state ricapitalizzate coi soldi pubblici (700 miliardi ufficiali, più 1200 di prestito segreto della Federal Reserve allo 0,01 di interesse, secondo Bloomberg, citato da Michel Rocard su Le monde). Ma non c’è dubbio che nel sistema prevalga ancora, nonostante il disastro del 2008, la finanza statunitense, che aveva rastrellato e continua a rastrellare capitali da tutto il mondo.
Il processo che porta a queste gigantesche aggregazioni – avvertono gli autori della ricerca e molti commentatori, ma è cosa nota – fa parte della fisiologia del sistema economico attuale. Investimenti troppo onerosi per i meno grossi, il bisogno di differenziare il rischio, l’afflusso di capitali verso i più forti sono alcuni degli ovvi motivi della “naturale” creazione di una tale concentrazione. Gli intrecci proprietari, si sa, non coincidono in ogni caso con il controllo, ma indicano certo una piena compartecipazione di interessi. Gli autori sottolineano, inoltre, che la utilità della loro ricerca risiede nel fatto che questa interconnessione in caso di crisi economica può essere pericolosa per la possibilità che si generi un effetto domino quando fallisca uno solo.
In effetti, quando fece bancarotta la Lehman Brothers il sistema ha tremato: ma si deve aggiungere che la scossa minacciosa e la paura, testimoniata da molte angosciate dichiarazioni, non erano causate solo dal fallimento di quella banca d’affari ma dal fatto che molte altre entità erano sull’orlo del pieno dissesto per ragioni che attengono all’economia reale oltre che alle perniciose imprese del capitale finanziario. Fu allora che si ebbe modo di constatare ancora una volta quanta falsa coscienza vi sia nella tesi
della capacità dei mercati di autoregolarsi spontaneamente con benefici effetti per il genere umano. E si vide che il gruppo di comando del potere finanziario (possiamo oggi usare questa espressione sapendo meglio di chi si parla), lasciato arbitrodella conduzione economicadelmondo secondo i propri esclusivi criteri, si comporta in modo assolutamente pericoloso e, al limite,
autodistruttivo. Senza l’intervento degli Stati la crisi, come si sa, sarebbe stata catastrofica. E, nonostante l’enorme socializzazione delle perdite, sono passati più di tre anni e la crisi non è affatto risolta.
Tuttavia, controbattono i sostenitori delle politiche neoliberistiche, non si può obiettare al fatto che le politiche di deregolamentazione del mercato finanziario iniziate negli anni ’80 del secolo passato negli Stati Uniti (quando si iniziò a smantellare tutta la legislazione creata dopo la crisi del ’29) abbiano contribuito all’arricchimento del pianeta unitamente alla creazione del mercato unico mondiale – con la libertà di circolazione dei capitali e (in parte) delle merci. La Cina, si dice come esempio, non sarebbe quello che è diventata senza il fiume degli investimenti esteri in cerca del massimo profitto e senza la partecipazione alla libertà dei traffici garantita dalla WTO (la Organizzazione mondiale del commercio). Poggia su queste considerazioni la ostilità alla Tobin tax e a nuove forme di regolazione finanziaria, almeno europea, da parte della City, di cui è portavoce Cameron (ma anche un organo borghese illuminato come The Economist).
Già nei decenni passati queste argomentazioni furono contrastate con altrettante constatazioni di fatto. L’esempio della Cina non riguarda gli abusi consentiti dalla deregulation,ma “normali” investimenti produttivi, fondati sul basso costo della mano d’opera (il che non esclude, come in tutte le economie capitalistiche, il formarsi di bolle speculative destinate a scoppiare per un eccesso di offerta, come pare stia accadendo per l’edilizia cinese). E la libera circolazione dei capitali non è la stessa cosa della creazione di titoli tossici fondati sul nulla. Soprattutto, a contrastare le considerazioni encomiastiche sul liberismo finanziario sfrenato, vennero
crisi più o meno anomale, e tra di loro diverse, ma comunque ammonitrici: dal crollo di borsa dell’87, regnante ancora Ronald Reagan, alla crisi delle tigri asiatiche del ’97, allo scoppio della bolla informatica all’inizio del nuovo secolo e al fallimento a catena di decine di grandi imprese americane nel 2002 (Enron, Adelphia, Worldcom i nomi più noti).
