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Ecco i salari più bassi d’Europa

L’alto prelievo fiscale sulle buste paga, già sotto la media, ci fa scendere al 23° posto. Nessuna relazione tra welfare povero e «crescita» alta; né tra questa e una tassazione minima

Ci deve qualcosa di davvero malato nelle teorie liberiste. A ogni giro di vite su salari e diritti ci spiegano che bisogna aumentare la competitività, che i nostri concorrenti fanno meglio, e – naturalmente – che se diamo retta a loro ci ritroveremo tutti meglio. Un giorno (manca la data, o almeno l’anno, ma mica starete a sottilizzare…).
Poi arriva un bel documento dell’Ocse (l’organizzazione dei 34 paesi più industrializzati del mondo, mica trinariciuti col colbacco) che ci spiega quel che avevamo intuito: siamo scivolati ancora più indietro nella classifica salariale globale. Nel 2010 eravamo 22esimi, ma l’anno successivo siamo diventati più «competitivi», scendendo al 23esimo posto.
Il rapporto si intitola Taxing wages ed esamina il peso del prelievo fiscale sulle retribuzioni «regolari» (trascurando quindi tutta l’immensa platea della precarietà, pardon, della «buona flessibilità»). Ne vien fuori che in Europa dovremmo essere competitivi con tutti; anzi, dovremmo stracciarli proprio. Dietro di noi, infatti, ci sono soltanto i greci, ma solo perché negli ultimi due anni hanno visto precipitare i loro salari mediamente del 25,3%. Tutti gli altri guadagnano più di noi, anche Irlanda, Spagna, che possono vantare una retribuzione netta – per la tipologia che fa da test, il/la single – rispettivamente di 24.200 e 21.11 euro annui. Un italiano, invece, si ferma a 19.147 euro. Com’è logico aspettarsi, i grandi paesi del nord Europa stanno tutti meglio, con la Francia a 22.680 euro, la Germania a 25mila e spiccioli, la Gran Bretagna addirittura a quasi 30.000.
Esiste ovviamente anche un differenza di potere d’acquisto, che rende assai meno «ricchi» i lavoratori inglesi e irlandesi; e anche i francesi, perlomeno i parigini, hanno poco da scialare. ma in Germania, per esempio, il salario medio più alto si coniuga con un livello dei prezzi – per i generi di prima necessità, nonché per l’abitare (sia in affitto che in proprietà) – decisamente più contenuto del nostro.
Lo scarto evidente è imputabile soprattutto al prelievo fiscale, che per un dipendente italiano («medio» e single, ma assunto a tempo indeterminato) arriva nel 2011 al 47,6%, incrementando persino il 47,2 dell’anno precedente. Mezzo stipendio che se ne va tra tasse e contributi sociali, ma senza un corrispettivo in servizi paragonabile a quello dei paesi che hanno un prelievo pari o superiore al nostro (appena cinque, e tutti – tranne l’Ungheria in mano ai fascisti di Viktor Orban – dotati di un welfare molto consistente: Germania, Belgio, Francia e Austria).
Insomma, nella classifica dello stipendio lordo stiamo appena sotto la media europea, ma su quello netto precipitiamo in fondo. È il famoso «cuneo fiscale», che interviene decurtando il salario netto senza però abbassare più di tanto il «costo del lavoro» di cui si lamentano le imprese (siamo comunque al 16esimo posto, mica primi). Ma Vittorio Grilli, bocconiano viceministro dell’economia ed ex ragioniere generale dello Stato, spiega un giorno sì e l’altro pure che «il prelievo non si può abbassare». Soprattutto per quei tanti che non possono evadere proprio nulla.
La cosa più curiosa è che dopo decenni di politiche vendute come «per la famiglia» ci ritroviamo con il più basso livello di detrazioni per i figli a carico o altre agevolazioni paragonabili (e meno servizi, ribadiamo). Al punto che l’Italia è al terzo posto, tra i paesi Ocse, per la tassazione delle famiglie monoreddito e addirittura al secondo per quelle «fortunate» in cui si lavora in due. Al contrario, la tassazione minore si registra in paesi che non se la passano benissimo, come il Cile o il Messico; ma anche in paesi ricchi come Svizzera, Nuova Zelanda, Usa, Giappone.
Da queste sinteticissime comparazioni, vogliamo far notare, non emerge alcuna correlazione tra «bassa tassazione» ed elevati «tassi di crescita», come scrivono spesso gli ideologi liberisti. E nemmeno esiste una correlazione tra alti livelli di welfare, e quindi di spesa pubblica, e una presunta «debolezza competitiva».
In mezzo, totalmente anomala, c’è l’Italia dell’altissima tassazione sul salario, il tasso di crescita nullo (o negativo) e la competitività in ribasso. In quelle teorie c’è molto di sbagliato; ma qualcuno ci guadagna. E tanto.