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PINO FERRARIS: C'ERA UNA VOLTA LA CLASSE GENERALE
PARABOLA LAVORO

Il “lungo maggio italiano” parte dalle fabbriche per mettere
in discussione i “poteri forti” e le loro istituzioni determinando
il decennio della centralità operaia

La rivoluzione tecnologica in risposta alle lotte operaie
crea le condizioni per la controrivoluzione degli anni ‘80.
Quando il lavoro verrà fatto scomparire dal panorama
politico e culturale

Pino Ferraris*

Negli anni ‘60 il mondo è percorso da due cicli di movimento sociale. La contestazione giovanile e studentesca che ha connotati fortemente libertari di critica di una società burocratizzata e gerarchica e un fermento industriale che, in forme complesse e variegate (lotte rivendicative radicali, alto turn-over, assenteismo, sabotaggio…), minaccia seriamente la governabilità della rigida costrizione fordista del lavoro.
Da punti di attacco diversi i due movimenti mettevano in discussione quella che Sennet chiama il «capitalismo sociale militarizzato» forgiato dentro le due guerre mondiali e che trova la sua manifestazione trionfante nel «trentennio glorioso» (1945-1975)
strutturato dagli schemi mentali, dall’ordine organizzativo e dalle discriminanti politiche dettati dalla esperienza di guerra, calda o fredda. Questi due cicli dell’azione sociale che percorrono tutto l’Occidente capitalistico hanno differenti sviluppi nei diversi Paesi: hanno svolgimenti separati come in Germania e negli Stati uniti, incontri istantanei ed esplosivi come nel maggio francese, incastri e contaminazioni profonde e durature come nel caso italiano.
Occorre però rilevare che tutti questi movimenti avevano in comune una radicalità democratica e una straordinaria esigenza libertaria. Non sono contenibili all’interno di mere risposte di risarcimento salariale: si tratta di mettere in gioco i rapporti di potere.
Non a caso il famoso rapporto della Trilaterale del 1973 parla della patologia di quei tempi come di un «eccesso di democrazia» che genera una crisi di governabilità delle imprese e dello stato.
Il rapporto indica alla politica la via della emancipazione dei partiti dalla società civile per sottrarre i governi dall’inflazione della domanda sociale. Proprio negli anni 70 si avvia, soprattutto in Europa, quel processo di crisi e superamento dei partiti di
massa che condurrà alla transizione dallo stato dei partiti verso gli attuali sistemi di partiti di stato. Contemporaneamente nel decennio 70 si avvia un processo di ristrutturazione delle imprese alla ricerca di una loro flessibile risposta all’«ambiente turbolento» (insubordinazione del lavoro, stagnazione dei mercati, personalizzazione dei consumi) cercando di andare oltre le rigidità del fordismo.
All’interno di questo quadro internazionale si colloca la particolarità del «maggio strisciante» italiano che trova la sua nota specifica nella radicalità e nella qualità del 69 operaio che interagendo con il movimento studentesco e con la sua spinta anti-autoritaria esplicita pienamente i contenuti libertari che percorrono l’insubordinazione
operaia alla condizione di lavoro coatto di tipo fordista che serpeggia in tutto
l’Occidente industrializzato.
La centralità operaia nel biennio 68-69 segna le tre caratteristiche dell’esperienza italiana: essa favorisce la espansione della conflittualità verso molteplici aree sociali ( i quartieri, le campagne, i tecnici, i medici, i magistrati, gli insegnanti…); essa sta alla base della processualità lunga dei conflitti che è propria del cosiddetto «maggio strisciante italiano»; essa incide in modo secco e profondo sui nervi sensibili dei rapporti di produzione, mette in discussione i «poteri forti». Senza l’«autunno caldo» dei metalmeccanici non ci sarebbe stata Piazza Fontana e la strategia della tensione. Ma alla base di questa collocazione centrale della classe operaia nella cosiddetta stagione dei movimenti c’è la specificità tutta italiana di una lotta di fabbrica che cerca di esprimere in nuovi istituti di democrazia radicale l’istanza libertaria che percorre l’insieme della mobilitazione sociale: nascono i delegati operai e i consigli di fabbrica.
Sulla genesi e sulla vicenda del movimento dei consigli vi è stato un impegno di analisi sociologica.
Direi che non esiste una seria indagine e ricostruzione storiografica.
