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Fiom e sinistra: fischi per Bersani e scarso entusiasmo

Michele Viglione, delegato Selex Elsag fino a pochi mesi fa, scandisce parole e ragionamenti con tono riflessivo e pacato. Non si è alzato un attimo dal suo posto in platea nella sala convegni dell’hotel Parco dei principi, ha ascoltato bene tutti gli interventi, ma quando ha sentito Bersani dire «noi sull’articolo 18 abbiamo fatto da argine» ha alzato le braccia e gridato forte: «Ma venite voi in un’azienda metalmeccanica…». Non l’hanno lasciato finire, l’intervento del segretario del Pd era ancora in corso. «Stava dicendo una cosa non vera – racconta poi – e a me mi si è annebbiata la vista». Alla Selex Elsag, che fa parte del gruppo Finmeccanica, ci saranno presto migliaia di esuberi, «che se passa la legge Fornero diventeranno migliaia di licenziamenti, senza nemmeno ammortizzatori sociali».
Forse non è un caso che l’intervento più applaudito di tutti ieri sia stato quello di Stefano Rodotà. I politici, anche quelli più vicini, non accendono l’entusiasmo di una platea composta soprattutto di delegati e funzionari dei metalmeccanici Cgil. Per Bersani volano fischi. C’è chi discute se sia «coraggio» o «incoscienza» quel che ha portato il segretario del Pd nella tana del lupo, chi urla «l’articolo 18 è mio», chi più pacatamente osserva che il leader del maggiore partito di centrosinistra «non ha risposto in maniera chiara nemmeno a una delle questioni poste da Landini». Per Ferrero sono applausi, ma una platea politicamente navigata sa perfettamente che anche il più sincero degli attestati di vicinanza poco conta se poi concretamente nulla si riesce a cambiare. Applausi, «al netto di una buona dose di propaganda», anche per Di Pietro che incassa a piene mani l’avere recepito le proposte della Fiom in una proposta di legge sulla democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro. Vendola invece convince meno lasciando tra il pubblico la sensazione di un difficile esercizio di equilibrismo nel tentativo di salvare capre e cavoli, la sintonia con le richieste avanzate dal mondo del lavoro da una parte e l’alleanza con un partito che esplicitamente ormai guarda al centro dall’altra.
Quanto misura la distanza tra palco e platea? Almeno tanto quanto la distanza tra le parole, ossessivamente immobili e ritualmente autoreferenziali, e le cose, che nel paese reale si avvitano in una spirale ogni giorno più drammatica. Ma sul palco questa volta a fare gli onoroi di casa c’è la Fiom perchè, lo dice Giorgio Airaudo, «non consentiremo che le lavoratrici e i lavoratori votino senza sapere per quali politiche». Non è la Fiom che «scende» in politica, semplicemente perchè la Fiom la politica l’ha sempre fatta. Vuoi perchè, per dirla con il segretario Landini, «la Fiom, il problema del cambiamento della società al di fuori della fabbrica se l’è posto da quando è nata», o perchè «sono i nostri temi a essere politici» per dirla con le parole di Emanuele Di Nicola, una vita alla Fiat di Melfi e ora segretario regionale della Basilicata. Qualcuno ci scherza su. «La Fiom in politica? È una minaccia, perchè a differenza di quel che fanno i politici di professione, noi per statuto possiamo fare una cosa o l’altra», dice Raniero Onori, funzionario ed ex delegato alla Thyssen Krupp di Terni, «ma se l’antipolitica, che parla di queste cose, la danno al 20 percento, allora viene da dire che noi siamo più titolati e allora magari qualcuno esce dalla Fiom e si mette a fare politica». È «una minaccia», che ben misura la distanza tra palco e platea.
La delusione finale si coagula per molti attorno alle parole pronunciate da Landini a proposito degli operai della Fiat di Termoli che prenderanno 300 euro in meno in busta paga rispetto ai loro colleghi solo per essere iscritti alla Fiom. «Se io fossi in Parlamento starei dalla parte di quei lavoratori», dice Landini tra gli applausi. Ma in platea nessuno sente pronunciare le parole, «quando saremo in Parlamento…».
«Almeno è stato l’inizio di una discussione», dice un delegato mentre tutti si stanno alzando. «Un confronto utile, che certo non risolve i problemi del rapporto con la politica ma almeno comincia ad affrontarlo», chiosa un dirigente di lungo corso come Giorgio Molin. La strada della riconciliazione tra mondo del lavoro e rappresentanza politica si annuncia lunga e in salita. E alla fine della giornata c’è chi ci scherza su. «Chi mi ha convinto di più? Landini naturalmente».

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