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Spagna «laboral», i sindacati proclamano lo sciopero generale

Come era lecito attendersi, dal governo spagnolo di Mariano Rajoy non è giunta risposta alcuna alla richiesta di aprire un negoziato sulla riforma del mercato del lavoro, formulata ufficialmente a più riprese dai sindacati. Di conseguenza, le confederazioni Comisiones Obreras (CcOo) e Unión General de Trabajadores (Ugt) hanno rotto gli indugi, decidendo di proclamare lo sciopero generale per il prossimo giovedì 29 marzo. Sarà il sesto della recente storia democratica del paese iberico. Dopo la convalida da parte del parlamento, avvenuta l’altro ieri, del decreto che rende più facili i licenziamenti e smonta la contrattazione collettiva, ora si apre una fase in cui è possibile introdurre modifiche da parte delle due camere, prima della sua approvazione definitiva in legge, prevista entro un mese. Per questa ragione, le organizzazioni dei lavoratori vogliono esercitare il massimo della pressione di cui sono capaci, in tempo utile per rendere possibile un eventuale miglioramento del testo durante l’esame parlamentare.
Nella conferenza stampa in cui hanno spiegato le ragioni della mobilitazione, i segretari generali delle centrali sindacali, Ignacio Fernández Toxo (CcOo) e Cándido Méndez (Ugt), hanno voluto chiarire che sono pronti a sospenderla nel caso in cui l’esecutivo del Partido popular abbandoni il suo atteggiamento di chiusura totale al dialogo. Eventualità che appare assai remota, soprattutto se si tiene in considerazione che il governo di Madrid deve mostrare alla Commissione europea «fermezza» nel «cammino delle riforme»: da Bruxelles, infatti, dipende il margine di manovra che Rajoy e i suoi ministri avranno nel definire la prossima legge finanziaria, che presenteranno a fine mese. Secondo le autorità comunitarie, la Spagna nel 2012 dovrebbe contenere il proprio deficit al 4,4% in rapporto al Pil, mentre il governo nazionale vuole poter concedersi il 5,8%. Un obiettivo più realistico del precedente, dal momento che il bilancio del 2011 si è chiuso con un rapporto disavanzo\Pil superiore all’8% e il Paese si trova in recessione.
L’intreccio fra reforma laboral e «austerità» non è solo una questione del gioco diplomatico fra esecutivo locale ed europeo, ma rappresenta l’elemento-chiave del disegno organico di smantellamento dei diritti sociali, perseguito con determinazione dal Partido popular. Lo hanno sottolineato i dirigenti sindacali, spiegando che lo sciopero è «contro la riforma del mercato del lavoro e a difesa dei servizi pubblici», colpiti già duramente dai tagli dei finanziamenti statali e regionali. Tagli che conterrà sicuramente anche la finanziaria in arrivo, comunque finisca il confronto tra Madrid e Bruxelles: il ministro dell’economia Luis de Guindos non lascia passare giorno senza metterlo bene in chiaro.
Le settimane che la Spagna ha di fronte a sé si annunciano dunque particolarmente intense, anche perché domenica 25 andranno alle urne gli elettori dell’Andalusia e delle Asturie per rinnovare i parlamenti regionali. Un test di indubbio rilievo nazionale. La campagna elettorale è già entrata nel vivo e il Partito socialista (Psoe) spera che il surriscaldarsi del clima sociale possa beneficiarlo, o quantomeno possa impedire la schiacciante vittoria degli avversari, data per scontata sino a pochi giorni fa. Gli ultimi sondaggi d’opinione segnalano (oltre a un buon risultato di Izquierda Unida) una leggera inversione di tendenza rispetto all’ascesa trionfale del Partido popular, che si mostra tuttavia sicuro di poter strappare al Psoe anche l’ultimo bastione che gli rimane, la storica roccaforte andalusa che governa da 30 anni.

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