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Per liberarsi del giogo liberista
La crisi economica, che si sta cronicizzando in crisi sociale e che il governo Monti acutizza con i suoi provvedimenti iniqui e inefficaci, ha scoperchiato la conformazione marcia di Pdl e Lega e insieme la fragilità di tutto il sistema politico, come hanno messo in chiaro i recenti risultati elettorali, le polemiche che ne sono seguite, la presenza stessa del declinante leaderismo dei supertecnici. C’è chi pensa di uscirne ricorrendo a improbabili colpi di teatro e chi va alla ricerca di risolutive formule alchemiche, come se il vento che soffia in Italia sia una leggera brezza di primavera e non un maestrale che porta tempesta. Da destra a sinistra nascono o sono in gestazione nuove formazioni politiche. Non essendo già da tempo il Parlamento lo specchio del Paese, emerge con tutta evidenza una crisi verticale dell’intero assetto della rappresentanza.

Si è scoperta con stupore la cosiddetta antipolitica e Beppe Grillo è diventato un pericolo pubblico. Come se un guitto di successo sia la causa e non l’effetto della crisi di un bipolarismo coatto e inefficiente, socialmente unipolare, e dell’impianto partitico emerso dopo Tangentopoli. Si trascura però, e in questo sono maestri i “terzisti” del Corriere della sera, che la forma più compiuta di antipolitica è quella di chi sostiene che si debba governare il Paese e uscire dalla crisi senza la partecipazione popolare. E, in una Repubblica che si dichiara fondata sul lavoro, senza e contro i lavoratori. Non bisogna dimenticare che quando il dominio dall’alto del capitale si congiunge con il malessere che cova nel ventre della società e con il rigetto di una politica corrotta e inconcludente che non trova sbocchi sul terreno democratico, allora nascono i regimi reazionari di massa. E in proposito noi italiani ed europei abbiamo molto materiale su cui riflettere.

«Oggi più che mai - osserva un acuto analista liberal come Guido Rossi - i sistemi democratici si confondono con il governo dei ricchi. E il governo dei ricchi ha adottato uno strumento di pericoloso sovvertimento dei valori della democrazia: il denaro». Questa è precisamente la questione centrale da mettere a tema: il denaro come mezzo di sovvertimento della democrazia, per effetto della dittatura che il capitale globale finanziarizzato ha instaurato nel mondo. Se non si affronta questo stato delle cose tutto il resto è chiacchiera, seppure lastricato dalle più nobili intenzioni. Uno stato delle cose - osserva ancora Rossi - che porta alla «equiparazione tra le regole dello Stato e quelle e dell’impresa», e quindi all’abbandono «in tutte le democrazie occidentali della teoria della divisione dei poteri». Con la conseguenza del «radicamento legale dell’illegalità», inteso «non solo come rottura della legge esistente, ma anche come inosservanza dei principi fondamentali della democrazia costituzionale».

È la condizione in cui viviamo in Italia, dove la democrazia costituzionale è stata azzoppata nel momento in cui, per effetto del combinato disposto che ha sommato gli errori della sinistra all’egemonia culturale del neoliberismo, la classe lavoratrice del XXI secolo, nelle sue multiformi e inedite espressioni, è stata espropriata di un’autonoma e libera rappresentanza politica. Oggi che nella crisi il conflitto capitale-lavoro appare in tutta la sua tragica grandezza, e in pezzi sono andati i dogmi liberisti secondo cui il mercato si autoregola e l’individuo sostituisce la società, Alfredo Reichlin afferma che il Pd ha «preso lucciole per lanterne» e «scambiato il liberismo per riformismo». Non è cosa da poco. E poiché il liberismo - sul terreno economico e sociale, politico e culturale - non è altro che l’assetto di combattimento del capitale nell’età della globalizzazione, aver scambiato il liberismo per riformismo ha voluto dire spostare l’asse della politica dalla centralità del lavoro alla centralità dell’impresa.

In verità, già negli 80 la subalternità al pensiero liberista aveva portato a sostenere che nel mondo in via di cambiamento la centralità appartiene all’impresa, e che l’analisi di classe è solo un inutile cascame ottocentesco. Più di recente Giorgio Ruffolo ha affermato che in «una società di individui» la sinistra aveva raggiunto il suo scopo, ossia «la società senza classi». E Giuliano Amato, con la sua autorevolezza, ha bacchettato impietosamente gli «imbecilli di sinistra», «gigantescamente stupidi» perché preferivano versare i soldi all’Inps piuttosto che ai fondi pensione, dove rendono - diceva lui - «a dir poco il 4 per cento». Si dirà che sono cose del passato, ed è vero. Ma le conseguenze le paghiamo ancora oggi. Del resto, come sia difficile liberarsi della subalternità al pensiero dominante lo dimostra il giudizio entusiasta di Anna Finocchiaro sulla “riforma del lavoro” di Elsa Fornero: un fulgido esempio di “riformismo” liberista.

Non si va lontano contrapponendo il lavacro purificatore della “società civile” e dei movimenti al corrompimento della politica. Ma non basta neanche dire che la politica, se vuole rinnovarsi, deve uscire dal circuito autoreferenziale che la imprigiona e dalle estenuanti manovre di palazzo affrontando i problemi della società. Per liberarsi del giogo liberista serve un affilato pensiero critico del modo di produzione capitalistico, un’aggiornata analisi delle classi e della lotta tra le classi, che non è mai cessata, e nella fase del trionfo dei proprietari universali è stata condotta dall’alto verso il basso senza pietà per i «perdenti» da parte dei «vincenti», come dimostra Luciano Gallino nel suo ultimo libro. Nella crisi che stiamo attraversando, cruciale è il tema delle disuguaglianze, ma esso non trova soluzione se si resta nella sfera distributiva senza modificare il processo di accumulazione, e quindi l’assetto della proprietà secondo i principi costituzionali, da cui in definitiva dipende il modello di sviluppo: cosa e per chi produrre; chi e come decide sul cosa e per chi produrre.

Arriviamo così alla sostanza della nostra democrazia costituzionale, che ponendo a suo fondamento il lavoro indica nei lavoratori i protagonisti di un processo di trasformazione della società verso una civiltà più avanzata, andando oltre il compromesso socialdemocratico delimitato dal confine invalicabile della proprietà capitalistica. Ma per dare forza alla democrazia costituzionale e riformare il sistema politico, sconfiggendo i tentativi eversivi e aprendo le porte a nuove forme di partecipazione popolare, è urgente porre mano a un’opera costruttiva dell’organizzazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro secolo perché formino massa critica e si facciano classe dirigente. Su questo metro si misurerà la virtù della sinistra. Il tempo della crisi incalza. E non concede repliche.
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