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Conflitto di interessi? E Chiamparino che diventa presidente della San Paolo?

Sergio Chiamparino sta per essere nominato presidente della Compagnia di san Paolo, la fondazione bancaria che detiene il pacchetto azionario più corposo di Intesa Sanpaolo, poco meno del 10%. E’ una notizia che rispetto la sua portata simbolica ed economica non trova spazio nei media. Un ex sindaco, privo di esperienza nel settore, mal tollerato dal suo partito, diventa banchiere: Torino, la città che dorme mentre la nave affonda, guarda alienata e fa spallucce.

Si tratta di una situazione priva di precedenti nella storia recente di Torino, un conflitto di interessi che si manifesta palesemente, alla luce del sole, perché così vuole la cultura torinese degli ultimi anni: perché nascondere quando si può tranquillamente rovesciare il significato di un fatto? Anche perché l’Italia è il regno del conflitto di interessi e nulla di illegale è riscontrabile.

La città post tutto che durante le Olimpiadi si è ubriacata, è una definizione dell’ex sindaco prossimo banchiere, negli ultimi venti anni si è distinta nell’intero paese per la cattiva gestione del bilancio pubblico, divenuto un pozzo senza fondo cui attingere, fiduciosi che qualche santo avrebbe provveduto prima o poi. Quel santo ha sempre avuto un nome: Banca San Paolo spa prima, e poi, dopo la fusione con Banca Intesa voluta dal torinese Enrico Salza, colui che di fatto ha benedetto gli ultimi tre sindaci della città, Intesa Sanpaolo. Il debito di Torino oggi è pari a 4, 467 miliardi di euro,  quattro volte il bilancio complessivo del Comune. Lo sforamento del patto di stabilità attuato non senza ragioni da Fassino e dalla sua giunta non fu di 320 milioni di euro ma di 480. Ed il fondo tesoreria, il gruzzolo nel salvadanaio da spaccare solo in caso di estrema necessità, oggi ammonta a ben duemila euro. Recentemente la Corte dei Conti ha criticato pesantemente la gestione del cassa del Comune «rilevando un alto livello dell’indebitamento dell’Ente, una situazione critica dei derivati, e rinegoziazioni i cui interessi complessivi passano da euro 4.189.215 (ante rinegoziazione) a euro 15.181.600 (post rinegoziazione)». La relazione della Corte dei Conti, confermata poi dalla magistratura contabile che ha zittito la difesa avanzata dall’attuale sindaco e dalla sua giunta, si è concentrata  sulla gestione non orientata al principio della prudenza, alla sovra valutazione degli oneri di urbanizzazione, alla gestione delle partecipate (leggi alla voce disservizi e mega stipendi per dirigenti). Ma se Torino è divenuta la Grecia d’Italia responsabilità non ne ha l’attuale sindaco, ma il suo predecessore, quel Sergio Chiamparino che sta per diventare il “padrone” del pacchetto di maggioranza di Intesa Sanpaolo. E questo in virtù di un principio molto semplice: se sei un pezzente ed hai un debito da centomila euro la banca non ha pietà e ti spiana, se invece con quella stessa banca hai tre miliardi di euro di debiti ne sei il padrone. Da quanto è dato conoscere il debito contratto dal Comune di Torino negli anni delle gestioni Castellani–Chiamparino è posseduto da ventiquattro istituti di credito, tra cui ovviamente Intesa Sanpaolo che ne detiene circa l’ottanta per cento. Gli ultimi dati certificati risalgono al 2008: 3,1 miliardi di euro, pari a circa il 225% delle entrate dello stesso anno. Nel 2001 il debito della città era pari a 1,7 miliardi di euro, ed poi è salito a 2,98 miliardi nel 2007. Le ultime proiezioni, come scritto in precedenza, quantificano il debito a quota quattro miliardi e mezzo. I conti della Compagnia di san Paolo e della stessa banca madre-figlia, sono quindi in buone mani. Sdegnato per le critiche il prossimo banchiere ha sempre sostenuto che il debito è dovuto agli investimenti infrastrutturali che hanno trasformato la città. In anni passati addirittura parlava di “tafazzismo della sinistra” il voler riprendere “sempre”  questa storia del debito. Gli venne in mente anche di dotarsi di un nastro con la risposta automatica da utilizzare tutte le volte che qualcuno gli avesse mosso qualche critica. Erano tempi felici e di battute di spirito quelli, il 2008, quando l’iceberg era ancora lontano.

Sergio Chiamparino ha ragione quando sostiene che importati lavori infrastrutturali hanno necessità di mutui. Dimentica però di aggiungere che parte importante del debito attuale si è costituito per coprire la spesa corrente e soprattutto i fondi di dotazione, pozzi di san patrizio che hanno irrorato le casse delle più svariate fondazioni.  Tutta le gestione Castellani-Chiamparino è stata improntata alla spesa pubblica, ma con una variante. Il debito non era più, come negli anni settanta-ottanta, una convenzione aleatoria, perché i soldi arrivavano direttamente dallo Stato e dalla sua zecca. Bei tempi seppelliti dall’ideologia liberista che qui hanno tutti sposato con entusiasmo.

Dal 1992 c’è una bella novità: i debiti si contraggono con istituti di credito privato che ora chiedono indietro capitale ed interessi. Ma pensa un po’. E poi c’è anche un’altra novità che solo recentemente è stata ricordata: il vincolo di bilancio. Ed anche l’abolizione dell’Ici. Ma il ricorso al mutuo sembrava il abracadabra che tutti i problemi risolveva.

L’ex sindaco, ora andrà a gestire, indirettamente, il debito che lui stesso ha in parte contratto. Letta con un’ottica leninista questa potrebbe perfino essere una mossa da maestro, roba da soviet supremo. Perché la Fondazione Compagnia di San Paolo a Torino oggi è lo Stato Sociale. Senza di essa non resisterebbe nulla. Le sue “donazioni” sono frutto indiretto dell’attività finanziario-speculativa della banca madre, e quindi considerare la Compagnia, ed in generale le fondazioni, come un’opera caritatevole non ha ragione d’essere. Non a caso il numero due della Compagnia sarà una suora cottolenghina, nominata cinque anni fa da Chiamparino e confermata oggi Piero Fassino.

L’ex sindaco succede all’avvocato Benessia, nominato cinque anni fa proprio da Chiamparino. Nel 2008 il dpef della città passò dallo studio di Benessia “per una consulenza a gratis” disse il prossimo banchiere indignato per le critiche. Peccato che non sia oggi tuttora chiaro con quale diritto un banchiere possa mettere le mani dentro un documento di programmazione economico finanziaria di una città. Fu una storia misera che semplicemente raccontò chi aveva, ed ha, le leve del potere.  Torino fa tendenza, quindi. Prepariamoci a vedere altri di questi passaggi. I politici di professione hanno ben capito che per comandare una società è oggi perdente rimanere invischiati dentro le pastoie dei partiti e delle istituzioni democratiche. E’ necessario entrare dove si genera e si gestisce il debito. Il resto è teatro.  

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