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Vocazione mediterranea e socialismo pluralista. Idee per l’Italia che verrà!
Pubblichiamo la prima parte di due saggi di Mimmo Porcaro sul tema della crisi e delle risposte da mettere in campo. La prima parte affronta il tema della collocazione dell'Italia nel quadrante euromediterraneo, mentre la seconda che pubblicheremo a breve cerca di fornire gli elementi per la costruzione di un programma praticabile di tipo socialista.
Buona lettura

Non solo Europa

1.1 Dignità del lavoro, dignità del Paese

Dei lavoratori italiani si deve dire quel che l’abate Sieyès, alla vigilia della Rivoluzione francese, diceva del Terzo stato: ossia che essi sono tutto, ma non contano nulla. Siano privati o pubblici, attivi o pensionati, siano dipendenti o soci di cooperative fasulle, salariati trasformati in finti autonomi o veri autonomi vessati dai committenti, siano, infine, autoctoni o immigrati, stabili o precari, coloro che direttamente o indirettamente lavorano sotto padrone sono la parte preponderante della popolazione italiana. Tutti questi lavoratori non solo producono la ricchezza del nostro Paese, ma – in un momento storico che testimonia delle numerose incapacità di un’intera classe dirigente – si accollano spesso anche l’onere di costituire comunità di lavoro laddove il padrone sa solo dividere, di innovare laddove all’azienda non viene neppure in mente di farlo, di far sopravvivere servizi pubblici logorati dalla carenza di fondi e di cultura organizzativa dirigenziale. Di più: alle donne lavoratrici (come ai pensionati) tocca anche di supplire alla continua riduzione delle prestazioni dello Stato sociale, e sovente di ricucire i rapporti umani lacerati da un’angosciante mistura di superlavoro, precarietà, incertezza.
Per tutta ricompensa, negli ultimi trent’anni, questi lavoratori e queste lavoratrici hanno visto peggiorare le condizioni formali e materiali del loro lavoro, diminuire le loro retribuzioni dirette ed indirette e la quota del prodotto nazionale a cui possono accedere, ed invece aumentare il loro contributo fiscale non solo grazie al persistere dell’evasione altrui, ma anche a causa della minor tassazione relativa dei redditi da capitale, ed al tramonto della progressività dell’imposizione. Da ultimo, assistono ad un’ ulteriore, parossistica restrizione di reddito e diritti, sotto la sferza d’un sedicente governo tecnico legittimato dal terrorismo finanziario internazionale. In fine velocior: giunti al loro compimento, tutti i processi assumono un ritmo tragicamente accelerato.
Ce n’è abbastanza, ci pare, per capire perché, proprio in questo contesto, fioriscono più degli amori a primavera le fole sull’inesistenza delle classi e sulla scomparsa della loro lotta, gli inviti alla concordia nazionale ed alla cooperazione fra tutti i “fattori produttivi”. E’ proprio quando la lotta di classe si acuisce su iniziativa dei padroni che la si fa sparire dal lessico pubblico. Come cantava l’impareggiabile Milly, si fa, ma non si dice, e non si dice per evitare che alla lotta scatenata dall’alto si risponda con quella dal basso, che i lavoratori tornino a pensarsi come classe avente interessi immediati e storici distinti da quelli altrui. Infatti, ciò che vi è di sorprendente, e di tragico, nella vicenda italiana è che proprio la classe che sostiene il maggior peso della cosiddetta modernizzazione, proprio la classe che, unica fra tutte, ha visto il proprio reddito diminuire costantemente, proprio questa classe è priva di un’organizzazione politica (sia essa un partito, un insieme di partiti, una coalizione di partiti ed associazioni) che possa darle una consistenza, una forza, una cultura ed una strategia autonome da quelle delle classi dominanti. E le restano solo organizzazioni sindacali divenute, in buona parte, mere agenzie di mediazione sociale interessate più al normale corso degli affari che alla costruzione del conflitto: più all’istituzione di fondi pensione integrativi – per capirci – che alla lotta per pensioni decorose. Cosa gravissima per i lavoratori, ma anche per il Paese intero: giacché, potendo ricostituire margini di profitto attraverso la facile compressione dei salari, gli imprenditori hanno ben poco interesse ad investire in innovazione; e giacché un lavoro umiliato, frammentato e disperso non può costruire quella comunità di lavoro e quella dialettica organizzativa che sono la precondizione della genesi e dell’applicazione dinamica dell’innovazione stessa. Di più: l’assenza di un’organizzazione autonoma dei lavoratori, prima di essere un paradosso politico è un vero e proprio disastro filosofico ed etico, che pesa come un macigno sulla vita intellettuale e morale del Paese. Perché, non esistendo più un’ organizzazione di tal fatta, non esiste più nessuna istituzione in grado di dire la verità sui rapporti sociali (di dire cioè che essi sono strutturalmente gerarchici e diseguali, che lo sono e lo saranno sempre di più, e che tutto ciò è il principale ostacolo allo sviluppo della vita civile italiana), di elaborare, ripetere e diffondere questa verità in modo da fornire a tutti i cittadini gli elementi per una scelta consapevole, qualunque essa sia. Il nichilismo di massa e l’indifferenza opportunistica nei confronti della verità che pervadono gran parte della società italiana (e che offrono ben poche chance sia ad una vera democrazia che ad una vera economia della conoscenza) non si devono solo alla istupidente pedagogia della TV: sono piuttosto il prodotto di una sinistra, e di una Chiesa, che dicono ormai tutto ed il contrario di tutto, che fanno convivere nello stesso discorso opposti inconciliabili quali il “mercato” e l’ “equità”, la difesa della “sana famiglia cristiana” e l’accondiscendenza verso il più bolso libertinaggio. Altro che “relativismo del ’68”!
