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Indagato il potente direttore sanitario amico del Celeste

Forse manca un capitolo nell’e-book che Roberto Formigoni ha presentato l’altro giorno in una gelateria nel centro di Milano piena di fragole con la panna. Titolo: Il buon governo (non è una battuta). Lo hanno scritto ieri il procuratore aggiunto della procura di Milano Francesco Greco e il pm Carlo Nocerino, i titolari della una nuova inchiesta che per l’ennesima volta colpisce l’impero al tramonto del Celeste governatore della Regione Lombardia. Non è ancora la madre di tutti gli avvisi di garanzia – quello che tutti si aspettano da anni, direttamente indirizzato allo stesso Formigoni – ma poco ci manca.
Più che «un attacco militare», come dice il complottista Formigoni, si tratta di una indagine per presunte irregolarità nell’assegnazione di progetti di sperimentazione clinica ad alto contenuto tecnologico che vede indagati 28 personaggi che a vario titolo lavorano nel sistema sanitario lombardo (il «fiore all’occhiello» della politica del Celeste), tra i quali spicca il direttore generale, il potente Carlo Lucchina, braccio destro dello stesso governatore. Dunque non una pedina qualsiasi. Il «pacchetto» di accuse per gli indagati va dall’associazione a delinquere alla turbativa d’asta, dal peculato alla rivelazione del segreto d’ufficio. Nel corso delle indagini sono stati perquisiti anche gli ospedali Niguarda di Milano e gli ospedali di Lecco, Busto Arsizio e Saronno.
I finanziamenti regionali, stanziati nell’ambito di accordi stipulati tra la Regione Lombardia e alcune aziende private e ospedali pubblici per la sperimentazione di alcune apparecchiature scientifiche, ammontano ad alcuni milioni di euro. Tra le persone finite nel mirino della magistratura ci sono manager di aziende private, come la General Electric, e alcuni direttori sanitari, tra cui Pasquale Cannatelli dell’ospedale Niguarda, Armando Gozzini dell’ospedale di Busto Arsizio e Ambrogio Bertoglio dell’azienda ospedaliera di Lecco.
L’assessore regionale alla Sanità, Luciano Bresciani, ha espresso totale fiducia nella magistratura e non sembra intenzionato ad arroccarsi sulla difensiva come fa Formigoni: «I cittadini hanno bisogno di risposte, sanno che la sanità lombarda funziona perché si curano qui e non vanno all’estero, ma se ci sono episodi di corruzione occorre buttare fuori le mele marce. E io questo l’ho sempre detto». Per le opposizioni, invece, i cittadini hanno bisogno di una cosa sola: le dimissioni del governatore e le elezioni anticipate.
«Quanto sta accadendo – dice Nino Baseotto, segretario generale della Cgil Lombardia – conferma che il modello lombardo tanto decantato di privatizzazione progressiva della sanità, sta mostrando di essere fondato sull’intreccio tra poteri politici e interessi privati, a discapito del diritto alla salute dei cittadini e delle cittadine della nostra regione. Questa nuova tempesta che si abbatte sul Pirellone, su una questione delicata come la sanità, non fa che confermare quanto andiamo dicendo da mesi. La giunta Formigoni è arrivata al capolinea, paralizzata dagli scandali, lacerata dai contrasti interni e dall’ossessione di trovare il modo per restare aggrappata a poltrone sempre più traballanti, ad un potere sempre meno legittimato dalla credibilità istituzionale e dal consenso popolare. Chissà se il presidente Formigoni avrà ancora l’arroganza di parlare di complotti, o di fingere di non essere ormai travolto dagli scandali che lo coinvolgono, e di credere di avere ancora un futuro politico». Probabilmente sì, stando a sentire Angelino Alfano: «Noi lo difendiamo, lui non è indagato, lo attaccano solo perché è del Pdl».

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