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L'editoriale. La lezione di Syriza
Il risultato delle elezioni greche segna una svolta nella situazione europea. Per la prima volta dopo la vittoria del neoliberismo, dopo gli anni ’80, una forza di sinistra, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27%. Lo fa in nome di un’altra Europa, di una Europa democratica basata sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una Europa dei popoli e dei lavoratori.

Dopo tante chiacchiere sull’importanza dei partiti socialisti, il punto vero, sul piano politico, lo sta ponendo Syriza in Grecia, cioè l’anello più debole della catena. Ed il punto è semplice: visto il palese fallimento delle politiche recessive basate sulla distruzione del welfare e dei diritti dei lavoratori, è sufficiente oggi per uscire dalla crisi affiancare a queste politiche un po’ di investimenti come chiedono i socialisti? E’ del tutto evidente che la risposta è no, mille volte no. Non solo perché il Fiscal Compact condannerebbe l’Europa ad una recessione senza fine, ma perché la crisi – innescata dalla speculazione – ha le sue radici in una ingiusta distribuzione del reddito e nei meccanismi di fondo di funzionamento della globalizzazione e dell’Unione Europea. Se non si mette mano alle questione di fondo, semplicemente dalla crisi non si esce.

Per questo la Grecia è importante, perché Syriza (che fa parte del Partito della Sinistra Europea come Rifondazione Comunista, il Front de Gauche, Izquierda Unida, la Linke) ha posto i nodi di fondo che l’Europa deve affrontare. Dicendosi indisponibile ad accettare il memorandum che sta demolendo l’economia greca, ha posto la questione centrale per il nostro futuro ed ha su questo raccolto il 27% dei consensi.

Va anche sottolineato che Syriza è il primo partito in tutte le città e tra le persone con meno di 55 anni. Nuova Democrazia ha vinto grazie al voto dei contadini e dei centri rurali dove la crisi ha meno sconvolto i legami sociali e anche il tenore di vita. Dove i legami sociali e le clientele passate hanno continuato ad agire anche oggi. Il voto di Nuova Democrazia è quindi il rimasuglio di cosa c’era prima mentre il voto a Syriza è il voto sull’oggi, sulla nuova situazione determinatasi con la crisi. Quello che abbiamo davanti non è quindi un risultato definitivo ma solo la prima tappa di un percorso di cambiamento.

Voglio sottolineare che il risultato di Syriza non era iscritto nella situazione oggettiva, non era un fatto dovuto. Fino a poco prima delle elezioni Syriza era data a percentuali attorno al 6-7% e la parte del leone nei sondaggi la faceva Sinistra Democratica, una formazione nata pochi anni fa da una scissione da destra di Syriza – su motivazioni del tutto analoghe a quelle della scissione che abbiamo subito come Rifondazione tre anni fa – che proponeva l’alleanza con il Pasok. Le elezioni hanno ribaltato questo risultato e poi Syriza è arrivata addirittura al 27%. Questo è stato possibile perché il suo gruppo dirigente, a partire da Alexis Tsipras, ha tenuto ferma la rotta, non ha accettato di andare al governo dopo le prime elezioni e ha riportato il paese alle elezioni. Syriza non ha avuto paura delle minacce. Syriza non ha avuto paura di mettere in gioco il suo 16% che aveva conquistato nelle prime elezioni: Syriza è andata fino in fondo come si confà ad un gruppo dirigente di rivoluzionari e non di quaquaraquà. Tanto di cappello a Syriza e al suo gruppo dirigente.