Per i lavoratori e per il Paese è dunque necessario che la dignità del lavoro divenga di nuovo la bandiera di un’organizzazione politica capace di essere all’altezza di tempi difficili. Una tale organizzazione non può essere semplicemente il frutto della sola, auspicabile rinascita di quella che viene chiamata “sinistra radicale”: lo sanno per primi gli stessi militanti e gli stessi dirigenti di quella sinistra. Ma nemmeno può essere il frutto tardive riedizioni della socialdemocrazia, o dell’assemblaggio occasionale di movimenti e conflitti. I tempi che stanno maturando impongono infatti al movimento dei lavoratori due grandi innovazioni, che tali sono anche se sembrano richiamare piuttosto il passato: la futura organizzazione, qualunque forma possa assumere, dovrà disegnare un chiaro progetto di trasformazione socialista del Paese, giacché la crisi attuale non consente mezze misure; e dovrà porre con forza il problema della sovranità nazionale (che qui intendiamo non come potere soverchiante di uno Stato all’interno ed all’esterno dei propri confini, ma come spazio elementare di esercizio della democrazia) quale condizione di ogni efficace strategia politica. Il movimento dei lavoratori è l’unico soggetto che può porre seriamente la questione nazionale, perché soltanto una riorganizzazione ed un nuovo sviluppo del Paese (possibili – come vedremo – unicamente in un una prospettiva socialista) renderebbero non velleitaria una sua maggiore autonomia. Ed è forse l’unico soggetto che deve necessariamente farlo in quanto, se nei precedenti momenti della storia italiana l’incapacità di affrontare o di risolvere la questione nazionale ha impedito un’ulteriore crescita del movimento di classe di allora, oggi quella incapacità impedirebbe addirittura la nascita di un movimento nuovo. Vediamo perché.

1.2 Due guerre

Mai il tricolore è stato sventolato come in questi tempi, mai l’inno nazionale si è levato con tanta frequenza dalle severe celebrazioni ufficiali, dagli accaldati cori di scolari, dai garruli talk show e dalle stesse riunioni tra amici, e mai l’autonomia e l’indipendenza del Paese sono state così umiliate e ridotte al lumicino. Mai l’Italia ha patito una simile perdita di controllo sulle scelte fondamentali della propria esistenza e, per conseguenza, un simile soffocamento della sua già flebile democrazia.
Anche qui, in fine velocior. La continua cessione di sovranità agli organismi comunitari (deprecabili non perché sovranazionali, ma perché a-democratici), la ripetuta partecipazione subalterna a tutti i più loschi conflitti armati scatenati in nome del pacifico Occidente, e quindi la lampante dimostrazione dell’assenza di ogni autonomia delle nostre classi dirigenti, hanno conosciuto nell’ultimo anno, negli ultimi mesi, un’accelerazione che ha ulteriormente ridotto le possibilità di una politica democratica all’interno del Paese.