Sembrò, in quel momento che si trattasse soltanto di imbrogli imprenditoriali – che c’erano – e si ebbero di conseguenza negli Stati Uniti giusti inasprimenti delle pene per i reati finanziari e particolarmente per il falso in bilancio che dovrebbe essere considerato il più grave dei reati per la vitalità di una economia capitalistica fondata sulla fiducia (mentre nell’Italia berlusconiana, come si ricorderà, accadeva il contrario).Ma non c’erano solo manovre e procedimenti contabili scandalosamente truffaldini (come poi si vide pure con Parmalat), c’era, anche e soprattutto, una sempre più assurda distribuzione del reddito e dunque una crisi di domanda unita a meccanismi finanziari inaccettabili: tutto il sistema dei controlli, comprese le agenzie di rating, nelle mani dei controllati, il meccanismo premiale dei manager fondato sull’andamento dei titoli a breve, l’incremento – facilitato dalla deregolamentazione – del rischio privo di ogni ragionevolezza, l’incontrollato mercato dei derivati.
Queste accuse, unitamente alle critiche per l’insieme della politica ispirata al neoliberismo, furono mosse da una minoranza degli economisti, e raccolte da una ancor più esiguaminoranza di voci politiche (tra cui, mi si permetta di ricordarlo, fu questa rivista e l’Associazione che la sostiene). Inutile dire che furono voci inascoltate. Durava la euforia neoliberistica di cui fu, ed è, vittima anche una parte della sinistra (persino la Tobin tax fu a lungo considerata una proposta estremistica),mentre un’altra parte riteneva – e forse ritiene ancora – che occuparsi di intervenire su un sistema finanziario, che è la quintessenza di ciò che si ritiene vada radicalmente spiantato, sia del tutto inutile, per non dire di peggio.
La deregolamentazione andò tranquillamente avanti negli Stati Uniti, cioè nel sistema finanziario dominante, anche dopo la crisi dell’informatica e la catena dei fallimenti (ancora nel 2004 venne ridotto il rapporto tra riserve di capitale e investimenti bancari). E, poiché le guerre non bastavano a tenere alta la crescita, fu incoraggiato quel metodo che è poi scoppiato con la crisi iniziata nel 2007-2008: il metodo dell’indebitamento senza garanzie allo scopo di stimolare il consumo (non solo delle case). A esso si associava la presa di rischio senza adeguata copertura per un sistema finanziario ormai in gran parte esentato dai controlli, nonostante la pletora di organismi pubblici a ciò formalmente destinati (gli specialisti della materia ne hanno contato negli Stati Uniti 115 tra federali e dei singoli stati). Non è vero che la deregolamentazione corrisponda all’assenza di regole. Essa corrisponde alle regole che il mondo finanziario si è fatto per conto proprio e che i poteri politici hanno accettato. L’esempio più evidente è quello dell’incontrollato mercato dei derivati giunto a cifre gigantesche e della invenzione della vendita di titoli spazzatura fondati su mutui inesigibili impacchettati in modo da essere difficilmente distinguibili.
Ma proprio il potere quasi assoluto dato al sistema finanziario su se stesso mette in luce le responsabilità del suo gruppo di comando, ora più nettamente individuato, nella crisi e nella conduzione della politica mondiale nel tempo del mercato unico. È certo vero che i rapporti e gli intrecci proprietari non provano una consapevole intesa per una politica comune, anche se sicuramente la rendono possibile.
Ma non è necessario nessun complotto. Ognuno dei gruppi dirigenti di quei soggetti economici lavora per la affermazione propria e della propria società in competizione con gli altri, ma ha contemporaneamente la convenienza a comportamenti comuni entro i quali far valere se stesso. Il comportamento comune prescelto è stato quello suggerito dalla scuola di Chicago, e propagandato fin
dagli anni ’70, di liberarsi di ogni regola che non fosse quella dettata dalla più ampia libertà, o dal più ampio arbitrio, di fare ciò che sembrava utile al profitto d’impresa.
