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La marcia che dà forza ai No Tav

In piazza movimenti, partiti e sindacati. Insieme nel precetto gandhiano secondo il quale «le leggi ingiuste si ignorano»

«Da questa marcia così partecipata dobbiamo prendere una grande forza perché la lotta è ancora lunga». Il corteo che ieri si è snodato da Bussoleno a Susa è stato tra i più imponenti del popolo No Tav. Il leader Alberto Perino avverte: «Quasi sicuramente arriveranno martedì mattina per replicare ciò che hanno fatto il 27 giugno: cercheranno di sbaraccare la baita Clarea e di prendere tutti i terreni». Quindi non è in ballo soltanto l’area che dovrebbe interessare l’ipotizzato cantiere alla Maddalena di Chiomonte ma tutta la porzione di territorio circostante.
«Qualcuno (il procuratore capo Gian Carlo Caselli) dice che la legalità non è una ciabatta che si infila quando fa comodo, noi vorremmo semplicemente che fosse uguale per tutti», continua Perino che si scaglia contro chi esercita «il diritto dei più forti, disponendo delle armi e muovendosi senza alcun diritto e giustificazione legale, perché l’ordinanza del Prefetto fa riferimento ad un’altra area». Vengono chiamati a raccolta tutti i valsusini per passare la notte tra lunedì e martedì alla baita Clarea sulla base del precetto gandhiano per cui «le leggi ingiuste semplicemente si ignorano».
Per Lele Rizzo, del centro sociale Askatasuna, «non è stato un semplice corteo, ma una delle manifestazioni più grandi della Valsusa». Gli organizzatori quantificano i partecipanti in 75mila, visto che il corteo è stato in grado di occupare sei chilometri e mezzo degli otto che costituivano il percorso complessivo dal Bussoleno a Susa. Un pensiero particolare è stato rivolto, più volte nel corso della manifestazione, alle «persone in carcere, che hanno lottato insieme a noi con generosità in questi anni» per le quali si chiede «libertà».
Ma soprattutto in piazza si è rivista «la Valle», chiamata a raccolta dalla Comunità Montana e dall’assemblea dei sindaci: sono stati proprio gli amministratori con la fascia tricolore al collo ad aprire la mobilitazione, seguiti dai bimbi che, chiedendo «più trenini», garantiscono quella trasversalità anagrafica che da 23 anni costituisce una sorta di marchio di fabbrica del movimento No Tav. Certo la solidarietà dal resto del Paese è stata palpabile, testimoniata dagli 80 pullman e dai treni che hanno portato manifestanti da Roma come dalla Toscana, dalle Marche e dalla Sicilia, da Milano e dal nord est. Le bandiere No Ponte mescolate a quelle No Dal Molin fino ai cartelli con i redditi dichiarati dal governo dei tecnici, sormontati dalla scritta «a loro i soldini, a noi i soldatini». E quelle dei partiti, Sel, Rifondazione Comunista, Verdi, MoVimento 5 Stelle e ancora Comunisti italiani e Sinistra Critica. Hanno aderito molte associazioni, da Legambiente a Emergency. Presente ai massimi livelli la Fiom, con il segretario generale Maurizio Landini, il responsabile nazionale auto Giorgio Airaudo e Giorgio Cremaschi. Landini ha confessato di venire per la prima volta in Valsusa, a differenza della sua organizzazione da sempre vicina ai No Tav e di essere colpito da quello che definisce un autentico «movimento del popolo, che chiede di essere ascoltato e di contare nelle decisioni che lo riguardano». Quindi il messaggio che arriva dalla Valle è che «bisogna costruire un nuovo modello di sviluppo, che tenga conto della sostenibilità ambientale e non faccia spendere soldi per opere inutili a chi è colpito da tagli agli stipendi e alle pensioni». Del resto, continua Landini, «questo è un Paese in cui Trenitalia decide di lasciare a casa 800 lavoratori che con i convogli notturni tenevano uniti Nord e Sud dicendo che non ci sono risorse, mentre basta una nevicata per mettere in ginocchio il trasporto ferroviario».
Per l’Alta velocità però i soldi si trovano, in quali tasche lo spiega il docente del Politecnico Massimo Zucchetti, tra gli interventi a fine corteo. «In questa storia ho un interesse privato – dice con ironia Zucchetti – mio figlio Stefano ha quattro anni e non ho intenzione che paghi quest’opera dannosa, con un project financing al 6%, un costo di ventidue miliardi». Applausi dal pubblico dove si erge il cartello «il cervello terrorizza il manganello» mentre nella piazza di Susa sventolano a mo’ di monito bandiere della Grecia, e gli organizzatori ripongono il carro allegorico che ha caratterizzato la mobilitazione con la Banca Centrale Europea e tra i personaggi presi di mira i due Mario: Monti e Draghi, considerati dalla piazza fautori di un mondo molto lontano da quello che si vorrebbe realizzare qui.

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