Due guerre, entrambe legittimate o utilizzate dall’ineffabile coppia Veltroni-Napolitano, hanno scandito questo percorso. La prima è la guerra di Libia, combattuta – con l’appoggio entusiasta della sinistra e nel colpevole silenzio del movimento pacifista – non solo, come ogni guerra, contro la verità e l’umanità; non solo, come ogni recente guerra italiana, a tutela degli interessi altrui; ma anche, vero e proprio capolavoro politico al contrario, contro gli stessi più elementari interessi nazionali. Decenni di lavoro diplomatico per chiudere definitivamente l’indegna pagina del nostro colonialismo e per assicurare al Paese una stabile ed autonoma differenziazione di risorse energetiche, sono stati travolti prima dall’insipiente gestione personalistica e razzista di Berlusconi e della Lega, e poi dalla decisione di aderire senza riserve al piano franco-inglese che da tempo mirava a trasformare la Libia in una “grande Somalia” paralizzata da lotte intestine, al fine di estrarne più agevolmente energia e di costituire una testa di ponte contro le rivolte democratiche nordafricane. Si ha un bel dire che il tiranno è stato sconfitto: il destino afghano o iracheno della Libia è sotto gli occhi di tutti, ed è sotto gli occhi di tutti il fatto che un’ autorevole interposizione politica tra le parti in conflitto avrebbe probabilmente evitato a quello sventurato Paese di cader preda della guerra per bande, e certamente evitato a noi di bruciare un ruolo di interlocuzione con le forze che, nei prossimi decenni, trasformeranno il Mediterraneo. Si ha un bel dire che i nostri rifornimenti energetici sono assicurati. Sono assicurati i contratti già firmati, ma la futura gestione delle ricche riserve libiche ci vedrà necessariamente svantaggiati. Ancora una volta l’Italia, incapace di giocare un vero ruolo sostanziale sulla scena mondiale, ha scelto di rivendicare comunque un rango formale partecipando alle strategie altrui come fossero le proprie: l’importante è sedersi a tavola, poco importa se il menù è deciso da altri. Peccato che questo gioco, in parte comprensibile in un quadro internazionale stabile, divenga suicida quando tutte le relazioni geopolitiche vengono rivoluzionate, e quando la fine del conflitto Usa-Urss toglie al Paese la sicurezza, ma anche la servitù, dovuta ad una stabile funzione di frontiera, e gli impone di costruire, finalmente, una propria politica estera.
La seconda guerra è quella degli spread. Se nelle prime pagine dei giornali economico-finanziari si continua a dire che si è trattato del “giudizio dei mercati”, nelle quarte e quinte pagine, dove è concesso parlar meno di ideologie e più di fatti, si parla apertamente di guerra economica. Ma guerra di chi, e contro chi? Nella vicenda che si è momentaneamente conclusa con la corale beatificazione di Mario Monti quale salvatore della Patria si intrecciano diverse e contradditorie strategie. Quella dei fondi di investimento anglosassoni, che ovviamente speculano sui punti di volta in volta meno resistenti del mercato mondiale, quindi, oggi, sul non-Stato europeo e sui suoi anelli deboli: prima la Grecia, poi l’Italia, poi la Spagna. Quella degli Stati Uniti che, dovendo piazzare i propri titoli di Stato, favoriscono di buon grado tutto ciò che può indebolire i titoli europei concorrenti. Quella della Germania, che usa la speculazione contro i titoli dei partner deboli (ed anzi la incentiva, con quelle ingenti vendite di titoli italiani che hanno fatto stizzire persino l’ultraeuropeista Romano Prodi) sia per valorizzare i propri sia per disciplinare i Paesi “spendaccioni”. E infine quella delle classi dominanti italiane, che ancora una volta cercano di ottenere, grazie alla forza del “vincolo esterno”, presentato come ineludibile necessità naturale, quell’ulteriore diminuzione dei salari diretti o indiretti che i partiti, costretti a ricercare un consenso popolare, non possono più garantire. Il vertiginoso aumento dei differenziali fra titoli italiani e titoli tedeschi non è dunque in nessun modo ascrivibile all’asettico giudizio dei mercati, o ad un’incontrollabile catastrofe. Non è nemmeno, certamente, il frutto di un complotto ordito da occulti circoli capitalistici capaci di tutto controllare e tutto prevedere. Ma comunque il risultato di strategie consapevoli che, pur se differenti e contrastanti, raggiungono alla fine un risultato coerente grazie alla debolezza strutturale dell’area scelta come obiettivo, ossia l’Europa e, nell’Europa, l’Italia. E il risultato coerente è la trasformazione di un problema reale, il debito pubblico italiano, in una tragedia epocale che costringe i lavoratori ad ulteriori cedimenti e costringe il Paese a perdere ogni residua autonomia nel campo della politica economica, grazie alla subordinazione a regole fiscali stringenti e univocamente deflattive, decise da organismi comunitari impermeabili alla discussione democratica (ed ispirati dalla gestione intergovernativa franco-tedesca), di cui la sciagurata e stupida assunzione del vincolo del pareggio di bilancio come principio costituzionale è solo il più appariscente aspetto.
