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Il fetido liquame delle parole di Storace e i danni di chi ha rimosso l'antifascismo
Saremo in tante e in tanti a passare a salutare Sasà Bentivegna, partigiano, comunista e medico. Uno di quelli che nella Storia ci è entrato a testa alta e ci rimarrà malgrado il revisionismo imperante e l'ignoranza squallida di chi oggi lo insulta.

La Destra di Storace, che, come ebbe a dire un noto giornalista "è solo un refuso del fascismo", non ha perso tempo. Rivendicando di non essere ipocrita ha definito Sasà Bentivegna, morto a 90 anni, un assassino su cui non si deve versare una lacrima. E l'illustre ex presidente della Regione Lazio, che negli anni passati è stato capace di passare da picchiatore a rappresentante fra i peggiori delle istituzioni, di ipocrisia se ne intende bene. Figura meschina, coinvolta nella peggiore gestione che la Regione ricordi, alla perenne ricerca di un palcoscenico, perennemente circondato da alleati a dir poco impresentabili, berlusconiano a corrente alterna come uno dei tanti uomini di sottopotere, difficilmente verrà ricordato dai posteri. Ma le sue affermazioni vigliacche, quelle che continuano a perpretrare la leggenda nera delle Fosse Ardeatine, continuano a circolare, come un virus maligno. Chiunque abbia mai sfogliato un libro serio di Storia contemporanea sa bene come andarono le cose. Sa bene che dopo l'operazione di guerra compiuta dai Gap guidati da Sasà che portarono alla morte di 33 soldati nazisti, gli occupanti di Roma neanche lontanamente pensarono di rinunciare alla rappresaglia in cambio della consegna volontaria dei partigiani. Sapevano bene che Roma era già in rivolta e preferirono agire nell'ombra, portare in quel terribile 24 marzo del 1944, ad un giorno dall'attacco militare di Via Rasella, 335 persone a morire nelle cave di pozzolana di Via Ardeatina. Solo dopo apparve il manifesto del comando tedesco in cui si annunciava la rappresaglia, un manifesto che Roma ricorda e che si concludeva con l'orrenda frase " L'ordine è già stato eseguito". Ma Storace fa il suo lurido mestiere, si ritaglia il suo piccolo spazio politico nella speranza di tornare a qualche altra poltrona, rispolverano vecchi e nostalgici passati infarciti di radicalismo di facciata. Ben più dannosi sono stati tanti altri. Dannosi sono stati giornalisiti, scrittori, sedicenti storici e uomini politici, anche nella sinistra moderata, che hanno legittimato la vulgata fascistoide. Non solo un pensiero qualunquista e ignorante ma anche la foga di ritrovare una memoria condivisa e riappacificante, che ridefinisca vincitori e vinti, carnefici e vittime e che svuoti di senso profondo la ragione della nostra costituzione antifascista. Antifascista è una parola che in certi ambienti, anche progressisti, dà fastidio, meglio un generico "rifiuto della violenza", meglio la logica dell'oblio e l'alibi della guerra civile in cui in fondo, tutti hanno commesso  nefandezze. E bene hanno fatto Ferrero per il Prc e i pochi altri che hanno alzato la voce contro lo squallore della Destra. No, la memoria nostra non sarà mai simile a quella di Storace e neanche a chi oggi si cela dietro un aplomb istituzionale. La nostra memoria sarà quella di Sasà, dei tanti e delle tante come lui, a cui dobbiamo non solo un grande passato ma la possibilità di un futuro.