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Il Pdl affonda l’anticorruzione

Col voto di mezza maggioranza, la legge passa al senato. Destinata a restarci Cicchitto diffida i tecnici: «Non mettete la fiducia sulla responsabilità civile dei giudici perché voteremo contro»

La legge anticorruzione è quella per la quale il governo più si è speso lungo i suoi sette mesi di vita. Il presidente del Consiglio l’ha definita più volte una priorità, l’esecutivo per seguirla ha impegnato due ministri in presenza continua alla camera, uno dei quali, la ministra Severino, ha detto che per condurla in porto il governo correva anche il rischio di una sfiducia. Poi di fiducie ne sono servite ben tre. E alla fine la legge è passata, in prima lettura, con solo 354 voti a favore. La strana maggioranza che in teoria dovrebbe contare sulla quasi totalità dell’aula ieri si è ridotta al 55% dei deputati, si è fermata a un passo dal diventare minoranza. È questo lo stato di salute del governo sulla giustizia – questione decisiva secondo Monti ma ancora identitaria per gli ultimi avamposti berlusconiani. Questo, se non peggio. Visto che il voto favorevole di (mezzo) Pdl è arrivato al prezzo di infiniti distinguo, pesantissime critiche e, da ultimo, anche un avvertimento di quelli che si lanciano all’uscita dal bar. «Non si azzardi a mettere la fiducia al senato, perché non la voteremo», ha detto il capogruppo Cicchitto. Concludendo nel tripudio dei suoi, rivolto a Paola Severino: «Donna avvisata, mezzo salvata».
Si riferiva, il capogruppo del Pdl, a una questione che con la corruzione non c’entra nulla, malgrado gli azzardi dialettici dei suoi avvocati. E cioè alla responsabilità civile dei magistrati che proprio alla camera, con un fulmineo gioco di sponda tra Pdl e Lega, è stato riformato all’interno di una legge a tutt’altro dedicata, la legge comunitaria del 2011 (che così è ancora bloccata, oltre un anno e mezzo dopo la scadenza, a proposito di impegni con l’Europa). La nuova norma prevede adesso che i magistrati italiani possano essere chiamati a rispondere dei loro errori derivanti dalla violazione della legge comunitaria o nazionale, e a farlo direttamente, con il loro patrimonio personale, di fronte ai cittadini che si ritengono danneggiati. Nel resto d’Europa non va così, perché sottoporre un giudice alla responsabilità diretta significa minacciarne la sua indipendenza di giudizio nei confronti degli imputati più forti, più ricchi e che possono accedere a difese migliori. Il governo, con molto ritardo e imbarazzo, ha proposto un emendamento che stabilisce almeno che sia lo stato a pagare in prima istanza, salvo l’obbligo di rivalersi sullo stipendio dei magistrati responsabili dell’errore. Siccome il Pdl non sente ragioni – e al senato, con la Lega, ha i numeri per non sentirle – la ministra Severino era orientata a chiedere la fiducia sul suo emendamento correttivo. Ieri Cicchitto gli ha detto di no, di non provarci. Un po’ come nelle vendette incrociate mafiose: per punire lo sgarro del governo sulla corruzione, colpiscono quello che hanno a tiro.
Ma non solo. Cicchitto ha presentato alla ministra – il tutto sempre nel corso di una dichiarazione di voto favorevole – altri due ultimatum. Al senato il Pdl chiede che la legge appena approvata venga cambiata almeno in due punti. Il primo riguarda la riduzione della pena per la concussione per induzione che determinerebbe la prescrizione di due capi d’accusa (su cinque) per i quali l’ex presidente della provincia di Milano Penati, Pd, è sotto processo a Monza. Da notare che il Pdl argomenta la sua contrarietà sostenendo che la stessa attenzione non è stata usata per Berlusconi, perché, testualmente, «riportando la concussione per induzione all’interno della figura della corruzione sarebbe stato chiuso immediatamente il processo che si celebra contro Berlusconi». Bisognava, insomma, fare qualcosa anche per il cavaliere. Del resto il Pdl aveva presentato un emendamento alla nuova concussione in grado di far morire immediatamente il processo Ruby. E non è affatto escluso che gli avvocati di Berlusconi tenteranno comunque di allungare i tempi, coinvolgendo la Cassazione per l’interpretazione di questa nuova legge. Il Pd invece assicura che le accuse per Penati sarebbero cadute comunque in prescrizione: non è così, almeno non fino al 2015. L’altro punto che il Pdl vuole modificare è il cosiddetto «traffico di influenze» previsto nel nuovo articolo 13: sostiene che così si criminalizza anche l’attività lecita di lobbying. Non è vero, perché la legge parla esplicitamente di passaggio di denaro o «altro vantaggio patrimoniale».
Resta alla fine un problema più serio: questa legge prevede una delega molto lunga – un anno – perché il governo stabilisca con decreto le regole di incandidabilità dei condannati. Severino ha promesso che l’esecutivo impiegherà meno, quattro mesi dall’approvazione definitiva del provvedimento. Basterà perché le nuove norme siano operative alle prossime elezioni? È assai improbabile. Viste le premesse, la legge anticorruzione resterà a lungo bloccata in senato. Per tornare alla camera quando ormai sarà troppo tardi, o per non tornarci mai più e passare definitivamente in archivio come «priorità» del governo Monti.

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