E’ bene che lo si capisca sino in fondo: d’ora in poi nessuna seria politica economica potrà essere decisa all’interno del Paese e quindi nessuna seria scelta politica tout court potrà essere assunta democraticamente, perché qui non è avvenuto uno spostamento della democrazia dalla sfera nazionale a quella sovranazionale, ma semplicemente una sottrazione delle decisioni fiscali e di bilancio ad ogni valutazione popolare. E così il professor Monti, se ha salvato la Patria, l’ha salvata da una crisi costruita dalle stesse forze di cui egli è organico esponente, ed il suo salvataggio non consiste in altro che nella definitiva inserzione subalterna dell’economia italiana nello spazio europeo, nella definitiva messa a disposizione del lavoro, delle imprese e dei beni pubblici del Paese ai voleri del capitalismo transnazionale.
Questo è il più importante salto di qualità che le vicende italiane abbiano mai registrato dal 1945 ad oggi, la vera cancellazione di ogni residuo del modello sociale italiano (ed europeo) e delle sue ormai estenuate pretese solidaristiche, la definitiva trasformazione della lotta politica italiana in una farsa in cui anche chi avesse intenzione di farlo non potrebbe decidere assolutamente nulla. Assolutamente nulla se non scegliendo, con coraggio e consapevolezza, di ridiscutere da cima a fondo il contesto sovranazionale in cui l’Italia è imprigionata. E’ per questo che nessuna strategia dei lavoratori italiani, ma anche dei movimenti civili che dai lavoratori stessi sono in massima parte composti, può avere i necessari caratteri di serietà ed efficacia se non comporta immediatamente una rivendicazione di sovranità nazionale. Non per subordinare gli interessi di classe e gli obiettivi dei movimenti ad un “superiore” interesse nazionale (che è poi sempre l’interesse di una qualche frazione della classe dominante), ma per ridefinire quell’interesse a partire dalle esigenze della stragrande maggioranza dei cittadini e per offrire ai lavoratori ed ai movimenti civili uno spazio adeguato allo sviluppo della loro autonoma iniziativa: giacché quello europeo, così com’è e come si avvia a diventare in futuro, è ormai uno spazio drasticamente chiuso: o lo si scardina o se ne esce.

1.3 L’Italia nell’Europa tedesca.

L’Unione europea è irriformabile. Lungi dal condurre ad uno sviluppo armonico dell’economia continentale e del benessere dei cittadini, essa approfondisce lo squilibrio tra le classi e tra le aree economiche forti e quelle deboli. E lo fa non perché sia un’ imperfetta, e quindi perfettibile, realizzazione degli ideali democratici e federalisti del benemerito europeismo storico, ma perché è la perfetta realizzazione del progetto di dominio degli Stati e delle classi più forti. A spingere verso questo esito non è semplicemente una politica, che potrebbe essere facilmente corretta da una politica di segno opposto, ma è la coerente combinazione di diversi fattori di più lungo periodo: i rapporti geopolitici che sottostanno alla nascita dell’euro; la natura dell’euro stesso e gli effetti della completa apertura dei mercati; la scelta della convergenza fiscale; la forma istituzionale degli organismi comunitari e la cultura delle burocrazie che li gestiscono; la funzione di dominio di classe assicurata dal poter imputare a scelte europee decisioni che i governi nazionali non riescono, da soli, a far accettare ai propri cittadini.
La natura monetarista e liberista dell’Unione non scaturisce solo una scelta ideologico-politica (che pure c’è, ed accomuna tutti i governi europei), ma anche dal prevalere degli interessi nazionali dello Stato più forte, la Germania: interessi che si identificano nella propensione storica e strutturale verso un’economia dell’esportazione. L’Unione si è via via subordinata a tale propensione, anche a detrimento degli stati non immediatamente contigui alla Germania: cosa che può essere nascosta nelle fasi di crescita, ma emerge con nettezza durante le crisi. Prima di tutto è la semplice esistenza dell’euro a conferire una posizione di vantaggio aggiuntivo alle esportazioni tedesche, per il solo fatto che l’euro, nel cambio con le altre monete, è sottovalutato rispetto al valore virtuale del marco e sopravvalutato, ad esempio, rispetto a quello della lira. In secondo luogo la costituzione economica dell’Unione è fatta per assecondare quella deflazione salariale competitiva (riduzione dei salari diretti ed indiretti come via per ridurre i prezzi) che la Germania usa sia contro le economie extraeuropee che contro quelle continentali, utilizzando a proprio vantaggio i deficit altrui (giacché i paesi virtuosi possono essere tali anche perché gli altri risparmiano meno di loro), ed impiegando il surplus così ottenuto per finanziare l’esternalizzazione verso i Paesi ancillari e l’acquisizione delle loro migliori imprese. Infine (ma altro ancora si potrebbe dire) ha agito ed agisce a vantaggio della Germania la costruzione dell’economia europea come spazio economico completamente aperto e gestito da una sola moneta priva del retroterra di uno Stato unitario che possa compensare gli inevitabili squilibri derivanti dall’adozione di un’eguale valuta per economie diverse. Un simile spazio economico, una simile moneta, potevano solo rafforzare ulteriormente chi forte era già: l’effetto fondamentale dell’Unione europea è stato quindi, da un lato, l’addensarsi delle capacità produttive e tecnologiche in una area centrale facente perno sulla Germania e sui suoi satelliti, e, dall’altro, la progressiva marginalizzazione delle aree più deboli, tra cui l’Italia. A chi, anni fa, gli fece notare questa “incongruenza”, il professor Monti ebbe a rispondere che sì, lo squilibrio c’era, ma ci sarebbero anche stati, certamente, meccanismi solidaristici di compensazione. Che però non si sono visti, oppure, come accade per il fondo “salva Stati”, vengono subordinati ad un’accentuazione dei meccanismi che creano lo squilibrio.