Il messaggio che ci viene dalla Grecia è quindi un messaggio di speranza perché ci parla della possibilità di ricostruire una sinistra vera e di massa a partire dalla lotta alle politiche neoliberiste. Ci parla della possibilità di rovesciare le politiche europee. Sarebbe infatti sbagliato pensare che la vicenda greca sia chiusa con queste elezioni. Oggi, in virtù di una legge elettorale maggioritaria Nuova Democrazia può formare il governo ma non si tratta certo di una situazione stabilizzata. Tra qualche mese, quando sarà chiaro che la situazione è destinata a peggiorare, tutto si rimetterà in movimento. Anche perché la Merkel ha già pensato bene di spiegare a tutti che non farà sconti al governo greco. Come abbiamo visto nel caso spagnolo, questi delinquenti che governano l’Europa sono disponibili a mettere risorse (100 miliardi) per salvare le banche, ma non sono disponibili a permettere alla Bce di salvare gli stati, cioè i popoli. Le banche vengono salvate, le famiglie no.

La situazione greca è quindi tutt’altro che stabilizzata e nei prossimi mesi Syriza è nelle condizioni di costruire – da sinistra – una opposizione sociale, politica e culturale alle politiche europee, ponendo le condizioni per un deciso cambio di marcia. In altre parole la Grecia ci dice che è possibile anche in Europa avviare un percorso come quello imboccato negli ultimi decenni dall’America Latina, in cui le politiche neoliberiste sono state sconfitte e con esse buona parte delle forze politiche che le proponevano.
Il punto è di non lasciare isolata la sinistra greca. La Grecia da sola non può cambiare l’Europa, serve il contributo di tutti, a partire dal nostro. Per questo è necessario costruire anche negli altri paesi europei una sinistra antiliberista che abbia due caratteristiche fondamentali.

In primo luogo di essere molto netta nelle posizioni contro le politiche di austerità europee. Non si tratta di fare qualche emendamento – come propongono il Pd e i partiti socialisti – ma di rovesciare radicalmente l’impostazione economica e sociale dei governi europei. Occorre demolire la speculazione, ridistribuire reddito, costruire un intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ambientale e sociale dell’economia, ridurre l’orario di lavoro. Si tratta di costruire una sinistra che individuando chiaramente l’avversario da battere nella finanza e nelle multinazionali, riesca a raccogliere i disoccupati, i pensionati, i lavoratori e le lavoratrici, gli artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori. Si tratta cioè di fare una sinistra che individui chiaramente l’avversario nel 10% di ricchi e di potenti e operi per aggregare su una piattaforma anticapitalista il restante 90%. Come dicevamo a Genova: voi G8, noi 6 miliardi!

Noi ci poniamo l’obiettivo di aggregare la maggioranza della popolazione. Per aggregare oggi la maggioranza della popolazione occorre non solo essere autonomi dal Pd ma occorre avere un progetto politico chiaramente alternativo al socialiberismo che caratterizza i partiti dell’Internazionale socialista. Occorre tradurre in un programma di governo, di alternativa, la nostra impostazione anticapitalista.

In secondo luogo si tratta di fare una sinistra che superi i confini delle attuali organizzazioni politiche. Per questo penso che il nostro compito sia quello di costruire una Syriza italiana, di dar vita ad un processo di aggregazione paritario tra tutti coloro che ritengono necessario costruire questo polo di sinistra, autonomo dal Pd e dal centro sinistra. Oggi entrare in Rifondazione Comunista o nella Federazione della Sinistra è considerato un passo molto impegnativo, come scalare un muro. La maggioranza dei compagni e delle compagne di sinistra, che lavorano nei sindacati, nei comitati, nelle associazioni, non sono iscritti a nessun partito di sinistra. Occorre dar vita ad una aggregazione politica di tipo federato, partecipato, democratico, che permetta di coinvolgere le centinaia di migliaia di compagni e compagne che oggi non sono iscritti a nessun partito. Occorre abbattere il muro della separatezza tra chi è impegnato in un partito e chi no: noi non dobbiamo edificare un castello ma dobbiamo costruire un villaggio, uno spazio pubblico di sinistra che permetta la partecipazione e il protagonismo popolare. Che permetta di fare come in America Latina.

Perché oggi, nel fallimento del capitalismo, non c’è tempo da perdere, l’alternativa è tra socialismo o barbarie.
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