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La Costituzione non basta più

Parole dure contro la politica da Rodotà, Revelli, Pianta, Flores. Tronti: «Rompere le compatibilità»

Gli intellettuali. Se ne riscopre l’indispensabilità quando l’orizzonte diventa confuso e si cerca una bussola. I migliori tra loro tornano dentro la «rude razza pagana» quando quella domanda diventa un tuono. Ieri mattina sono stati in diversi a prendere la parola. Differenti per scuola e specializzazione, tutti hanno finito per confrontarsi con gli «sbreghi alla Costituzione» apportati in successione da Berlusconi e Monti. Stigmatizzando la retorica che accomuna sotto la presunta «antipolitica» l’universo delle critiche ragionevolissime contro questa classe politica, il governo che sostiene, gli interessi che difende e quelli che calpesta. Un universo che, per esempio sull’acqua pubblica, ha messo in piedi un’altra politica. Per di più vincente.
Stefano Rodotà scatena l’applauso ricordando «la riforma costituzionale fatta all’insaputa dei cittadini», quella modifica dell’art. 81 che introduce il «pareggio di bilancio» nella Carta e impedisce qualsiasi azione pubblica in deficit. Ma la lista è lunga. C’è la «svalutazione dell’art. 41», quello per cui la libertà d’impresa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»; ma che prima Berluska, ora Monti, vorrebbero riscrivere mettendo come «valore» la competizione e la concorrenza. Mentre la dignità svanisce come nelle risposte di quegli operai costretti a votare «sì» al «modello Pomigliano» per pagare il mutuo o mandare il figlio all’università.
Un ragionare che ritorna anche nelle parole di Marco Revelli e Mario Pianta, sempre a cavallo tra aggressione ai diritti costituzionali dei lavoratori e andamento della crisi economica. Da qui, infondo, parte quell’«imbarbarimento pazzesco della società europea» obbligata a forza a cancellare le sue conquiste costate secoli., Frutto anche di una «costruzione dell’integrazione europea» fondata su due assi: «la «totale libertà di mercato per la finanza globale» e «l’illusione nella razionalità del libero mercato».
Il risultato? Nel 2012 l’Italia impegnerà il 10% della propria spesa pubblica per il pagamento dei soli interessi sul debito pubblico. Naturalmente questa è l’unica quota della spesa che «non si può tagliare»; tantomeno dopo che sarà stato reso funzionante il «fiscal compact, quel vincolo che costringe a ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in 20 anni. Per l’Italia significa una finanziaria di tagli da 45 miliardi l’anno, da qui al 2033. Altro che barbarie, «sono gli effetti di una vera e propria guerra».
La speranza, qui viene in parte dalla vittoria di Hollande, che «ha spezzato l’asse neoliberista con la Merkel». Ed è sorprendete che siano gli intellettuali a dover far notare che mentre la nuova Francia e la Germania merkeliana hanno grosso modo deciso il via libera a una Tobin Tax europea (contraria solo l’Inghilterra, al momento), il prode Monti si guarda bene dal premere su questo tasto con i suoi partner della Ue.
Tocca a Mario Tronti ripercorrere l’intreccio continuo tra movimento operaio e sviluppo, facendo notare che – statisticamente – «nella storia c’è stato sviluppo capitalistico quando c’è stata piena occupazione, diritti, salari alti». Al contrario, disoccupazione di massa, caduta della credibilità della classe politica e crisi economica hanno spesso aperto le porte alla reazione e al declino. Alle nostre spalle, negli ultimi anni, «c’è stato un terremoto di magnitudo 10», una «distruzione creatrice» furibonda e cieca. Il compito oggi, a suo giudizio, è «recuperare capacità offensiva». Un concetto che riguarda prima di tutto la cultura politica: bisogna essere in grado di «rompere le gabbie d’acciaio delle compatibilità di sistema», quelle che rendono impossibile difendere gli interessi dei lavoratori».

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