Le più recenti decisioni in materia fiscale, che consistono nella convergenza tra le politiche fiscali e di bilancio, oltre ad essere sostanzialmente idiote perché affidano a meccanismi automatici la gestione di una fase economica connotata da continui mutamenti, aggravano sia la divaricazione fra le classi che quella fra i Paesi in quanto, invece di prevedere (come avviene per l’integrazione fiscale) aggiustamenti che inducano a risparmiare chi spende troppo, ma anche a spendere chi troppo risparmia, contemplano solo il rigore nei confronti dell’ “eccesso” di spesa. Peraltro, dati i rapporti di forza che presiedono alla genesi ed allo sviluppo dell’Europa attuale, non sembra possibile una scelta diversa. Sono infatti irrealistici gli inviti, rivolti ad Angela Merkel, a favorire la crescita dei salari europei come base per la domanda dei prodotti tedeschi. Irrealistici perché la domanda il capitalismo tedesco la cerca altrove (Cina, Russia…) e perché in ogni caso la diminuzione dei salari degli altri Paesi europei ha per la Germania un doppio effetto positivo: non solo consente quella generale stabilità dell’euro che è essenziale ad una politica d’esportazione, ma comporta anche un ulteriore vantaggio per le imprese tedesche perché il salario italiano, ad esempio, concorre a determinare direttamente il prezzo dei loro prodotti in quanto un numero crescente di imprese italiane lavora per conto di quelle tedesche o è completamente acquisito da esse.
Questa è la situazione. E chi volesse tentare di mutarla agendo all’interno dello spazio istituzionale comunitario si troverebbe di fronte ad un ostacolo insormontabile costituito dall’assenza di un centro decisionale unitario di carattere democratico. Il Parlamento europeo conta poco o nulla, il potere esecutivo, in situazioni normali, agisce via agenzie tecniche, e in situazioni di crisi viene bellamente sostituito dai patti informali tra gli Stati forti, benedetti se necessario dagli Usa, con l’aspersorio del Fondo Monetario Internazionale. Infine la Banca centrale, nella forma dell’indipendenza tecnica, assicura una decisa scelta politica e di classe a vantaggio del modello fondato sulla deflazione salariale e sull’esportazione dall’area germanocentrica. Del resto, questa ormai completa sottrazione della politica economica alla decisione democratica è il frutto del paziente, ventennale lavoro che ha consentito alle classi dominanti di ciascun Paese di presentare le proprie scelte “impopolari” (ed in realtà antipopolari) come scelte imposte dall’esterno.
A tutto ciò si deve infine aggiungere che – cosa tanto ignorata quanto importante – la cultura, il linguaggio, la permeabilità alle lobby, l’attitudine antropologica della burocrazia comunitaria, rendono quest’ultima incapace di capire qualunque cosa che non sia condensabile nelle formule magiche dell’ “apertura dei mercati” (leggi: dominio delle grandi imprese), della “flexsecurity” (leggi: precarietà), dell’ “invecchiamento attivo” (leggi: lavorare fino alla morte). E fanno sì che ogni volta che qualche voce eterodossa osa parlare, in loro presenza, di eguaglianza o di consimili eresie, questi burocrati sempre disposti ad elargire a chiunque i loro mezzi sorrisi, arrossiscano imbarazzati e si mettano a tossicchiare nervosamente, come avveniva nelle buone famiglie borghesi d’antan quando a qualcuno sfuggiva un pur pudibondo riferimento all’esistenza del sesso.

