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62 cause per comportamento antisindacale. 7 vittorie

Sessantadue cause, tante quanti sono gli stabilimenti della Fiat in Italia. È dalla firma del contratto unico del settore auto, il 13 dicembre 2011, entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno, che la conflittualità tra la Fiom e la Fiat viaggia a tutta velocità anche sul binario delle cause legali. Nel silenzio della politica e delle istituzioni non resta che affidarsi ai giudici. Che finora hanno dato ragione alla Fiom con sette sentenze. Quattordici invece sono quelle vinte dalla Fiat, mentre in un caso, a Modena, il giudice ha riconosciuto le motivazioni della Fiom ma ha chiesto alla Corte costituzionale di esprimersi.
Sessantadue cause, intentate dalla Fiom contro la Fiat per comportamento antisindacale (ex articolo 28). Oggetto del contendere il contratto auto siglato dalla Fiat con Fim, Uilm e Ugl. Il contratto che ha esteso a tutti gli stabilimenti del Lingotto l’ormai noto «modello Pomigliano». Diciotto turni di lavoro, con chiamata anche il sabato, 40 ore in più di straordinario, pause e mensa ridotte al lumicino, in cambio di 600 euro di premio di produzione per quest’anno. Non solo, perchè l’elemento più insidioso del «contratto Fiat» è proprio la norma sulla rappresentanza sindacale, laddove vengono abolite le rsu (rappresentanze sindacali unitarie) e istituite le rsa (rappresentanze sindacali aziendali) nominate dai sindacati firmatari dell’accordo. Fuori dalle fabbriche dunque la Fiom. Fuori dalle fabbriche, soprattutto, i diritti dei lavoratori iscritti alla Fiom.
Così dalla Magneti Marelli di Bologna è partita la prima iniziativa legale. Lì è arrivata anche la prima vittoria, poi seguita da quelle ottenute alla Magneti Marelli di Bari, alla Lear di Caivano, alla Powertrain di Termoli, alla Sevel di Atessa, a Verona e a Pomigliano (per una causa sindacale precedente a quella civile vinta ieri). In quegli stabilimenti la Fiom ha così potuto riappendere le bacheche, nominare le proprie rappresentanze, e ricominciare la propria attività sindacale.
Anche alla Powertrain di Termoli il giudice del lavoro ha dato ragione alla Fiom e ha condannato la Fiat per comportamento antisindacale, riconoscendo il diritto di rappresentanza aziendale della Fiom con l’ultrattività del contratto nazionale unitario firmato nel 2008. Ma la Fiat ha approfittato della sentenza per applicare alle retribuzioni degli iscritti Fiom solo i minimi sindacali previsti dal contratto unitario del 2008. Cosa che, a partire da maggio, ha ridotto le buste paga degli operai con tessera Cgil fino a 300 euro al mese. Non solo: l’assemblea convocata dalla Fiom per mercoledì è stata rimandata dopo che la Fiat, martedì, ha pensato bene di mettere in cassa integrazione la metà circa dei dipendenti dello stabilimento.
Recentemente, spiega Michele De Palma, giovane responsabile del settore auto per la Fiom, sono partite anche le cause per le trattenute sindacali, per restituire agli iscritti Fiom il diritto (oggi negato) di versare la quota al proprio sindacato di riferimento. «Fin dall’inizio abbiamo cercato di tenere insieme l’iniziativa sindacale, quella pubblico istituzionale e quella legale, intrapresa per tutelare i lavoratori», spiega De Palma, «è chiaro che la cosa più opportuna in questo momento è che le istituzioni affrontino la questione, soprattutto sul futuro industriale della Fiat». Perchè il roboante piano di Fabbrica Italia non è in realtà mai partito e in tutti gli stabilimenti del gruppo dilaga solo la cassa integrazione.

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