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«Uno tsunami di democrazia»

«È con gioia che sostengo la scelta di Sandro di candidarsi a sindaco di Roma per le amministrative 2013. Una scelta alla quale guardo con speranza, ben conoscendo l’impegno di Sandro Medici prima come giornalista, poi come consigliere comunale e presidente della X municipalità, che intende mettere al centro del suo programma per la Capitale una politica di democrazia partecipativa, su modello di quanto stiamo sperimentando noi con Laboratorio Napoli-Costituente per i Beni Comuni». È un buon inizio, il messaggio dell’assessore partenopeo Alberto Lucarelli. Da lì in poi, la prima assemblea popolare per lanciare la campagna «Sms, Sandro Medici sindaco», si trasforma in una «maratona delle idee» contenuta a forza nelle due ore disponibili. Da 11 anni minisindaco di Cinecittà, parte da qui, Sandro, da una piazza del Quadraro sotto quel palazzo chiamato «boomerang», progettato negli anni ’50 da Mario De Renzi, che tanto affascinò Pasolini da ambientarci «Mamma Roma». Una suggestione adatta a presentare una candidatura che in realtà è «l’avvio di un processo di ricerca e condivisione». Perché Roma, avvizzita da anni e col colpo finale di Alemanno, di una cosa ha bisogno per prima: «Di un bagno di democrazia, uno tsunami di partecipazione».
Lo affermano tutti, quelli che prendono la parola e che compongono il puzzle dei desiderata, e quelli che animano la piazza, gli anziani sulle sedie e i giovani sul muretto, divisi in capannelli o attenti ascoltatori. Il programma di Medici è tutto da scrivere, «in un cammino da fare insieme» perché «la mia candidatura vuole mettere in moto un processo virtuoso di coinvolgimento, per strattonare una città rattrappita e rassegnata»; ma la bussola è già puntata. Segue la via già battuta dalle tante lotte che Medici ha combattuto anche dentro le aule di tribunale, uscendone sempre vincente: le requisizioni delle case sfitte per le famiglie disagiate; il registro delle unioni civili e quello che già raccoglie più di mille testamenti biologici; la difesa dell’acqua pubblica e dei beni comuni; il contrasto al consumo del suolo e ai poteri forti dei palazzinari; le battaglie per i diritti civili fin dai tempi del funerale a Piergiorgio Welby, celebrato in quartiere fuori dalla chiesa che lo rifiutava.
Da qui si parte per affrontare i nodi cruciali di Roma Capitale: il necessario «blocco delle concessioni edilizie» e il ridisegno della viabilità e del traffico urbano («due cose da fare subito», dice Medici); «il ciclo dei rifiuti, attorno al quale da trent’anni ruotano indisturbati interessi criminali» (suggerisce Norma Rangeri, direttore del manifesto); «l’abbattimento delle barriere architettoniche» (incalza Mina Welby che rimanda al programma descritto dagli otto quesiti referendari romani dei Radicali). E ancora: «Stop a ogni forma di privatizzazione», «no alla vendita e non “svendita”, come sostiene il Pd, dell’Acea»; «un freno alla precarietà, cominciando dai contratti atipici delle aziende comunali», e «forme di sostegno agli affitti e reddito di cittadinanza», una iniezione vitaminica al welfare che «si può fare operando delle scelte economiche» (Dario Mavilia, della fondazione bertinottiana Altramente). Come? Nella capitale di un’Italia commissariata dalle istituzioni monetarie europee e mondiali, «c’è bisogno di una candidatura alternativa al Pd», il partito che appoggiando la linea rigorista di Monti non si sogna neppure di «dire no al patto di stabilità e al pareggio di bilancio» (Alessandro Luparelli, csoa Spartaco). Ma attenzione, fa notare Norma Rangeri: «La destra è forte e se la sinistra non si unisce rischia di perdere».
E allora la questione è anche squisitamente politica: «La candidatura di Medici non può rimanere sequestrata tra i veti dei notabili della politica e l’idea paternalistica dell’ascolto dei cittadini», sostiene Stefano Ciccone, dell’associazione Maschile plurale e di Sel (ma partecipa a titolo personale). Discontinuità vuol dire anche però «ripensare i rapporti con i movimenti», aggiunge Ciccone, troppo spesso ridotti a «pura contrattazione tra ceti dirigenti». Quei movimenti nella cui dirigenza «a volte impera una cultura del conflitto semplificata, gerarchica e machista, che ha impoverito le politiche dal basso».
Il suo partito appoggia il Pd Zingaretti, si sa, ma ieri dal sito romano di Sel il consigliere regionale Luigi Nieri ha aperto un vero fronte di battaglia interno: «Non c’è ragione perché si rinunci a presentare o a sostenere una candidatura che venga dal mondo largo della sinistra, dai movimenti, e non dal Pd». Sel chiederà le primarie, ma a Sandro Medici c’è anche chi, come Francesco Raparelli (Esc e Alternativa comune) pone il quesito: «Fuori o dentro le primarie?» Per «una candidatura altera, concorrenziale e conflittuale a quella di Zingaretti», dice Raparelli, che sappia però costruire «un progetto ambizioso» di governo, la domanda è d’obbligo. E c’è anche chi, come Action, il movimento per il diritto alla casa che ha condiviso tante battaglie di Medici, oggi si dice «non molto convinto» di appoggiarlo. «Abbiamo chiesto a Sandro di fare un passo indietro – racconta il consigliere comunale Andrea Alzetta – perché la sua candidatura va bene se viene da un processo collettivo che decide dal basso anche le “condizioni di ingaggio”».
«Siamo in cammino, il confronto è aperto – risponde Medici, concludendo la sua prima assemblea pubblica – decideremo insieme, scioglieremo insieme tutti i nodi. Se le primarie saranno vere potremmo decidere di parteciparvi, altrimenti nessuno può escludere di andare anche da soli».

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