Del resto la storiografia non ha ancora colto il biennio 68-69 nella sua unità e nel suo
valore periodizzante della storia nazionale come lo furono i bienni 1919-1920 e 1943-1945. Il ‘68, l’anno degli studenti, viene collocato nell’ambito di una rivolta generazionale dei giovani, il ‘69, anno degli operai, come momento innovativo dentro la storia specialistica delle relazioni industriali Il sociologo Alessandro Pizzorno
interpreta la nascita dei consigli come la convergenza di due spinte: da una parte l’esigenza della nuova figura dell’operaio comune fordista di cercare di darsi una identità e di ottenere un riconoscimento e dall’altra parte la necessità del sindacato di realizzare, attraverso l’uso strumentale dei delegati e dei consigli, il controllo
delle dinamiche rivendicative e la sua presenza in fabbrica.
In netta polemica con Pizzorno il sociologo del lavoro Guido Romagnoli parla di un movimento spontaneo dei delegati che non è prodotto dalla risposta sindacale ad un movimento di lotta che gli sfugge. Il movimento dei delegati, secondo Romagnoli, si
inserisce nella più ampia politicizzazione del sociale e nell’emergenza di forme associative della solidarietà in competizione con le strutture gerarchiche di dominio che si manifestano nelle scuole come nei quartieri, all’interno delle professioni così come nella contestazione delle gerarchie della chiesa.
La sociologa Ida Regalia, che con più sistematicità ha indagato l’esperienza dei delegati e dei consigli, sostiene che il delegato nella forma radicalmente nuova in cui appare alle officine Ausiliarie della Fiat come emissario del gruppo operaio omogeneo,
eletto su scheda bianca e revocabile, nasce fuori dalla cultura e dalla esperienza preesistente del sindacato. I cosiddetti consigli di fabbrica dell’Italsider del 1965-66 sono sezioni sindacali della Fiom su base elettorale allargata, i «delegati di linea e di cottimo» in Fiat del giugno ‘69 sono fiduciari esperti della Commissione interna,
gli stessi «delegati di lotta» cui viene trasferita gran parte della gestione del conflitto nell’autunno caldo, non si collocano in una concezione nuova della rappresentanza operaia. La scelta operativa del sindacato metalmeccanico di decentrare la gestione delle lotte dell’autunno caldo produce «conseguenze impreviste» scaturite dall’intreccio tra spontaneità e nuova cultura politica: i delegati di lotta si allargano, si consolidano sia come strumenti di conflitto e di contrattazione, sia come portavoce diretti degli operai del reparto e poi della fabbrica in autonomia dalle istanze sindacali esterne. Si realizza nei punti alti dell’esperienza dei consigli un tipo di democrazia nuova che non è democrazia diretta assembleare e nemmeno democrazia
rappresentativa tradizionale ma una sorta di democrazia di mandato «che riduce al minimo la distanza tra partecipazione diretta e delega, tra movimento e organizzazione». Ida Regalia sottolinea come un’invenzione così complessa non poteva essere frutto soltanto della spontaneità ma anche di culture politiche che essa individua soprattutto nella
sinistra socialista libertaria che si richiamava a Panzieri e a Foa e al personalismo partecipativo e classista che si esprimeva nel dissenso cattolico. Le resistenze più forti venivano dalla cultura comunista.(Eccetto Sergio Garavini e, con prudenza, Trentin).
Sul versante del lavoro l’interazione con le lotte studentesche soprattutto nel 1968 dilata negli operai le opportunità del conflitto, suggerisce nuovi repertori delle forme di lotta e soprattutto inserisce all’interno del codice binario di sfruttatore e sfruttato il nuovo codice anti-autoritario della opposizione tra chi comanda e chi ubbidisce, chi ha il potere e chi non l’ha, intrecciando emancipazione sociale e liberazione politica. Ma paradossalmente nel 1969, quando più diffuso diventa lo slogan «operai e studenti uniti nella lotta» i due movimenti di massa, quello operaio e quello studentesco, prendono direzioni divaricanti. Il movimento politico di massa studentesco, libertario e innovativo, esce, per così dire da se stesso, si infila nel tradizionalismo politico e culturale e, via via, si intruppa nell’universo competitivo
dei micro-partiti.
Questo avviene in perfetta sincronia con una mobilitazione operaia che esprime invece
il momento più alto della sua creatività e della sua originalità istituente di massa con la nascita dei delegati e dei consigli di fabbrica.
Si possono vedere in essi quegli «istituti di nuova democrazia sociale autogestionaria» che indicava Panzieri nelle tesi sul controllo operaio.
Questa dimensione strutturata della democrazia di massa non significava l’annullamento del partito e del sindacato ma implicava la realizzazione di una più ricca e articolata presenza dell’associazionismo politico-sociale che imponeva una ridefinizione del ruolo del partito e sia della forma tradizionale del sindacato. La grande maggioranza delle forze politiche nuove fu contro il movimento dei consigli operai (da Lotta continua a Potere operaio).
La conferenza operaia del Pci del 1970 indicò come pericolosa la «mitologia consiliare». Il Pci e la corrente comunista maggioritaria nella Cgil tentarono di neutralizzare e normalizzare la dirompente innovazione dei delegati di gruppo omogeneo e dei consigli.
La completa sindacalizzazione dei consigli ne ridusse il loro respiro politico e, progressivamente, anche la loro radicalità democratica. Vi fu molta letteratura operaista ma poca connessione operativa, poca elaborazione politico-culturale intorno agli operai dei consigli. Certamente «medicina democratica», con Oddone e Maccacaro segna una importante esperienza culturale e associativa che trae ispirazione diretta dalla nuova realtà operaia, così come raccolgono i nuovi impulsi che vengono dall’esperienza operaia i giovani giuslavoristi e i magistrati del lavoro che danno
origine a Magistratura democratica.
Solo la «sinistra sindacale» sembra scommettere la sua identità e il suo destino sullo sviluppo di questa esperienza. Ma qual è il suo retroterra politico? Quel piccolo e rissoso partito che è il Pdup? L’orizzonte che apriva il movimento dei delegati e dei
consigli non poteva esaurire le sue potenzialità soltanto all’interno di un progetto di innovazione del sindacato. Invocava anche più ambiziose aperture politiche.
Occorrerebbe quindi definire meglio quale è stata la «centralità operaia» subito dopo il ‘69.
Mariuccia Salvati mette in evidenza il fatto che alla rottura sociale innovativa del biennio ‘68-69 fa riscontro sul fronte politico «il recupero di culture politiche da immediato dopoguerra».
La modernizzazione e la democratizzazione della vita sociale, la realizzazione di importanti riforme negli anni 70 va di pari passo con una regressione della cultura politica sia di governo che d’opposizione. A sinistra si pensi all’anacronistico recupero di antiquati ideologismi e di pratiche autoritarie di organizzazione nella
cosiddetta «nuova sinistra», al partito comunista di Berlinguer che mentre lancia il compromesso storico pretende di affermare la diversità del codice genetico dei comunisti, per non parlare della delirante deriva del terrorismo rosso.
Il nucleo culturale e pratico emergente dalla rottura del biennio 68-69 che giustamente Trentin individua nel personalismo libertario non ha sviluppi culturali e politici a sinistra. La rottura della vecchia gabbia gerarchica del «capitalismo sociale militarizzato» precipiterà in una cultura di destra dell’individualismo liberista, non nel personalismo solidaristico.
Lo slogan di quegli anni era «questo non è che l’inizio». Ci fu allora un nuovo inizio ma veniva dall’altra parte, dalla parte dell’impresa.
Un primo segnale dei limiti dell’egemonia operaia fu l’esplosione della lunga rivolta di Reggio Calabria già nel luglio del ‘70. Nel biennio ‘68-69 le lotte bracciantili con la solidarietà operaia all’eccidio di Avola, le lotte di Nord e Sud contro le gabbie salariali, le mobilitazione nelle isole industriali metalmeccaniche e chimiche del
Meridione avevano disegnato la possibilità di un «Nord e Sud uniti nella lotta». Reggio Calabria ebbe un impatto forte a Torino nella giovane classe operaia di provenienza meridionale. Fu questo rimbalzo nel Nord che mi spinse immediatamente a scendere da
Torino per seguire e capire i fatti di Reggio Calabria. Ormai la questione meridionale non si concentrava più nelle lotte bracciantili e nei conflitti nei poli industriali ma si poneva come questione di disagio e di ribellione nelle grandi e disgregate città meridionali (le nuove marginalità, la devianza criminale, il sottogoverno). Le generose vertenze per lo sviluppo del Sud, la riconquista di Reggio da parte dei metalmeccanici nel 1972 furono atti prevalentemente simbolici.
Ma il punto di svolta fu il 1973.
In quell’anno coincidono l’ultima prova di forza dei metalmeccanici («occupazione» della Fiat, conquista dell’inquadramento unico con il contratto nazionale) e la prima crisi petrolifera che apre gli anni della stagflazione. (dal ‘73 al ‘79 la lira perde il 50% del suo valore). Nelle grandi e medie imprese che furono il cuore della
conflittualità negli anni precedenti si realizza ora una sorta di «tregua sociale» che reggerà dal 1973 al 1979-80. Gli operai della grande e media fabbrica in quegli anni appaiono come i «garantiti».
Garantiti nell’occupazione rispetto a una forza lavoro giovanile che ristagnava sempre più nella marginalità sociale. Garantiti rispetto all’inflazione: con l’accordo sul punto unico di contingenza del 1975 si realizzava un recupero salariale fortemente egualitario anche rispetto alle qualifiche più alte del lavoro impiegatizio.
(...)
