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Verso il 9 marzo. Intervista a Stefano Rodotà. "Europa migliore con la difesa dell'Art. 18"

Stefano Rodotà è tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Dunque un intellettuale, un giurista che sa come replicare a chi vorrebbe cancellare l’articolo 18 considerandolo un inutile orpello del passato che blocca gli investimenti in Italia. Controlacrisi lo ha intervistato alla vigilia dello sciopero indetto dalla Fiom il prossimo 9 marzo proprio per contrastare i tentativi dell’esecutivo e della Confindustria di cancellare appunto un diritto storico conquistato quarant’anni dai lavoratori.

Professor Rodotà, come ricorderà dieci anni fa la Cgil e il suo segretario generale organizzarono una grande manifestazione per contrastare il tentativo dell’allora governo Berlusconi di cancellare lo Statuto dei lavoratori. Allora Cofferati e i lavoratori vinsero quella battaglia. Oggi che previsioni possiamo fare?

Io sono sempre in difficoltà nel fare le previsioni. Provo invece ad analizzare le situazioni che abbiamo di fronte. Non c’è dubbio che in questo momento, anche al di là dell’articolo 18, è in atto una messa in discussione dei diritti e in qualche caso si può pure parlare di un attacco vero e proprio. Perché non c’è solo l’economia, non c’è solo l’efficienza, non c’è solo la riduzione di qualsiasi tipo di costo, ma, insisto, ci sono i diritti. Si evoca, per giustificare questo attacco, l’Europa. Certo, c’è un’Europa economica e prepotente, un’Europa politica evanescente ma c’è anche, sia pure nell’ombra, un’Europa dei diritti. Non dobbiamo dimenticare che in questo periodo si fanno continui richiami al Trattato di Lisbona e alla necessità di adeguarsi, ma poi però si dimentica che all’interno di questo trattato c’è una norma che dice che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Quindi noi abbiamo messo completamente tra parentesi o cancellato questo aspetto fondamentale, pensiamo alla situazione greca, e abbiamo messo al centro semplicemente il principio di concorrenza e la logica del mercato. Qui voglio solo ricordare un articolo della Carta dei diritti che dice, “l’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali che assicurano protezione in casi quali la maternità, la malattia, gli infortuni sul lavoro, la dipendenza o la vecchiaia oltre che in caso di perdita del posto di lavoro”. C’è quindi una norma molto ampia che mette il lavoro al centro dell’attenzione, tant’è che si è sostenuto in Italia, secondo me giustamente, che questa norma per esempio, è quella che consentirebbe di fare un discorso serio e concreto sul reddito universale e di cittadinanza. In questo contesto il fatto che il sindacato, sia pure una parte di esso, in un momento di difficoltà per tutti ricordi che ci sono i diritti, mi pare sia qualcosa di cui noi dobbiamo tenere presente. Aggiungo poi che c’è un riconoscimento comune per quanto riguarda l’articolo 18, e cioè che è una norma contro le discriminazioni. In un momento in cui c’è un tema drammaticamente visibile non solo in Italia che è quello della crescita delle disuguaglianze, tutte le norme che hanno come finalità quella di evitare discriminazioni ed esclusioni dovrebbero essere valorizzate e non messe tra parentesi. Al contrario si può intervenire sulla lentezza delle procedure giudiziarie legate all’articolo 18 ma per renderlo più efficace e non per svuotarlo di significato.

Come rispondiamo a chi, come Confindustria, sostiene che fuori dall’Italia non c’è l’articolo 18?