1.4 Fine dell’ “europeismo senza condizioni”.

Ecco, questa è l’Europa irriformabile. Il che non significa che se ne debba (o se ne possa) immediatamente uscire, o che non abbia più senso lottare dentro l’Unione: più che il recente, velleitario, orientamento pro-crescita dei “socialisti” europei, è lo scricchiolio dell’egemonia tedesca a riaprire parzialmente i giochi. Significa piuttosto che la lotta dentro l’Unione deve essere condotta per altri obiettivi, diversi da quelli finora scelti, e da attori diversi, e deve da subito essere accompagnata dalla costruzione di relazioni geopolitiche complementari e/o alternative. Bisogna mutare obiettivi, perché è inutile proporre una diversa politica alle attuali istituzioni europee, ma si deve puntare ad un loro ribaltamento in senso confederale, e all’instaurazione, (al fine di riprendere le mosse dalle specificità di ogni economia nazionale) di un “doppio euro”, comune per quanto riguarda gli scambi con l’esterno ed invece differenziato, e con limitate ma possibili fluttuazioni di cambio, per gli scambi interni all’area, come suggerito da Luciano Vasapollo e da Bruno Amoroso. Bisogna mutare attori, perché non basta più affidarsi ai sindacati europei, che mostrano una subalterna afasia, né agli ormai tradizionali movimenti per l’ “Europa sociale”, che sottovalutano troppo spesso la natura intergovernativa dell’Unione, e si deve dar vita ad un nuovo movimento civico continentale capace sia di agire autonomamente che di allearsi con gli Stati che mostrino di opporsi alle attuali egemonie europee. Che si comportino, cioè, diversamente dall’Italia di Mario Monti, che si propone come partner principale della Germania in sostituzione di una meno affidabile Francia, ricalcando in ciò la matrice subalterna della politica estera italiana, consistente nell’adeguarsi con zelo (anche in contrasto con nostri interessi immediati e storici) ai desideri della potenza dominante, per poterne poi lucrare un qualche premio di consolazione.
Senza un tale mutamento di obiettivi e di attori, anche l’apparente ragionevolezza delle numerose proposte in campo si trasformerebbe presto in impotenza. Politiche di crescita, eurobond? La Germania può anche concedere qualcosa, ma solo a patto di rendere ancora più stringente la convergenza fiscale e la centralizzazione delle decisioni di politica economica. Modifica del ruolo istituzionale della Bce, dunque attenzione all’occupazione, dunque accettazione di un maggior tasso di inflazione? Ma anche se così fosse, in costanza di deflazione competitiva tedesca l’inflazione si alzerebbe per tutti ma meno per la Germania, riproducendo così gli squilibri basilari dell’Unione. Bisogna dunque avere la forza di scardinare questa Europa, o di uscirne.
Solo il variare della congiuntura politica e la discussione collettiva potranno decidere se sia meglio puntare da subito all’uscita o tentare davvero la via dello scardinamento. Ma è in ogni caso certo che la si deve finire con quell’ “europeismo senza condizioni” (l’espressione è di Leonardo Paggi) che da troppo tempo indebolisce tutta la cultura politica italiana, condannandola all’ormai acclarata subalternità all’Europa tedesca e ad un destino di impoverimento economico e di irrilevanza internazionale. Ed è altrettanto certo che il “mettere condizioni” al nostro europeismo significa preparare da subito un’alternativa nel caso (assai probabile) che queste “condizioni” non vengano poste da nessun governo italiano o vengano rispedite al mittente. Significa insomma avere il coraggio di definire un interesse nazionale, nell’intreccio tra esigenze popolari ed esigenze obiettive del Paese, ed un nuovo spazio geopolitico in cui farlo valere: uno spazio che difficilmente può avere altri contorni che quelli del Mediterraneo.

1.5 Verso il Mediterraneo.

Prima ancora di essere incapaci di perseguire un interesse nazionale, le classi dominanti del nostro Paese sono incapaci di definirlo. La subordinazione a Washington fu forse inevitabile, dati gli equilibri postbellici (ma uno storico come Silvio Lanaro ci ricorda che fu Alcide De Gasperi ad offrire insistentemente il nostro vassallaggio ad una Casa bianca inizialmente restia), ed il relativo equilibrio di quei primi trent’anni consentì di fatto (anche se sub condicione) una crescita sia del Paese che del suo movimento operaio. Ma, crollato il muro di Berlino e finito di fatto l’ “Occidente” come unità geopolitica compatta, altre scelte, maggiormente autonome, erano necessarie e possibili. Si scelse invece di continuare a ricercare il “vincolo esterno” sia per trovare un rifugio nel crescente disordine mondiale, sia per disciplinare il riottoso popolo italiano: ben prima di Prodi, Ciampi, Padoa Schioppa e Monti fu Guido Carli (ed in parte lo stesso Andreotti) ad optare consapevolmente per questa soluzione. Così alla servitù nei confronti di Washington si sostituì quella nei confronti di Bruxelles (e poi di Berlino). Anzi, si aggiunse: giacché si continuò, nonostante le perplessità di buona parte d’Europa, ad appoggiare tutte le imprese belliche di marca Usa senza nessuna attenzione non solo per le ragioni della Costituzione e del radicato pacifismo italiano, ma anche per più prosaiche valutazioni di opportunità: si contribuì a distruggere la Jugoslavia aumentando così l’instabilità ai nostri confini, si seguirono i Bush in Iraq ed in Afghanistan senza interrogarsi sul senso e sui limiti di quella cieca strategia di dominio. D’altro canto, il movimento dei lavoratori, nella sua più alta espressione politica, non ha saputo elaborare una propria ed alternativa definizione dell’interesse nazionale. O meglio, passato dalla linea filosovietica ad una non irragionevole posizione d’equilibrio che tentava di creare spazi ad un’ipotesi eurocomunista, si è trovato privo di strategia di fronte all’Ottantanove ed all’euro, finendo per sposare integralmente la linea dell’europeismo senza riserve cara ai suoi stessi avversari, ed in buona misura agli Stati uniti. Anzi, più realista del re, è stato tanto più europeista quanto meno lo erano i diversi governi di centro-destra, illudendosi infine di poter usare l’Europa contro Berlusconi quando era invece l’Europa ad usare la cacciata di Berlusconi come mezzo per regolare definitivamente i conti con il movimento di classe. Ed ora siamo serviti.
