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Kabul, il costo del ritiro

Kabul e Washington hanno trovato l’intesa: la bozza dell’accordo di partenariato strategico tra Afghanistan e Stati Uniti è stata finalmente redatta. Dopo mesi di consultazioni, prese di distanze, riavvicinamenti e ben 23 revisioni, domenica è stato annunciato l’accordo, che dovrà essere ratificato da Karzai e Obama a ridosso del prossimo vertice della Nato di Chicago, il 20-21 maggio, previa approvazione dei rispettivi parlamenti. L’accordo prevede l’assistenza americana al governo afghano per i dieci anni che seguiranno il ritiro delle truppe internazionali, dal 2014 al 2024. Un’assistenza che verrà attuata mediante «strumenti diplomatici, politici, economici e militari», come recita la sezione dell’accordo che Rangin Dadfar Spanta, consigliere per la sicurezza nazionale e a capo della delegazione afghana di negoziatori, ha letto di fronte al parlamento di Kabul. Il testo non è ancora stato reso noto, ma include un ampio spettro di questioni, tra cui lo sviluppo economico e sociale, il consolidamento delle istituzioni locali, la cooperazione e la sicurezza in ambio regionale. Consapevole dell’attuale dipendenza dai donatori, Karzai chiedeva in primo luogo garanzie finanziarie, per far ripartire l’economia ma soprattutto per assicurare la sopravvivenza dell’esercito nazionale, a cui dal 2015 spetterà la responsabilità della sicurezza. I numeri, e i relativi costi, sono alti: sono 337.000 attualmente i membri delle forze di sicurezza afghane, saranno 352.000 il prossimo ottobre, per poi scendere a 230.000 circa a partire dalla fine del 2014, per una spese complessiva annuale di almeno 4.1 miliardi di dollari. Nelle settimane scorse Karzai ha insistito affinché l’accordo prevedesse, nero su bianco, l’impegno degli Stati Uniti ad assumersi almeno metà dei costi. I negoziatori americani guidati dall’ambasciatore a Kabul Ryan Crocker sono riusciti a spuntarla: sarà il Congresso a stabilire il contributo da versare ogni anno. Ma anche Karzai ha ottenuto un piccolo successo: dal vertice Nato di Bruxelles che si è concluso il 19 aprile, è uscito l’impegno degli Stati Uniti a sostenere l’esercito afghano per almeno 2 miliardi di dollari l’anno. Molto più ambigua, a Bruxelles, la posizione degli europei, sempre meno disposti ad aprire i cordoni della borsa. Secondo i piani dell’amministrazione americana, gli europei e gli altri alleati della Nato dovranno contribuire alle spese per l’esercito con 1.8 miliardi di dollari annui, il governo afghano con mezzo miliardo. Per ora, gli inglesi (causando l’irritazione di Washington) hanno detto di poter sborsare solo 110 milioni all’anno; il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha parlato di un «contributo solido», senza fornire dettagli; l’italiano Terzi, sibillino, ha rimandato notizie più precise al vertice della Nato.
Preoccupato di assicurarsi l’aiuto americano, Karzai sembra comunque aver dato via libera all’accordo, presentato dal suo ufficio come «un solido fondamento alla sicurezza dell’Afghanistan, della regione e del mondo». Al di là delle dichiarazioni, a giudicare dai pochi chiarimenti forniti ieri da Spanta ai membri della Wolesi Jirga (la camera bassa) di Kabul, il documento assomiglia più a una vaga promessa di buoni propositi tra conoscenti reciprocamente sospettosi che a un accordo vero e proprio. Nel testo mancano le questioni fondamentali: quanti soldi riceverà Kabul da Washington; quanti soldati a stelle e strisce rimarranno in Afghanistan dopo il 2014; sotto quale cornice giuridica opereranno. Quanto alla questione delle basi militari americane, c’è chi dice che la soluzione immaginata dal Pentagono preveda due basi militari e circa 20000 soldati, ma non ce n’è traccia nell’accordo, secondo quanto riferito da Spanta. Che nel suo discorso ha anche ricordato le tante difficoltà incontrate nella stesura del testo e l’importanza di due recenti memorandum d’intesa: quello del 9 marzo, che prevede che la responsabilità dei detenuti nella prigione di Bagram passi entro il 9 settembre dagli americani agli afghani; e quello firmato la settimana scorsa, secondo il quale spetta agli afghani, non più agli americani, decidere e gestire i raid notturni e le operazioni speciali. Da politico navigato, Spanta non ha mancato di ricordare che l’accordo prende in considerazione anche le preoccupazioni di Iran, Cina, Russia, Pakistan, India, Tajikistan, con cui è stato discusso: gli Stati Uniti si impegnano a non lanciare alcun attacco a questi paesi dall’Afghanistan (un rimando implicito alla presenza di basi militari?), ma «se ogni altro paese attaccasse l’Afghanistan – ha dichiarato Spanta – gli Stati Uniti e l’Afghanistan replicheranno militarmente o politicamente». Da parte loro, i Talebani bocciano l’accordo, giudicato un mezzo «per rendere sicure le rotte per i bacini petroliferi dell’Asia centrale e del Caspio», per «portare in Afghanistan il secolarismo e il liberalismo» e «insediarvi un esercito ostile all’Islam, che protegga gli interessi occidentali».

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