Bisogna dire, però, che questo corso politico – politico: poiché riguarda interessi essenziali della collettività (i soldi amministrati sono i soldi di tutti) – non è stato deciso in segreto da un pugno di amministratori delegati delle 147 maggiori imprese che tengono in pugno la ricchezza.
L’azione del sistema finanziario fu volta, alla luce del sole, ad influenzare la opinione pubblica per convincerla che di certe cose, come sono le materie economiche e gli affari, è meglio che “la politica” – intesa come il complesso delle istituzioni statali – non si impicci. A partire dalla montagna di quattrini piovuta sulla scuola di Chicago per sostenerne e divulgarne il credo.
Tutta l’opera di deregolamentazione fu compiuta con un vasto consenso dell’opinione pubblica. Anche perché avanzava la rivoluzione informatica che apriva nuovi orizzonti (anche per il maneggio del denaro) e perché c’erano motivi giusti di critica verso un eccesso di regolazione e verso una forte burocratizzazione dei sistemi originati dalla svolta keynesiana e dalle politiche d’impronta roosveltiana o socialdemocratica. In più, la sinistra occidentale, in tutte le sue varie versioni, seppe soltanto praticare una difesa passiva di quel che aveva conquistato, senza vedere che la globalizzazione apriva per tutti un nuovo terreno di iniziativa e non comportava obbligatoriamente la svolta neoliberista vissuta, invece, quasi come il ritorno ad una legge di natura.
Stiglitz, che è uno degli economisti che aveva visto per tempo molti degli errori che si venivano facendo, ha detto che le istituzioni finanziarie americane sono fallite. Ma, naturalmente, si tratta di un fallimento senza fallimento, per il semplice fatto che istituzioni bancarie di dimensioni ormai planetarie non possono fallire dato che ne risulterebbe una catastrofe, innanzitutto per i lavoratori, di dimensioni terribili.
Ma non si può neppure pensare di continuare come prima. Perciò, ora, si parla di ri-regolamentazione. Le nuove regole però vengono scritte in larga misura dai medesimi che avevano prodotto, o accettato, i metodi che hanno portato alla bancarotta. In un sostanziale silenzio della politica: la quale è fieramente impegnata, qui da noi, nella grande lotta per la liberalizzazione dei
tassì. Che, invece, le procedure per mettere freno alle truffe finanziarie o che il problema dei tassi di interesse attivi e passivi riguardi la vita di tutti, compresi quelli che non hanno in banca neanche un centesimo, sembra non interessare, essendo materia per esperti. Certo che bisogna rendersi esperti. Ma bisognerebbe evitare che siano considerati tali solo i ragazzi della Goldman Sachs.
Può darsi che siano fuori tempo le leggi dei tempi di Roosvelt che impedivano alle banche la gara dei tassi di interesse sui conti correnti o quelle che fissavano un tasso massimo per l’interesse sui prestiti per evitare pretese da usura. Ma non è fuori tempo occuparsi di quali abbiano da essere le norme per regolare i movimenti finanziari, per impedire che le imprese vengano strangolate dal credito che manca o le famiglie dal mutuo che le opprime. Abbiamo dovuto aspettare la Merkel e Sarkozy per riconoscere che occorre battersi per la tassa proposta da Tobin, che non era un rivoluzionario. Monti ci ha fatto sapere di essere stato suo allievo:
immagino che si sarà pentito di averlo lasciato predicare da solo quando era in vita.
Nel saggio dei tre di Zurigo (ma due di loro sono italiani all’estero) c’è una immagine della galassia finanziaria che sembra un cielo notturno fitto fitto di puntini luminosi tra i quali spiccano dei punti più grandicelli.
Quelle 147 stelle fisse possono apparire distanti anni luce dalla possibilità di un normale abitante della terra. Ma non è così. Tutto il potere di questi magnati della finanza e dei politici che li assecondano deriva dalle idee che hanno messo nella testa dei terrestri. È su questo campo – quello della battaglia culturale – che bisogna battersi in primo luogo per poter vincere gli influssi maligni di idee utili solo ai potentati del denaro.
Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi