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«Veltroni surreale, vuole aprire il congresso Pd»

Vendola all’ex sindaco: non chiedo scusa, sei un conservatore. Democratici sull’orlo di un congresso. Bindi: Nichi sbaglia, ma spesso sono più vicina a lui che a Walter

Veltroni aveva preteso le scuse da Vendola che lo ha definito rappresentante di una «destra in loden»? Altro che scuse. Dopo un giorno di no-comment, la replica del presidente di Sel si abbatte sul Pd.
Vendola si dice «sbalordito», disinteressato alle «polemiche spicciole» e alle «saghe di palazzo». Soprattutto, sa di non essere il vero obiettivo dell’ex sindaco di Roma. «Per aprire il congresso del Pd, Veltroni se la prende con me. È surreale», dice. «Con rispetto, non mi occupo di Veltroni, non parlo di Veltroni ma di contenuti per un cambiamento e una speranza. In tutto il mondo la contesa tra progressisti e conservatori è comprensibile» e invece «in Italia una parte del fronte progressista discute di abbattere l’articolo 18, soggiogata dalle ricette del liberismo». Liberismo: cioè l’accusa che l’ala sinistra fa a Veltroni.
Il presidente di Sel parla a margine della presentazione di un libro in cui c’è Rosy Bindi. Che coglie l’occasione per bacchettarlo: «Credo di avere titoli per parlare di Veltroni, sono l’unica che si è candidata contro la sua segreteria. Però se dico a un esponente del Pd che è di destra, usando l’espressione nel senso in cui la usate voi comunisti, non lo capisce nessuno». Poi però aggiunge una frase che capiscono bene tutti, e che parla delle divisioni interne al Pd: «Entriamo nel merito e io sono pronta a fare le mie valutazioni. E sono sicura che su molte cose ho un pensiero più vicino a Vendola che a Veltroni». Che sta nel suo partito.
E infatti dare del ‘destro’ a Veltroni non ha scatenato l’indignazione di tutti i democratici. Ieri Matteo Orfini al Fatto l’ha messa giù così, con un gioco di parole: «Non so dire se Veltroni sia più a destra o più a sinistra. Di sicuro è più conservatore di me». Replicaccia di Stella Bianchi, della minoranza Modem: sull’articolo 18 Veltroni non ha «particolari differenze» con la posizione del partito, e il sospetto è che Orfini coltivi «la propria visibilità personale». Già dieci giorni fa il responsabile economico Stefano Fassina aveva spiegato che la posizione di Veltroni sul mercato del lavoro era «minoritaria e più vicina alle proposte del centrodestra».
Fassina e Orfini sono due dirigenti della segreteria nazionale. Vicini a Bersani, che è il vero obiettivo dello scontro: lui, la sua segreteria e il suo aperto intento di non far proseguire oltre il 2013 l’esperienza del governo tecnico. Né la coalizione di centro-sinistra-destra che oggi, in forma sciolta di maggioranza, sostiene Monti.
E che l’attacco di Veltroni sia, proprio come dice Vendola, il fischio d’inizio di un congresso ancora non convocato, lo dimostrano anche le parole di Bindi, schierata su un terzo fronte interno. I ragazzi «che vogliono rifare la socialdemocrazia» (leggi Orfini e Fassina) non vanno «da nessuna parte». Quelli che «sperano in un partito dei moderati, magari guidato da Passera» agitano «solo posizioni personali». Serve un’alleanza larga, «sul modello dell’Ulivo, sfruttando il potenziale coalizionale del Pd», senza esclusioni a sinistra, recuperando «i cattolici non intruppati» e non regalando «Casini alla destra, né la destra a Casini». Programma ambiziosissimo, bersanianissimo e poco attuabile, se non nel suo piano B, e cioè il ritorno ad un’alleanza classica di centrosinistra. Appunto, «sul modello dell’Ulivo», non lontana dal «nuovo Ulivo» della famigerata foto di Vasto che lo stesso Bersani aveva proposto nell’autunno scorso, Avanti Monti. Nel Dopo Monti è riproponibile?
Vendola è pronto: «Siamo disposti a trovare un compromesso con i moderati per costruire un centrosinistra e fare alleanze in grado di vincere, ma la precondizione non può essere il suicidio della sinistra, l’accettazione di tutti i totem e i tabù di una cultura conservatrice».
Resta che il cambio di marcia con cui Sel sta conducendo l’affondo sul Pd – due giorni fa Gennaro Migliore aveva auspicato un’«unità a sinistra» con «gran parte del Pd», paventando una rottura interna – rischia di far saltare i nervi a un partito che li ha a fior di pelle. Ieri Europa si è rivolta direttamente a Bersani: «Sarebbe stato meglio che il Pd (…) rispondesse al leader di Sel che i democratici non sono disposti a farsi tagliare a fette». Nel caso, però, il salumerie non sarebbe Vendola, ma il Pd stesso.
La resa dei conti nel Pd è iniziata. Invece tra Vendola e Veltroni finisce male: alle agenzie risulta che il leader di Sel abbia citato l’«agghiacciante» pronunciato da Prodi all’indirizzo di un’altra spericolata dichiarazione di Veltroni. Poi fra i due (l’ex premier e il suo vice) c’era stato un chiarimento. Vendola smentisce la citazione, Prodi chiede di non essere tirato in ballo. Anche perché – ma questo lo aggiungiamo noi – il Professore con Veltroni ha già dato.

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