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Grecia – Europa, punto e a capo

Adesso è chiaro che il problema non è, non è mai stata la Grecia. Che anche se dalle urne è arrivato primo il partito degli obbedienti di Nea Democratia (gli stessi che hanno condotto Atene al disastro), non è stato fatto nessun passo avanti per risolvere la crisi dell’euro. E, al di là delle congratulazioni di maniera, anche la cancelliera tedesca Angela Merkel non deve essere troppo soddisfatta. Era chiaro pure agli orbi che la Germania stava cercando qualcunque appiglio per estromettere la Grecia dall’euro. Se la formazione di sinistra Syriza avesse ottenuto il primato, Berlino avrebbe avuto l’alibi che cercava per espellere Atene dall’unione monetaria e avviare il processo di messa in riga che auspica fin dall’inizio: commissariare o radiare tutti i paesi Pigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).
Ora invece Berlino, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea si trovano in un bel guaio: non possono punire i greci per aver votato come gli veniva chiesto, ma non possono neanche «premiare» la Grecia colpevole e debitrice. E il voto non ha ridotto il debito né rinviato le scadenze delle rate.
Ecco perché i padroni dell’Europa si ritrovano punto e a capo, quasi impotenti, con però due mesi in più trascorsi e quindi con il sistema bancario della Spagna sempre più vicino al crac, pronto a trascinare l’Italia con sé.
Nel 2009 alla Germania sarebbero bastati 50 miliardi di euro per risolvere il problema alla radice: per fermare la speculazione, l’unica è far perdere denaro agli speculatori. Se i brookers che scommettevano contro l’euro ci avesso subito rimesso, non avrebbero proseguito negli attacchi. Ma ragioni elettorali, di convenienza finanziaria (lasciare alle banche tedesche e francesi il tempo di disincagliarsi dai Pigs), di strategia politica (usare la crisi dell’euro per serrare la presa franco-tedesca sull’Europa) ci hanno portato al punto in cui non basterebbero 2.000 miliardi per salvare l’euro, perché tutta l’economia di riferimento è ferma, con molti paesi in recessione gravissima. In Italia migliaia di piccole e medie imprese chiudono o vendono a ritmo accelerato. I privati convertono i propri beni in lingotti d’oro, gli assets vengono ritirati dalle banche e trasferiti all’estero: il clima è da «si salvi chi può».
Il problema dell’euro è sempre stato politico, non finanziario: non ci può essere moneta unica senza politica economica comune e questa non è possibile se non è gestita da un soggetto legittimo, cioè eletto a suffragio universale europeo. Ma ora non c’è tempo materiale per avviare la costruzione di un’entità politica «Euro» e – francamente – i popoli non ne hanno nemmeno la volontà, dopo il modo in cui l’euro li ha trattati e continua a punirli.
Al summit G20 apertosi ieri a Los Cabos (Messico) ci sarà di certo ammannita un’altra ragionevole (e vana) esortazione del presidente degli Stati uniti Barack Obama. L’unica speranza, anch’essa assai improbabile, è che venerdì, almeno nello stadio di Danzica (ah la memoria storica!) la nazionale di calcio greca dimostri a quella tedesca che il Dio dello Spread non è onnipotente e può essere mandato nel pallone.

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