Il documento chiede inoltre che l'Assemblea regionale esprima “la propria preoccupazione per le conseguenze che si verranno a produrre nei luoghi di lavoro con l'applicazione della riforma, il cui effetto rischia di aggravare processi di frammentazione contrattuale e sperequazione salariale lesivi dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici”. Viene infine ribadito “il diritto dei lavoratori e delle lavoratrici a tutelarsi attraverso specifiche organizzazioni democratiche, a cui va riconosciuta la piena legittimità nella rappresentanza degli interessi dei propri associati, come sancito dalla Costituzione, che all'articolo 1 fonda la Repubblica Italiana sul lavoro”.

I tre consiglieri regionali evidenziano che “la modifica dell'articolo 18, mantenendo in essere la possibilità di reintegro esclusivamente per i licenziamenti di natura discriminatoria e, in via eccezionale, per quelli per motivi disciplinari riconosciuti dall'autorità giudiziaria come infondati, introduce il concetto di monetizzazione, ovvero la libertà di licenziamenti per motivi economici, causando la sostanziale erosione dei diritti fondamentali dei lavoratori. Il combinato disposto dall'applicazione di questo accordo e della riforma del sistema pensionistico del dicembre 2011, rischia di avere un ulteriore effetto devastante sul piano sociale, aprendo la via ai licenziamenti facili per tutti quei lavoratori più anziani per i quali è stata aumentata l'età pensionabile, creando un problema sociale drammatico”.

Stufara, Dottorini e Brutti rilevano che “il mantenimento del reintegro per i licenziamenti discriminatori rappresenta una tutela effimera, visto che l'intento discriminatorio non viene mai nominato ed è di difficile dimostrazione in sede giudiziaria, aprendo di fatto la strada a licenziamenti individuali per i quali venissero addotti, sul piano formale, motivi di tipo economico, aggirando ogni tipo di regolazione, incluse quelle derivate dall'applicazione di normative Europee. Così anche nell'ordinamento giuridico italiano si rischia di dare vita ad un meccanismo teso alla disarticolazione dei diritti fondamentali dei lavoratori e delle lavoratrici, fino a ledere la stessa dignità del lavoro”.

Gli esponenti della maggioranza concludono osservando che “la modifica dell'articolo18 è dettata solo da motivi ideologici e non ha nessuna connessione con l'aumento degli investimenti esterni, con l'aumento della produzione e della produttività e con la creazione di nuovi posti di lavoro, sopratutto per i giovani. La riforma del mercato del lavoro, che era stata presentata come necessaria ed urgente per cancellare la precarietà e per estendere gli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori, si è risolta di fatto nella sola modifica dell'articolo 18: 'una proposta totalmente squilibrata', come afferma Susanna Camusso, che non prevede neanche quelle indispensabili risorse finanziarie aggiuntive per gli ammortizzatori sociali, ma solo una diversa distribuzione di quelle esistenti”.