Martedì 26 Marzo 2019 - Ultimo aggiornamento 18:02
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Serve l'unità, ma senza cadere nel politicismo
Un programma per il futuro? Dall’abisso nel quale ci hanno portato il dominio del capitale e la compatibilità pressoché totale al sistema, grazie anche ad una sinistra tesa a smorzare le lotte ed a cogestire il modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, non si potrà uscire se non attraverso un mutamento radicale, un programma che non parli semplicemente di riforme, ma di conflitto e di rivoluzione. Non da ora la politica dei banchieri e delle multinazionali detta legge sulla vita di noi tutti, ma finora l’illusione sviluppistica e consumistica ci ha resi ottusi, elargendoci allegramente le briciole del banchetto assassino imbandito dal Nord del mondo ai danni di un Sud sempre più povero e depredato.

Che cosa mai potremo aspettarci da coloro che sono stati afoni, e alla fine anche conniventi, rispetto alle guerre contro i “popoli di troppo”? La Somalia, l’Iraq, la Yugoslavia, l’Afghanistan sono le tappe insanguinate (e non ultime) delle “guerre umanitarie” che hanno permesso all’imperialismo di consolidare il proprio dominio sul mondo e di ipotecare il futuro di liberazione dei popoli; ma hanno anche corrotto culturalmente e moralmente, oltre che impoverito economicamente, le classi subalterne degli stessi paesi vincitori.

Lo stesso dicasi per il tema lavoro. Un lavoro che inquina e uccide non è accettabile. Quando ci chiederemo finalmente che cosa, come, perché, per chi produrre? I guasti ai danni del Pianeta sono già quasi irreversibili, come lo sono i disastri economici e sociali nei confronti delle popolazioni sottoposte da secoli alle rapine coloniali e imperialistiche di cui costituiscono il triste corollario la desertificazione ambientale e l’emigrazione forzata.

Ora anche nell’Occidente “ricco” i nodi vengono al pettine: l’imperativo categorico del “produci consuma crepa”, con cui il capitalismo industriale e bancario aveva legato ai propri interessi i lavoratori devastando con catene dorate la coscienza di classe, si è ridotto a un semplice e brutale “crepa”, fatto di disoccupazione, precarietà, malattia, distruzione ambientale, incultura , privatizzazione dei servizi, debiti insolvibili, guerra tra poveri, solitudine e disperazione.

Esiste un rimedio possibile a tutto questo?
La Valle di Susa da quasi un trentennio in lotta contro il Tav, la militarizzazione del territorio, i grandi sporchi interessi del partito trasversale degli affari, sta sperimentando che, insieme, si può lottare, difendersi, inceppare gli appetiti di poteri forti che sembravano invincibili. Ha anche capito che non si deve delegare ad altri la difesa della vita e del futuro, né scendere a mediazioni e a compromessi, perché ci sono beni e diritti irrinunciabili ed inalienabili. L’Europa di Maastricht ci vorrebbe condannare a ruolo di corridoio di traffico per merci e capitali, delocalizzazione del lavoro e deportazione di lavoratori: contro tale modello dissennato e irresponsabile abbiamo trovato la solidarietà di persone e popolazioni che, come noi, da tante parti del mondo, si oppongono a questo sistema subdolo e violento. In questi giorni la Valle ha accolto la marcia dei sans papiers e migranti: li sentiamo fratelli e compagni di una lotta contro il nemico comune, il capitale che nega libertà di movimento alle persone, ma lo garantisce al mercato.

Dunque un’unità grande ed autentica sarebbe indispensabile, ma è sul piano delle lotte reali che si possono trovare compagni, chiarezza di obiettivi, forza, prospettive per il futuro, programmi non semplicemente elettorali. Il momento è difficile, il cammino accidentato, ma esistono la ragione e la forza per cambiare. D’altra parte, “… non abbiamo altro da perdere se non le nostre catene, ma abbiamo un mondo intero da guadagnare”.

*No Tav
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