Sabato 19 Aprile 2014 - Ultimo aggiornamento 12:00
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi
La rifondazione fallita

Il problema non è se dirsi comunisti, ma come eventualmente provare ad esserlo. È necessario interrogarsi sul fallimento del tentativo di rifondarlo per capire dove si è sbagliato. E non correre dietro a qualsiasi forma di disagio e di opposizione

Nel 2007 scrissi con Luigi Cavallaro un articolo a quattro mani pubblicato sulla rivista Essere comunisti. Il titolo era “Perché essere comunisti” e rappresentava una risposta critica a Piero Di Siena che poco prima aveva posto, anche se in modo meno aperto, un interrogativo analogo a quello che la Rossanda ha lanciato recentemente sul giornale. Pochi mesi prima ero intervenuto al convegno organizzato anche dal manifesto, i cui atti sono poi stati raccolti dalla Manifestolibri in Rive Gauche. La mia riflessione si intitolava “Affinché la vittoria della sinistra non diventi una iattura”. Era il periodo immediatamente antecedente le elezioni nelle quali l’alleanza di centrosinistra, l’Unione, era destinata a vincere, con i miseri risultati che oggi sappiamo e col disastro finale di cui ancora soffriamo le conseguenze.
Perché accennare a tutto ciò, pur lasciando da parte una valanga di altri allarmi lanciati a suo tempo? Perché non ci sto all’ennesima ripetizione, di quello che lentamente si sta trasformando in un gioco perverso. Personalmente sono comunista. Ma credo che il ripeterlo e il ripetermelo serva ormai a ben poco. Mi devo piuttosto interrogare sul come sia eventualmente possibile agire oggi in maniera coerente con questo bisogno. Perché nel frangente che stiamo attraversando il comunismo non solo non riesce più ad essere un movimento ma, come dimostra l’interrogativo della Rossanda, stenta addirittura a sopravvivere come bisogno.
Non è detto, infatti, che per il semplice affacciarsi sulla scena sociale un bisogno riesca ad avere un’esistenza reale. Come scriveva Marx sin dal 1843, «una cosa può essere resa necessaria dalla situazione», e alcuni soggetti possono affermare questa necessità, ma l’insieme delle condizioni esteriori possono precluderle «di entrare a far effettivamente parte della vita». In genere, quando ci si riferisce a queste condizioni esteriori le si immagina, opportunisticamente, solo come “forze indipendenti dai soggetti agenti”; nel nostro caso “la forza del capitale globale”. Ma appena un anno dopo Marx sottolineava che ciò non è necessariamente vero, visto che una condizione può essere esteriore per il fatto che l’individuo che vuole non ha la capacità di procedere in modo corrispondente alla sua stessa volontà. In questo caso è lui ad essere estraneo alla realtà con la quale si confronta, che rappresenta un dato. Vale a dire che si muove in un mondo che, nonostante faccia la sua vita, non conosce e non capisce, restando incapace di attuare i cambiamenti dei quali esprime un confuso bisogno. Un comportamento che ha esiti drammatici se il soggetto non riconosce l’esistenza di questo scarto e si ritiene invece già all’altezza del bisogno di cui si sente depositario. Ma questo bisogno, per diventare una forza vitale, deve assumere una forma socialmente valida, cioè deve esprimersi «in una maniera determinata, corrispondente all’oggetto della sua volontà». Altrimenti, ponendosi come una mera fantasia, è «impotente, e genera solo infelicità», o fa solo guai.
L’onere dell’essere comunisti
Venti anni fa prese corpo una salutare reazione al tentativo dei quadri dirigenti del Pci di liquidare quel partito, in una precipitosa reazione alla caduta del muro di Berlino. Definì giustamente come proprio obiettivo una “rifondazione” del movimento comunista. Col passare del tempo è però risultato evidente che quello che ha preso corpo non è stato il bisogno di assumere su di sé la crisi che aveva determinato quello sbocco, quanto il tentativo di imboccare tutte le scorciatoie che potessero servire a recuperare volontaristicamente il peso politico che il partito comunista ha avuto in passato. Come se non ci fosse una moltitudine di problemi ad ostruire questo percorso. Oggi possiamo tranquillamente riconoscere che la rifondazione non c’è stata, e le ricorrenti esaltazioni degli ultimi venti anni sulle cosiddette “riprese del movimento” – ad ogni stormir di dissenso – erano completamente fuori luogo.
Cavallaro, nel suo “Perché non possiamo non dirci comunisti”, sostiene che non bisogna fissare questo fallimento, e occorre invece prendere atto del movimento oggettivo che, definendosi magari in opposizione ideologica al comunismo, ha realizzato e sta realizzando una progressiva integrazione sociale degli individui. Si tratterebbe di sperimentare quella comunità materiale in formazione, sulla base della quale una comunità consapevolmente assunta su di sé dall’insieme della società potrà poi essere eretta.
L’ipotesi non fa una grinza. Ma regge solo ad una condizione: che ci si accontenti oggi di definirsi comunisti con una proiezione analoga a quella che caratterizzò il comunismo ai tempi di Marx. Ma proprio perché quella proiezione non si accompagnò affatto ad una capacità individuale generale come quella di Marx, sfociò nell’esatto opposto rispetto alla sua prospettazione, cioè nell’anelito ad uno «stato ideale di cose da instaurare». Uno stato ideale che in molti casi si trasformò in un vero e proprio inferno.