Io devo dire la verità. Noi non possiamo operare queste forme di comparazione un po’ strumentali e non dobbiamo dimenticare che noi abbiamo complessivamente un sistema di tutela dei diritti che non è anacronistico, ha un suo significato e una sua logica ed è stato costruito in maniera tale da garantire alle persone in Italia adeguate tutele. Se gli altri paesi hanno norme meno garantiste per i diritti non è una buona ragione per costruire un’Europa al ribasso, un’Europa del minimo comune denominatore per quanto riguarda appunto i diritti. Anzi, la Carta dei diritti può essere discussa in molti modi, ma c’è una norma, sui livelli di protezione, dove si dice che nessuna appunto delle norme che sono contenute nella Carta può diminuire il livello di garanzia raggiunta all’interno di un singolo Stato. Cioè si riconosce ci possono essere diversi livelli di garanzia che sono storicamente legati a condizioni politiche, culturali ed economiche. Ma si dice anche che, qualora ci sia nella Carta una norma che può essere intesa come meno garantista, come meno capace di riconoscere i diritti di quanto non facciano le legislazioni nazionali, la norma nazionale più forte sopravvive e rimane. Quindi questo argomento riduzionista deve essere assolutamente respinto e proprio nella logica della Carta dei diritti c’è questo principio. Se io posso raccontare l’origine di questa norma ricordando che, non per fare autocitazioni, sono stato tra quelli che questa Carta l’ha scritta, ricordo che a chiedere delle rassicurazioni erano stati quei paesi dell’area del Nord Europa, in particolare la Svezia e la Danimarca, che temevano che proprio attraverso la Carta potesse essere messo in discussione il livello dei diritti sociali. Quindi l’argomento che viene portato citando gli altri paesi lascia il tempo che trova. Ci sono nazioni che hanno garanzie più forti, come noi per esempio. E il fatto di stare in Europa non ci obbliga affatto a ridurne il livello. Anzi, è utile ricordarlo, ci sono norme di salvaguardia della tutela più accentuate che non sono il frutto di una concessione. Sono il risultato invece di lotte sociali, di mobilitazioni culturali. Non c’è nessun aspetto di queste conquiste che possa essere considerato come un dono che qualcuno ad un certo punto può revocare.

Questa nuova offensiva contro l’articolo 18 ha una componente ideologica molto forte che un governo definito “tecnico” non avrebbe dovuto avere. Che cosa ne pensa?

Affrontare una questione che sapevamo tutti avere un elevatissimo valore simbolico e quindi politico in questo modo “tranchant”, sapendo che non si tratta di qualcosa di così determinante anche per le finalità che si dice di voler perseguire di una migliore efficienza - e molte imprese lo hanno riconosciuto anche facendo un calcolo sui costi e sui benefici - ha significato caricare eccessivamente il tutto di quei significati politici ed ideologici di cui parlavamo prima. Questo è un passaggio rispetto al quale io capisco, rispetto e ritengo utile l’iniziativa sindacale. Perché qualcuno lo deve pur ricordare, non solo le proteste singole e le prese di posizione di questo o di quello. A partire dal famoso articolo 8 del decreto Berlusconi dell’estate scorsa, quello che sta avvenendo è la cancellazione del diritto del lavoro in Italia. Certo, bisogna riformare il mercato del lavoro, cancellando quella proliferazione delle forme contrattuali che ha avuto tutta una serie di effetti negativi, come segmentare il mondo del lavoro, creando diversità e contrapposizioni. Bisogna così riunificarle intorno a tipi contrattuali omogenei, ridotti. Certamente questo è un obiettivo, ma quello che non è ammissibile è che attraverso tutto questo passi una riduzione dei diritti e una messa in discussione dell’intero sistema del diritto del lavoro. Se noi leggiamo l’articolo 1 del decreto Crescitalia, c’è una presentazione dell’intero tema, un po’ l’intelaiatura ideologica di questo tipo di manovra, che mette in primo piano il diritto d’impresa e il principio di concorrenza subordinando a queste finalità l’intero sistema dei diritti costituzionali. L’articolo 41 della Costituzione è nettissimo quando dice che l’iniziativa economica privata è libera, e smentisce la tesi per cui la nostra Carta costituzionale non si sarebbe occupata della libertà economica; ma dice poi che non può mai essere esercitata pregiudicando la sicurezza e la libertà e la dignità delle persone. Quindi il principio di riferimento è questo: sicurezza, libertà e dignità che è la condizione per la legittimità dell’esercizio dell’attività economica. Questo è il quadro che viene ora. Si possono certamente introdurre modifiche nel mercato del lavoro ma il quadro di riferimento è appunto quella politica costituzionale indicata con molta nettezza nell’articolo 41. E non si può dire che sia superato. Basti pensare a come erano lungimiranti i costituenti: compresero che nessuna attività economica può essere priva di limiti. Loro li hanno elencati e hanno messo al primo posto la sicurezza, mostrando appunto una grandissima lungimiranza viste le morti bianche alle quali siamo costretti ad assistere. Che poi non è soltanto la sicurezza del lavoro ma lo è rispetto a molte altre cose. L’attività economica privata per esempio non dovrebbe mettere in discussione la sicurezza attraverso la speculazione sul territorio che provoca poi, come abbiamo visto, morti ad ogni prima pioggia. Senza dimenticare la sicurezza per esempio dei prodotti che vengono messi in circolazione a cominciare dal cibo. C’è insomma questa idea di contesto che si vuole cancellare riducendo tutto alla sola logica di mercato.

