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Campidoglio nero, volevano anche Freda

L’hanno detto tutti, pure il Quirinale e la Cgil: «Che maleducati i partigiani dell’Anpi a non aver invitato Alemanno al corteo del 25 aprile». La settimana prossima invece Alemanno aveva invitato Franco Freda in Campidoglio. Aveva, perché scoperto che è stato l’appuntamento – il prologo era previsto nella sede del comune, il seguito al ristorante Nido d’Abruzzo con un primo a scelta tra matriciana, cacio e pepe o spaghetti alle vongole – il sindaco di Roma ha annullato tutto. E l’assessore alla cultura con rapido gesto ha ritirato il patrocinio e mandato indietro la matriciana. Ha spiegato che lo avevano informato soltanto delle presentazione di un libro di Nietzsche – Così parlò Zarathustra, ma dai – non della presenza dell’ideologo neofascista Freda. Il quale, come si legge nei titoli di coda del film su piazza Fontana ancora al cinema, della bomba «è stato ritenuto colpevole ma non più giudicabile». E che dunque oggi può fare l’editore, pubblicando Nietzsche e anche Hitler. In Campidoglio era il benvenuto.
Chissà perché capitano questi incidenti ad Alemanno. Il sindaco ieri ha comunicato di «ignorare la matrice ideologica di questa casa editrice, contraria ai principi sanciti dalla Costituzione». Forse perché né lui né i suoi sceltissimi collaboratori hanno sottomano un computer collegato ad internet. Così da poter scoprire che la casa editrice in questione, «Edizioni di Ar», ha in catalogo l’hitleriano Mein Kampf , presentato come «un libro leggendario, ultima delle classiche grandi opere politiche europee», oltre al solito Evola, a un po’ di testi razzisti e all’opera del collaboratore di Repubblica Pietrangelo Buttafuoco.
Franco Freda nel film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana è quello che compra i 50 timer identici a quello che ha innescato la bomba di piazza Fontana. La Corte di cassazione nel 2005, assolvendo gli ultimi neofascisti imputati per la strage del 12 dicembre 1969, ha scritto che la responsabilità di Freda e di Giovanni Ventura è provata ma che i due non possono essere processati di nuovo per le stesse accuse. Freda ha scontato comunque una condanna definitiva del 1982 (15 anni) per associazione sovversiva e un’altra più recente (3 anni)per incitamento all’odio razziale. In occasione della quale è stato sciolto il Fronte Nazionale, da lui fondato. Di sé stesso parla come «L’Editore» e sul sito dove si annunciava l’invito in Campidoglio, accanto al romanzo di fanta-storia «se avessimo vinto noi» (titolo Benito I imperatore ), illustra il suo catalogo con «i classici del pensiero antiumanistico e antidemocratico». Ma questo in Comune non lo avevano notato.
«È evidente che gli uffici non hanno controllato il riferimento della casa editrice», ha cercato di spiegare ieri l’assessore alla cultura Dino Gasperini, giurando che il patrocinio dell’amministrazione Alemanno e l’autorizzazione a utilizzare la sala del Carroccio del Campidoglio saranno revocati. Ma tutto questo perché qualcuno se n’è accorto e Walter Veltroni ha denunciato per primo, parlando di « atto sbagliato e offensivo per la città, per la sua tradizione antifascista e per il rispetto che è dovuto alle vittime del terrorismo». «Con Alemanno il Campidoglio è la casa dei fascisti», ha aggiunto il segretario romano del Pd Marco Miccoli, ricordando che la giunta sta investendo 12 milioni di euro per acquistare la sede a Casa Pound. A Freda e compagnia, invece, venerdì prossimo, toccherà fare la colletta al ristorante.