Per questo credo che chi voglia ancora dirsi comunista oggi debba riconoscere che in tal modo non sta muovendo da un positivo reale, del quale sarebbe depositario ma dai guai che hanno travolto il movimento e lo hanno fatto dissolvere. Per sfuggire a questo gravoso compito, la maggior parte di coloro che continuano a dirsi comunisti commettono un errore di partenza che aggrava la loro impotenza, e li condanna ad una ripetizione degli errori passati. Vediamo di che cosa si tratta.
Per sostenere la sua argomentazione Cavallaro richiama giustamente il testo dell’Ideologia tedesca nel quale Marx sottolinea che «il comunismo non è uno stato di cose, un ideale da instaurare, ma un movimento reale…» cioè un processo oggettivo di trasformazione della società, cosa sulla quale non c’è nulla da obiettare. Il problema emerge successivamente, quando fa riferimento alla traduzione canonica del testo, che continua «…che abolisce (aufhebt) lo stato di cose esistente». Ma l’aufheben di Marx è molto meno univoco di quanto il traduttore – che ha evidentemente riversato nel testo la sua visione del mondo – ritenesse. È vero che in termini legali il concetto rinvia all’abrogazione (delle leggi), all’annullamento (dei contratti), ma nel linguaggio quotidiano esso si riferisce innanzi tutto al “raccogliere”, al “serbare”, al “sollevare”. E’ ovvio che se i rapporti capitalistici debbono essere soltanto aboliti – se, come dice la Rossanda, basta «essere anticapitalisti» per avere la coscienza a posto – il compito dei comunisti è dei più banali. Non ci sarebbe uno stato di cose “ideale” da instaurare perché lo stesso pensiero non sarebbe necessario, visto che si tratterebbe solo di sfrondare la condizione naturalmente umana, di per sé positiva, dalle superfetazioni arbitrarie introdotte dalle relazioni capitalistiche. Ma se, invece, il comunismo consiste nel fatto che i rapporti capitalistici debbono, innanzi tutto, essere assunti su di sé come base da cui partire – come insieme di forze produttive che hanno dato inconsapevolmente corpo alla comunità che i comunisti vogliono trasformare in un insieme di rapporti consapevolmente assunti su di sé – tutto cambia. Emerge qui il problema principale del comunismo, del quale non c’è alcun segno che sia presente alla coscienza della maggior parte di coloro che “si dicono” comunisti, con l’elevata probabilità che resti del tutto irrisolto.
Non è un caso che, per confermare la possibilità di dirsi comunisti, Cavallaro abbia avuto bisogno di riferirsi al movimento passato, cioè alle conquiste attuate con lo Stato sociale keynesiano. Ipotizzando, poi, senza fondamento reale che le reazioni alla crisi, e quei bisogni sociali sottesi agli slogan sui beni comuni o sulla riconversione ecologica dell’economia, costituiscano “il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente”, in quanto rappresenterebbero una continuazione oggettiva di quel movimento nella direzione del comunismo.
Personalmente ritengo che questa deriva non sia di molto aiuto, perché siamo ad un punto di svolta nel quale è necessario produrre una soggettività che impari a pensare e ad agire nel concreto in forme comuniste; una produzione della quale coloro che “si dicono” comunisti sembrano non avere alcuna idea.
Ad esempio, perché nessuno si interroga esplicitamente sulle ragioni del fallimento del tentativo di “rifondazione”? Chi tenta di fare qualcosa e questo qualcosa non va a buon fine, se non vuole ritentare a caso, deve capire dove ha sbagliato. Ma, a mio avviso, è proprio quello che la maggior parte dei sedicenti comunisti non sta facendo. Il loro grado di confusione è testimoniato dal fatto che qualsiasi forma di disagio e di opposizione viene immediatamente elevata a forza adeguata del processo di trasformazione. Sembra cioè che ad essi basti qualsiasi cosa implichi una disgregazione dei rapporti e del potere capitalistico. Ma in tal modo essi finiscono col trasformarsi in anarchici. Uno dei motivi di dissenso col vecchio gruppo dirigente del mio partito riguardava proprio il loro approccio ecumenico, che li spingeva a considerare positivamente qualsiasi tipo di movimento critico. Ricordo ancora le lamentele quando scrissi sul manifesto l’articolo interrogativo “Di chi è figlio il popolo di Seattle?”, perché conteneva una critica dei possibili limiti di quel movimento.
Certo se si crede, come hanno scritto quei dirigenti, che «l’alienazione dipenda dai rapporti capitalistici», tutto risulta assolutamente semplice. Se poi ci si sente misticamente depositari di «idee che non muoiono», si può procedere senza nemmeno rendersi conto, fintanto che le urne non te lo svelano, che si sta contribuendo alla dissoluzione dell’idea stessa di comunismo per l’incapacità di procedere coerentemente con i profondi svolgimenti storici dell’ultimo mezzo secolo, limitandosi ad orecchiare lo slogan dei nostri avversari che i nostri guai sarebbero dovuti al fatto che c’è la globalizzazione.