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Da Osaka a Tokyo, sarà referendum. E speriamo che vada come in Italia

Qualcosa sta davvero cambiando, in Giappone. Alla fine di giugno scorso è nato un gruppo di cittadini che chiede un pronunciamento popolare sul futuro dell’energia nucleare. Durante l’inverno a Osaka e a Tokyo si sono costituiti comitati referendari che hanno raccolto firme, superando ampiamente i numeri necessari per richiedere all’amministrazione locale di indire un referendum sul nucleare. Le due metropoli sono tra i maggiori consumatori di energia elettrica di origine nucleare, ma anche nelle zone produttrici si stanno formando comitati con lo stesso intento; a Niigata e Shizuoka la campagna partirà in questi giorni. «La notizia della vittoria del referendum contro il nucleare in Italia è stata veramente sensazionale e ci ha incoraggiato molto», dice Hiroko Uehara, ex sindaco del comune di Kunitachi nella provincia di Tokyo, una dei più attivi promotori del comitato referendario nella capitale giapponese. «È stata una scoperta per molti di noi che i cittadini possono esprimersi anche su una questione come l’energia nucleare, considerata affare dello stato». In realtà, non è la prima volta che si parla di referendum sul nucleare in Giappone.
Sin dai primi anni ’80 si conta una trentina di tentativi di referendum consultivo a livello locale sull’opportunità di costruire impianti nucleari, per iniziativa a volte di cittadini, a volte di amministratori. Nella maggior parte dei casi le richieste non sono state accolte (tra questi uno riguarda proprio Ooi-cho, la richiesta degli abitanti fu respinta nel 1983); tre casi però sono andati in porto tra il 1995 e il 2000: tutti hanno portato alla vittoria schiacciante del No, facendo naufragare i progetti. Un movimento molto diverso Il nuovo movimento, partito a livello locale, punta ora a un referendum nazionale sull’energia atomica in Giappone, ed è assai diverso da quello italiano, che ha una funzione abrogativa delle leggi esistenti. «Il nostro obiettivo principale è rendere i cittadini partecipi della decisione politica sul nucleare», spiega Hajime Imai, giornalista e uno dei maggiori esperti in materia di referendum in Giappone e nel mondo: «Anche se ognuno di noi ha un’opinione chiara in merito, il comitato non esprime una posizione pro o contro l’energia atomica».
Il giornalista fa notare il divario che si è creato tra l’opinione pubblica, all’80% favorevole ad abbandonare il nucleare, e il parlamento che non rappresenta affatto tale proporzione: «Il nostro non è un tentativo di delegittimare la democrazia indiretta bensì di colmare le sue lacune. I cittadini offrono la base sostanziale affinché il governo o il parlamento prendano decisioni più democratiche su questioni vitali che riguardano il futuro di tutti». Il referendum giapponese dunque mira innanzitutto a un’educazione di democrazia: rendere i cittadini più consapevoli e responsabili, condividere le informazioni, e garantire maggiore trasparenza nelle prassi decisionali della politica. «Sarà utile anche per ricuperare la fiducia nella politica che i cittadini stanno perdendo», dice Mitsuru Sakurai, parlamentare del Partito democratico che la scorsa estate ha formato un gruppo parlamentare per promuovere il referendum. Miyako Maekita, altra promotrice del referendum nazionale, lo considera un esame di maturità per i giapponesi: «Penso che siamo ormai pronti a prendere una posizione e assumerci la responsabilità delle conseguenze», dice.
Nel frattempo il consiglio comunale di Osaka ha respinto la richiesta di referendum presentata alla fine di marzo; lo stesso si annuncia anche a Tokyo, per bocca del governatore Shintaro Ishihara, che ha liquidato la richiesta con un tassativo «non è possibile» e ha poi definito i cittadini che vogliono abbandonare il nucleare «scimmie primitive». «Passeremo alla fase del dialogo individuale», ribatte il giornalista Imai: «Affronteremo gli amministratori che hanno respinto la richiesta, uno per uno, e faremo in modo che non siano rieletti se non cambiano atteggiamento». Imai è abbastanza sicuro che i politici rispetteranno gli esiti del referendum. «In Giappone finora si sono svolti 401 referendum consultivi locali e gli esiti sono stati sempre rispettati tranne un caso, sulla base militare in Okinawa. Figuriamoci se il governo giapponese avrà il coraggio di cestinarlo davanti all’intero mondo che ci osserva». «I due mesi di raccolta delle firme sono stati massacranti e nello stesso tempo illuminanti», racconta Hiroko Uehara, l’ex sindaco ora promotrice della campagna referendaria nazionale, nonché animatrice del network degli amministratori locali per città libere dall’energia nucleare, che si estende tra Giappone e Corea del Sud. «La partecipazione dei giovani, che prima dell’11 marzo erano poco o nulla interessati alla politica, è stata formidabile. Hanno capito che la sorte del mondo dipendeva anche da loro e si sono dati da fare.
E, attraverso i dialoghi con i cittadini durante la campagna, ci siamo resi conto che nonostante l’esperienza di Cernobyl le informazioni sui rischi delle radiazioni sulla salute non sono molto diffuse». Con tono rammaricato aggiunge: «Il colpo più duro, invece, è quello che nessuno si aspettava: i vecchi militanti antinuclearisti hanno rifiutato di collaborare con mille scuse, soprattutto perché temono che il referendum faccia vincere la posizione nuclearista. Nei loro atteggiamenti mi sembra di individuare le cause di tanti insuccessi delle battaglie per la democrazia nel nostro paese». Credibilità ai minimi storici «Quando parliamo del nucleare, non siamo di fronte a una semplice scelta sulle fonti energetiche. Qui è in discussione la democrazia del nostro paese», dice Tatsuya Yoshioka, uno dei rappresentanti dell’ong Peace Boat che hanno organizzato la Conferenza globale per un mondo senza nucleare, a Yokohama lo scorso gennaio. «La credibilità e affidabilità del Giappone sono precipitate dopo l’incidente di Fukushima a causa della scarsa trasparenza nella gestione. Riattivare le centrali sarebbe l’ultimo colpo di grazia».
Per l’avvocato Chuko Kondo di Kyoto si tratta di una lotta per la sopravvivenza umana, ancora prima che per la democrazia. Kondo, oggi ottantenne, ha contribuito alla prima vittoria nelle battaglie legali delle vittime di inquinamento industriale che duravano da cent’anni. Nel 1971 il riconoscimento della responsabilità dell’azienda e dello stato per la sindrome Itai-itai, causata dall’acqua contaminata di cadmio scaricato da una miniera, segnò una svolta in una storia di sconfitte delle popolazioni sacrificate all’industrializzazione. Ora, dopo l’incidente di Fukushima, l’avvocato ha deciso di dedicare il resto della sua vita a questa causa.

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