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Gallino: «Quell’idea pericolosa che non ci sono alternative. E’ il suicidio della politica»
La lotta di classe unidirezionale dall’alto verso il basso, l’affermarsi dell’ideologia neoliberale e del pensiero unico sono, secondo il sociologo Luciano Gallino, in relazione diretta con il degrado della politica e con la crisi dei partiti: «Diciamo che dalla caduta del muro di Berlino, anche a sinistra politici e intellettuali hanno iniziato a sostenere che in fondo le classi sociali non esistono più e che non c’è ragione di contrapporsi. Ciò ha impoverito la politica, sopprimendo la possibilità di elaborazione e confronto fra progetti di società alternativi. Partiti che hanno avuto una storia illustre, una grande cultura e un peso nella politica italiana ed europea hanno dimenticato, se non rinnegato, se stessi. Penso al Pci e alle sue trasformazioni. L’impoverimento del discorso politico è sotto gli occhi di tutti: temi come quello della distribuzione del reddito sono spariti dall’agenda politica. Ma anche sullo stato sociale, eroso se non smantellato dalle politiche neoliberali, la voce di quelle che furono le sinistre rappresentative, penso anche ai partiti socialisti e socialdemocratici, è diventata sempre più fievole o simile a quella delle classi dominanti: il sostegno dei partiti rappresentati nel parlamento italiano all’attuale governo è molto indicativo»

Quindi, lotta di classe unidirezionale, impoverimento della politica e crisi della rappresentanza sono correlati?
«Nell’insieme sì. Oggi vediamo come il corpo politico sia appiattito tutto su un governo di centrodestra. L’opposizione non c’è. Le critiche rivolte alla riforma del mercato del lavoro o a quella durissima delle pensioni sono flebili o insufficienti, mentre circola in Europa e in Italia l’idea pericolosa che non ci sono alternative. E’ un’idea che rinnega la politica, poiché essa consiste proprio nella ricerca di alternative in campo economico, politico, sociale, ecologico. E la supposta necessità di dover far fronte alla crisi e ai problemi del debito con l’austerità significa tagliare tutto»

Ma se l’austerità significa aumento della disoccupazione, diminuzione di salari e pensioni, smantellamento dello stato sociale e dunque contrazione della domanda aggregata, non le sembra che la prospettiva sia la depressione e non la crescita?
«Oggi si parla di crescita come molto tempo addietro si parlava del flogisto o della pietra filosofale: qualcosa di cui qualcuno possiede il segreto e che prima o poi verrà fuori. Non c’è in realtà nessun progetto, nessuna idea concreta che permetta di ovviare rapidamente ad alcuni dei problemi della crisi, come la disoccupazione. In Italia ci sono 3,5 milioni di disoccupati, se non 4 considerando anche gli scoraggiati, e più o meno altrettanti precari: 8 milioni di persone. La situazione è drammatica e l’idea di proporre grandi opere, interventi strutturali che avranno effetti fra 4 o 5 anni, sembra un rimedio a dir poco astratto. Ma parlando di domanda aggregata bisogna fare delle distinzioni, poiché la crisi del capitalismo globale, dell’economia reale e di quella finanziaria, è anche ecologica. Non si può pensare di risolverla aumentando la domanda in termini tradizionali: più oggetti, più cellulari, più auto, più frigoriferi. Bisogna pensare a investimenti e attività a forte utilità collettiva, ad alta intensità di lavoro, anche in settori dove non esiste la domanda come la messa in sicurezza delle scuole, il riassetto idrogeologico del territorio o altre realizzazioni indispensabili»

Torniamo alla crisi della politica.
«Servono partiti che rappresentino le istanze oggi non rappresentate, in particolare quelle delle classi lavoratrici e delle classi medie. Invece, il distacco dall’opinione pubblica e dal discorso comune è drammatico. I partiti sono indispensabili nel sistema democratico, ma il problema è che non raccolgono più la molteplicità di richieste e umori per trasformarli in domanda politica unitaria. Si adeguano alle proposte del governo e così non rappresentano più la grande maggioranza della popolazione. Temo che i dirigenti dei partiti sottovalutino il rischio che la democrazia corre per il fatto che essi sembrano parlare, ragionare non dico su Marte, ma su Saturno rispetto ai problemi della penisola italiana.

E i movimenti sociali?
«E’ un tema che mi tocca da vicino. Io faccio molti incontri, conferenze, interventi. Sono colpito dalla vivacità, dall’intelligenza, dal calore che si riscontrano in molti tipi di movimenti, che però sfociano in una sorta di rigetto più o meno sostanziale dei partiti. Ma se lo sbocco non è un partito, magari uno nuovo, come possono le proposte concretarsi in una domanda politica portata in parlamento? E se ciò non avviene non si ottiene nulla o quasi di ciò che si chiede. Si può vincere un referendum, ma poi è importante avere la mediazione di un partito in parlamento. C’è una frattura molto grande fra movimenti e partiti, ma anche fra questi ultimi e i dirigenti. Bisogna colmare questo iato, altrimenti non si arriverà mai ad eleggere un numero adeguato di parlamentari per cambiare la società e la politica in direzione di una diversa idea di società»

Quanto detto finora ci conduce necessariamente al pensiero unico.
«Certo, il pensiero unico non nasce dal nulla. Esso è la registrazione della vittoria straordinaria in ogni campo del neoliberalismo, a cominciare da quello dell’egemonia delle idee, come diceva Gramsci. L’ideologia neoliberale ha vinto al punto tale da essere seguita quasi da tutti e da aver pervaso il senso comune. E’ difficile poter risalire nella storia a una débacle così sostanziale del pensiero critico e alternativo o a una vittoria così schiacciante di una dottrina che è totalitaria sotto ogni aspetto»

Cosa è la Sovranità nell’era del capitalismo finanziario?
«Se si guarda al memorandum d’intesa imposto alla Grecia o al documento incredibile che è il cosiddetto Patto fiscale si vede che sono diktat di ordine finanziario che i governi hanno passivamente accettato, facendo tutto il possibile per evitare il ricorso al referendum. In Italia, il parlamento ha votato massicciamente la modifica dell’art. 88 della Costituzione che impone il pareggio di bilancio. Ciò va perfino oltre quanto chiede il Patto, il quale non impone la via costituzionale. Si tratta di un dispositivo assolutamente folle: si prevede anche l’obbligo di rientrare al passo del 3% annuo entro la quota di debito pubblico del 60%, il che per l’Italia vuol dire un impegno fuori dell’immaginabile. Ridurre il debito sul Pil dal 120 al 60% in 20 anni significa reperire 45 miliardi di euro l’anno, 900 miliardi in totale. Ciò significa anni di povertà e miseria e non mi pare che ci sia stata su ciò alcuna discussione. Siamo di fronte nella Ue a un forte processo di erosione del processo democratico»

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