Di fronte al fallimento evidente di questi esercizi di servitù volontaria, di fronte al definitivo tramonto dell’indipendenza nazionale, e quindi della democrazia, di fronte allo sfascio del sistema produttivo, dello Stato e della società italiana, è tempo di misurarsi direttamente con il compito di definire l’interesse nazionale, sapendo che si tratta di un compito arduo e di portata storica, risolvibile solo in una intensa e concentrata riflessione collettiva di cui qui non si può offrire che una traccia iniziale.
Questa traccia ci dice che per un Paese come il nostro, strutturalmente dipendente dall’esterno per materie prime ed energia e fortunatamente incapace di esercitare un dominio militare sull’ambiente circostante, l’interesse nazionale coincide prima di tutto, in un mondo ormai regolato da relazioni multipolari, con la costruzione di uno spazio sovranazionale realmente cooperativo, capace, al contrario dell’Europa attuale, di interrompere la nostra tendenza al declino industriale e di ostacolare i movimenti del capitale finanziario (ossia speculativo) che possono bloccare qualunque tentativo di ripresa. La creazione di un simile spazio è interesse non solo del Paese, ma anche e forse soprattutto dei lavoratori italiani, che grazie ad esso vedrebbero sparire il meccanismo della deflazione salariale competitiva che caratterizza l’Europa, ed attenuarsi la completa libertà di movimento del capitale finanziario che è la causa principale dell’arretramento dei movimenti di classe in tutto il mondo.
Un simile spazio esiste, almeno in potenza, ed è il Mediterraneo. E’ cooperativo perché tra i Paesi dell’Europa meridionale, quelli nordafricani e quelli mediorientali, Turchia inclusa, nessuno possiede una vera forza egemonica, ed il maggior sviluppo degli uni è bilanciato dalle grandi risorse (di energia, capitali e capacità di lavoro) degli altri. E’ foriero di sviluppo perché è sede di un irreversibile rivolgimento democratico, iniziato con la “primavera araba”, il cui esito positivo, che sarebbe favorito dal nuovo spazio comune, costringerebbe gli ingenti capitali accumulati dai Paesi esportatori di energia ad abbandonare la speculazione a vantaggio degli investimenti produttivi e della domanda di beni di consumo. E’ geopoliticamente “pesante” perché cerniera tra il nord Europa ed il sud-sud est (inclusi Cina, India e Russia), e come tale può sia condizionare i Paesi nordeuropei, sia limitare le scorribande del capitale finanziario mondiale. Disegna infine un ruolo particolare per l’Italia, perché può divenire, per noi e per gli altri Paesi sudeuropei, spazio d’esportazione di prodotti di qualità e di tecnologie sociali ed ambientali (vera merce strategica del futuro) e d’importazione di energia e capitali in un contesto di migrazione incrociata e protetta di lavoro. E può assegnare un ruolo decisivo al nostro Mezzogiorno, contribuendo ad arrestarne l’innegabile (anche se non univoco) degrado, oggi drasticamente accentuato dalle scelte economiche comunitarie che mettono a rischio la stessa unità del nostro Paese. Configurazione geopolitica, rapporti economici, tendenze storiche di lungo periodo e congiuntura internazionale ribadiscono che il Mediterraneo è una via obbligata per lo sviluppo e l’unità Paese. Non è un caso se i pochi sussulti di indipendenza nazionale successivi alla Resistenza avvengono proprio come effetto della collocazione mediterranea della penisola: da Mattei a Sigonella, quando una traccia di dignità nazionale è emersa dalla grigia subordinazione che ci ha umiliato per decenni, è stato per rivendicare un nostro ruolo autonomo ed una nostra attitudine cooperativa nei confronti dei Paesi nordafricani e mediorientali. E d’altro canto si può dire che i deficit di indipendenza nazionale si identificano proprio con l’incapacità, o impossibilità, di valorizzare la nostra posizione mediterranea. Quindi, sia che si voglia da subito costruire uno spazio alternativo all’Europa attuale, chiamando a raccolta anche Spagna, Portogallo e Grecia, e “lavorando” sulla Francia, sia che si vogliano costruire le relazioni internazionali che meglio consentano di gestire una dura rinegoziazione del nostro rapporto con l’Unione, non esiste una soluzione migliore di quella di rispondere pienamente, e finalmente, alla nostra vocazione mediterranea.