Proprio in quegli stessi anni si avvia in Italia, come risposta alla conflittualità, il processo di innovazione tecnologica su base elettronica ed informatica che negli anni successivi rivoluzionerà in tutto il mondo lo scenario economico e sociale. L’introduzione massiccia di macchinario moderno nell’industria italiana è datata 1972-73, con un volume di investimenti tecnologici che collocano l’Italia tra i Paesi occidentali che hanno un parco macchine utensili giovane ed avanzato. La presenza del controllo numerico segue di poco quello degli Usa.
L’Italia diventa il secondo paese in Europa, dopo la Germania, nell’uso dei robot.
Negli anni 70, prima dell’esplosione dei personal computer e di internet, l’elettronica appariva soprattutto come la tecnologia dell’automazione flessibile, la tecnologia della robotizzazione delle macchine utensili, una tecnologia sostitutiva non solo della
mano ma anche del riflesso cerebrale dell’operaio. Sembrava che l’utopia del capitalismo iper-tecnicizzato fosse la fabbrica senza operai.
Con la nuove tecnologie l’operaio fordista perde sempre più la capacità di controllo dell’organizzazione del lavoro mentre il processo inflattivo lo spinge alla rincorsa salariale: non più la contestazione dell’uso delle forza lavoro ma richiesta di reddito, di essere come gli altri nel senso di poter consumare come gli altri.
L’egualitarismo perde le rivendicazioni di potere, i contenuti di libertà nel lavoro, la spinta di pari conoscenza e controllo. Si appiattisce nella richiesta dell’uguaglianza nei consumi. Va sempre più sullo sfondo il rapporto di produzione mentre emerge la
distinzione del reddito: la classe tende a diventare ceto sociale. La caratteristica decisiva della rivoluzione elettronica e informatica stava spostandosi dalla automazione del processo produttivo alla potenza della rete informatica e quindi verso quella automazione di integrazione che doveva rovesciare la tendenza di fondo lavoro di quasi due secoli di rivoluzione industriale.
Dalla caldaia a vapore della prima rivoluzione industriale alla catena di montaggio della seconda rivoluzione industriale, da Manchester a Detroit, si era sempre visto che al massimo di centralizzazione verticale del comando del capitale doveva andare di
pari passo il massimo di concentrazione orizzontale di macchine e di lavoratori. Con la regolazione informatica dei cicli di produzione in tempo reale questo lungo trend storico si rovescia: centralizzazione verticale del comando va di pari passo con decentramento orizzontale del lavoro.
Ci si può appropriare dei risultati della più estesa cooperazione tecnica frantumando invece quella cooperazione sociale della grande fabbrica che era stata da sempre il veicolo della solidarietà e della coalizione degli operai per il conflitto. Il decentramento centralizzante, la dispersione dei punti di lavoro e la concentrazione
della rete informatica di controllo ci dicono di una utopia capitalistica che non punta tanto alla fabbrica senza operai quanto agli operai senza fabbrica.
La sconfitta alla Fiat del 1980 che segnerà la vicenda sociale dei decenni successivi riassume in sé i limiti accumulati dal sindacato e dagli operai della grande fabbrica negli anni precedenti: il loro isolamento sociale sia verso il basso ( il lavoro periferico e non tutelato) sia verso l’alto (il ceto medio di fabbrica); la perdita di
conoscenza e di controllo dell’organizzazione del lavoro e del ciclo produttivo (il contratto del 79 imposto non nella fabbrica ma sulle piazze e nei disordini di strada).
Il decentramento industriale su scala globale e la terziarizzazione del mercato del lavoro ridimensionano il ruolo centrale della fabbrica come luogo della solidarietà, della coalizione e del conflitto sociale.
(...)
Ma credo che un fattore importante dello slittamento ai margini del lavoro sia dovuto (in Italia e in Europa) soprattutto dalla rottura del rapporto tra lavoro e politica. Si sono esauriti quasi due secoli di socialismo politico, che, pur nelle sue diverse
manifestazioni, si presentava come un progetto di trasformazione sociale radicato nella condizione del lavoro subordinato. Il crollo del comunismo e il mutamento genetico delle socialdemocrazie hanno spezzato questo nesso antico che poneva in primo piano il
ruolo dei lavoratori salariati nel processo storico di mutamento.
Una disfatta catastrofica del lavoro e delle sue organizzazioni tradizionali, la metamorfosi di una configurazione particolare del mondo del lavoro vengono interpretate come «fine del lavoro».
C’è una forte carica ideologica in queste affermazioni: la massiccia presenza sociologica del lavoro nelle società contemporanee è empiricamente evidente; ciò che si sottintende con la metafora della «fine del lavoro» è l’obbiettivo di una radicale svalutazione morale, giuridica, sociale ed economica del lavoro. (...)

*Stralci tratti da una conferenza tenuta
all’Università popolare di Pesaro il 3 ottobre 2008
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