Veniamo alle note dolenti della politica, con il principale partito d’opposizione diviso ed indeciso se difendere o meno la Costituzione, perché di questo si tratta. Posizione aggravata con l’annuncio che non parteciperanno alla manifestazione della Fiom perché ci saranno i no-tav. Credo che ogni commento sia superfluo…

Sono assolutamente d’accordo. C’è un punto in questo momento che io vorrei vedere così: c’è una giusta sollecitazione di Napolitano il quale dice che i partiti si debbono rinnovare. Lui ha parlato proprio di un rinnovamento culturale e programmatico nella lezione che ha fatto a Bologna quando ha ricevuto la laurea honoris causa. Però questo rinnovamento richiede una riflessione profonda sul mondo cambiato. Nello stesso tempo io insisto nel dire politica costituzionale, perché quando lo ricorda il Presidente della Repubblica, tutti si devono muovere all’interno di quel contesto. Non ne può uscire il Presidente della Repubblica, non ne possono uscire i parlamentari, e la ricostruzione dei partiti, almeno io dico dei partiti della sinistra che alla Costituzione non hanno mai rinunciato almeno formalmente, non può che partire da qui. Ecco il punto. In questo momento la difficoltà che c’è e le divisioni che si producono derivano anche dal fatto che proprio questa situazione di stato di necessità sembra ci impedisca di discostarci da questa specie di diritto naturale che è il diritto del mercato, un vincolo ed una difficoltà per il rinnovamento dei partiti.

E’ come se si fosse sempre sotto ricatto. “Voi mettete a rischio il governo Monti” ci dicono puntandoci l’indice contro!

E invece dove è il problema? Il problema è che questo governo esige la permanenza di un sostegno e ritiene essere un rischio la ripresa di una discussione culturale che ponga le basi per il rinnovamento della democrazia. Insomma si dice ai partiti, se voi riproponete una identità molto forte e netta e vi rinnovate dal punto di vista programmatico e culturale, rischiate di entrare in contraddizione con gli altri partner di questa inedita e singolare maggioranza e quindi mettete a rischio il governo. Un problema molto grande dunque, che pure è legato ad una esigenza importante. E se tutto questo non accade, se i partiti, tutti ma soprattutto quelli della sinistra, non riescono a ritrovare non genericamente consenso ma di nuovo un rapporto con quello che sta avvenendo in questa società, dove non c’è solo l’antipolitica ma c’è anche un’altra politica segnata dall’azione di molti, che in questi anni ha avuto rilievo, poi si va inevitabilmente incontro a scacchi come quello di Genova. Il risultato delle primarie del capoluogo ligure non è il frutto di una piccola manovra con un don Gallo cattivo che ha impedito alla Vincenzi e alla Pinotti di vincere. No, lì c’era da una parte semplicemente un conflitto interno al partito, e dall’altra una società che si riconosceva in un candidato. Come era successo in Puglia, a Milano, a Cagliari, a Napoli. Allora un piano di rinnovamento culturale e programmatico richiede naturalmente una riflessione ma anche che ci siano canali aperti con la società, altrimenti la debolezza diventa pericolosa.

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