Soluzione inevitabile, ma proprio per questo assai difficile. Incontra l’opposizione dell’Europa tedesca. Incontra l’opposizione degli Usa. Incontra l’intrico di contraddizioni che attanagliano i Paesi che si affacciano sul nostro stesso mare e che tragicamente si riassumono nella storia delle centinaia e centinaia di uomini e donne che proprio in fondo a quel mare trovano la morte. Soluzione, quindi, che può essere tentata solo da una politica di alto profilo che sappia affrontare, contemporaneamente, grandi questioni irrisolte, sedimentatesi nei decenni sia all’esterno che all’interno del nostro Paese. La prima, ovviamente, è la questione palestinese, che trascina con sé quella del ruolo degli Stati Uniti e del rapporto con l’Iran. Ed è bene ricordare, al riguardo, che una posizione autonoma, italiana e sudeuropea, sul problema palestinese non potrebbe che acuire, inizialmente, la sensazione di accerchiamento di Tel Aviv e quindi la sua già preponderante tendenza alla guerra. E’ dunque di assoluta importanza che l’autonomia non si configuri come mera posizione antisraeliana, ma si presenti da subito, pur nel contesto di una scelta favorevole alla popolazione attualmente più debole, come offerta di una mediazione credibile e di una credibile soluzione politico-economica che non riproduca le ragioni del conflitto. La seconda questione, strettamente intrecciata alla prima, è quella, già ricordata, del movimento democratico nordafricano e mediorientale: qui saremo chiamati ad assecondare il carattere inevitabilmente, e positivamente, nazionalistico di quelle rivolte, ricordandoci che, come nel nostro caso, il superamento dei limiti del nazionalismo non può avvenire attraverso un mercato immediatamente liberalizzato, ma semmai in forma confederale. E infine, per venire a noi, giova essere avvertiti del fatto che il divenire (anche) terra di transito di merci ed energia è una grande opportunità che però, se non governata, può trasformarsi in una grande catastrofe. Una catastrofe ambientale, se inaugura un ulteriore capitolo della cementificazione e infrastrutturazione selvaggia del territorio. Una catastrofe produttiva se trasforma l’Italia in un’immensa autostrada per i prodotti altrui, e non prevede la costruzione di efficienti punti di attività logistica e di lavorazione dei prodotti stessi. Il che equivale a dire che la costruzione dell’area mediterranea e l’esaltazione del ruolo di cerniera dell’Italia sono possibili soltanto se il Paese abbandona un modello di sviluppo fondato sull’accumulazione via cemento e appalti facili, sull’attività di imprese votate più a lucrare rendite che a produrre beni e servizi, sull’assenza di una qualunque regolazione razionale. Sembra una semplice questione di politica industriale, ma non lo è perché implica, come vedremo, una profonda modificazione dei rapporti fra le classi e fra queste e lo Stato.
Rispondere in maniera compiuta alla nostra vocazione mediterranea comporta quindi l’elaborazione di un rapporto profondo col passato e col futuro del Paese. Quanto al passato, dobbiamo comprendere che le piccole e grandi tragedie della nostra storia postbellica sono da ascriversi in gran parte alla mancata soluzione della questione mediterranea, e che i Mattei, i Moro e le decine e decine di morti causati dallo stragismo sono anche vittime della risposta violenta a tentativi di indipendenza di cui pochi, allora, compresero la natura, mentre oggi tutti devono divenire consapevoli della necessità democratica e della difficoltà dell’autonomia nazionale, alimentando anche con questa nuova coscienza la base morale di una inedita impresa politica. Quanto al futuro, dobbiamo comprendere come la risposta alla vocazione mediterranea si identifichi oggi con la capacità di ridisegnare l’intera struttura sociale, economica ed istituzionale del Paese, e lo costringa a porre di nuovo il problema di una sua particolare e creativa via al socialismo. E’ di questo che parleremo nelle prossime pagine.

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