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Federico Aldrovandi, la Cassazione rigetta il ricorso della polizia

«La Corte rigetta il ricorso e condanna gli imputati al pagamento delle spese processuali». Il dispositivo è rapidissimo. Ma i pochi minuti trascorsi dall’apertura della porta della IV sezione penale della Cassazione fino alla lettura dell’esito del ricorso numero 9 a Lino Aldrovandi e Fabio Anselmo sono sembrati un’eternità capace di far rivivere loro tutte le fasi di una tormentata vicenda che da ora, definitivamente, può essere archiviata come “Omicidio Aldrovandi”. Sono appena passate le 19.20 quando il giudice Carlo Brusco della Suprema corte, dopo oltre cinque ore di camera di consiglio, ha confermato le condanne a 3 anni e sei mesi per i quattro agenti che, all’alba del 25 settembre del 2005, effettuarono un violentissimo “controllo” di polizia su un ragazzo, disarmato e che non aveva commesso alcun reato, che morì in pochi minuti. Lo trovarono ammanettato dietro la schiena, faccia a terra, gli operatori del 118 che intervennero quella mattina al parchetto dell’Ippodromo di Ferrara.
Il primo grado e subito dopo il processo d’appello avevano smascherato le versioni ufficiali sulla morte accidentale del solito drogato che i colleghi dei quattro (in un altro processo verranno condannati per questo altri funzionari in servizio quel giorno) si sono spicciati a formulare e aggiornare mano a mano che una faticosissima controinchiesta dei legali della famiglia impediva prima di insabbiare il caso e poi di riaprirlo con una serie di prove e testimonianze decisive. Per lungo tempo, accanto a una famiglia straziata, ci saranno solo un pool di legali coraggiosi, pochissimi giornalisti e gli amici di Aldro, studente, ragazzo, diciotto anni compiuti solo 68 giorni prima di essere ucciso. «Ora sono un po’ in pace», le parole a caldo del papà di Federico subito dopo la sentenza. E immediatamente il suo pensiero è andato a quella “famiglia allargata” che anche ieri era in aula: «Vorrei che la stessa aria di giustizia che ho respirato in queste aule fosse concessa anche ai Cucchi, agli Uva, ai Ferulli e alle tantissime famiglie che si sono trovate a fare i conti con le violenze della polizia, e con una giustizia che non è facile ottenere». Anche Amnesty international rileva come il processo sia stato «lungo e tormentato».
Gran spolvero ieri per il pool difensivo dei quattro agenti, Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri e Carlo Pontani. A difesa di Segatto è sceso in campo l’avvocato Niccolò Ghedini , il legale di fiducia di Silvio Berlusconi. Chi paga? «Lo fa gratis per l’associazione, è uno dei nostri legali», ha spiegato Simona Cenni, presidente di Prima Difesa che si propone di «difendere i diritti umani dei poliziotti», compresi quelli della scuola Diaz di Genova.
«Ora ricorreremo alla corte europea dei diritti dell’uomo», ha detto subito dopo la sentenza, assicurando che i quattro avranno ottime difese pure in sede di disciplinare. Adesso, infatti, si apre una nuova fase. «Voglio vedere cosa faranno le istituzioni», le parole della mamma di Federico, che ieri per la prima volta non ha potuto assistere all’udienza perché ricoverata. Continueranno a indossare la divisa? Oppure un terzo grado di giudizio ha chiarito che non sono bravi poliziotti? D’altronde la linea difensiva è stata, ancora ieri, quella di dire che Federico è morto a causa delle droghe che avrebbe assunto (Ghedini lo ha definito «assuntore abituale»). «Che altro avrebbero dovuto fare?», ha chiesto in aula l’avvocato Bordoni. Una polizia democratica dovrebbe saperlo.

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