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Marchionne fa il balcanico contro la Fiom

Le tute blu «ribelli» stazionano con i camper fuori dalle fabbriche e raddoppiano i consensi

A Kragujevac ieri si è festeggiata (per la terza volta) la nascita del nuovo stabilimento Fiat, sotto sulle macerie dell’antica Zastava, 160 anni di vita spericolata prima di finire nelle mani di Sergio Marchionne. Nel mezzo, la più grande fabbrica automobilistica dei Balcani aveva già sperimentato una lunga collaborazione con la multinazionale torinese, che qui produceva prima la Jeep poi la mitica Yugo, finché le bombe umanitarie della Nato, nel ’99, segnarono la fine della storia. Dallo stabilimento di Kragujevac uscirà la nuova piccola monovolume inizialmente assegnata a Mirafiori. Il fatto è che il presidente dimissionario della Serbia, Boris Tadic, ha garantito a Marchionne condizioni ottimali per delocalizzare la produzione a est: finanziamenti ingenti per ogni operaio assunto, aree industriali, libero scambio con la Russia. Ora Marchionne ricambia la cortesia e va a sponsorizzare Tadic impegnato per la sua rielezione. La 500 L cancellerà tre vetture torinesi (Multipla, Idea e Musa) e agli operai di Mirafiori non resterà che la cassa integrazione. Ministro Fornero permettendo. Come dice il presidente Monti, le imprese hanno il diritto di produrre dove vogliono.
Se in Serbia si brinda, in Italia il clima si è fatto decisamente cupo. A Pomigliano, dove all’ingresso la Fiat ha apposto la stessa scritta che spicca a Kragujevac – «Noi siamo quel che facciamo», alias «Mi ono sta svarama» – per essere assunto bisogna stracciare la tessera Fiom e giurare eterna fedeltà al capo. Dato che un giudice ha condannato per antisindacalità l’azienda in quanto impedisce l’attività alla Fiom e la libera scelta ai dipendenti, se qualche «infiltrato» dovesse indossare la tuta si aprirebbero i cancelli ai metalmeccanici della Cgil. Su 2.047 assunti, per ora, il filtro è stato perfetto, domani chissà. E chissà se domani ci sarà lavoro non per i più di 5.000 operai di due anni fa, ma per i 2.047 attuali: il mercato italiano crolla, la Fiat evapora da quello europeo e la nuova Panda batte in testa. A tre mesi dal lancio la produzione è stata ridotta da 800 a 600 vetture al giorno e il prezzo della macchina è già stato abbassato.
La Fiat traballa e alla sua debolezza sui mercati si associa il pugno di ferro antisindacale. Le sentenze dei giudici che si trovano a vagliare il comportamento di Marchionne sulla base delle denunce presentate dalla Fiom in tutti gli stabilimenti si alternano e contraddicono. L’ultima sentenza dichiara l’impossibilità di interpretare l’articolo 19 dello Statuto che non fa chiarezza sul diritto di un sindacato, fosse anche il più rappresentativo, a vedersi riconosciuti diritti e rappresentanti (Rsa). Un punto a favore di Marchionne dopo i molti conquistati da Landini con sentenze contrapposte.
In questo contesto melmoso provocato dall’arroganza di Marchionne, andato ben oltre la ferocia di Valletta negli anni ’50, si sta votando in tutte le fabbriche per eleggere i rappresentanti di Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione quadri e capi (sindacato inventato da Marchionne, così come Valletta aveva inventato il Sida, poi rinominato Fismic). E la Fiom? Sta fuori dai cancelli con le sue urne da cui usciranno consensi che la Fiat non riconoscerà, salvo parere diverso dei giudici. La Fiom è diventato un sindacato nomade, staziona ai cancelli raccogliendo firme di adesione che chiedono il ritorno in Fiat del sindacato più rappresentativo. Nomadi, dice Giorgio Airaudo segretario nazionale e responsabile auto Fiom, «con tende e camper a volte prestati per mantenere un rapporto con i lavoratori. Siamo fuori con i guardioni che controllano gli operai che si avvicinano ai nostri presidi. Le elezioni in atto sono a libertà vigilata, con i capi e le altre organizzazioni che spingono i dipendenti ad andare alle urne per dimostrare l’inesistenza della Fiom».
In queste condizioni, la Fiom raccoglie più consensi dei voti che aveva prima della rottura praticata da Marchionne imponendo un contratto aziendale che cancella quello nazionale e scegliendosi le controparti. Alla Cnh di San Mauro il sindacato di Airaudo ha raccolto ai cancelli 170 firme (il triplo dei voti che aveva) di chi chiede un rientro della Fiom in Fiat e solo il 60% ha partecipato alle elezioni taroccate, con un alto numero di bianche e nulle. A None ha raddoppiato i consensi e solo il 48% dei dipendenti si è recato alle urne. A Cassino in 960 hanno detto sì alla Fiom, il doppio di chi l’aveva votata. Anche alla Cnh di Modena la Fiom ha raccolto più consensi dei voti ricevuti, ma qui a vincere nelle elezioni aziendali è l’Associazione quadri e capi. Dove non c’è la Fiom, si finisce per scegliere il sindacato più padronale. C’è un dato che incoraggia, dice Airaudo: «Nonostante la campagna contro di noi, solo 7-8 delegati Fiom sui 280 precedentemente eletti hanno cambiato casacca».
Entro il mese si voterà in tutti i rimanenti stabilimenti, in attesa delle 35 cause che mancano ancora all’appello.

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