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Pdl, anno zero
Dopo le amministrative nulla è come prima. Non c'è partito che possa dirsi immune dalla crisi del sistema politico italiano. Secondo le ricerche dell'Istituto Cattaneo, tutti hanno perso voti – chi più, chi meno. Il livello di investimento collettivo nei partiti non è mai stato così basso. Ai ballottaggi, per dirne una, il cinquanta per cento degli elettori ha ritenuto di non avere motivi sufficienti per recarsi alle urne. Per trovare una situazione analoga di separazione tra cittadini e istituzioni bisogna tornare con la memoria ai tempi di Tangentopoli. Oggi come allora il meccanismo della rappresentanza politica rischia di incepparsi, di non poter più essere soddisfatto nei limiti del sistema di partiti esistente. Nessuna delle “offerte” politiche in campo convince. Il Terzo polo, ad esempio, fallisce prima ancora di nascere. Il progetto dei moderati non ha appeal. Quanto al Pd, si aggiudica 92 comuni su 177 e vince ai punti, ma più per demerito degli avversari che per meriti propri. E, anzi, a contare i voti, il saldo con le elezioni precedenti è negativo. Anche le forze politiche che si oppongono al governo Monti sono in affanno. Perde voti anche l'Idv, se non fosse per il risultato al di sopra della media ottenuto a Palermo dal sindaco Orlando. E anche i partiti della sinistra di alternativa, a differenza che negli altri paesi europei, non raccolgono il voto di protesta. La crisi di credibilità riguarda quindi l'intero sistema dei partiti. Nessuno – a torto o a ragione – è percepito come adeguato a rappresentare gli elettori e le loro domande insoddisfatte. Il diritto dei cittadini ad associarsi in partiti per concorrere a determinare la politica nazionale – come da Costituzione – è un problema aperto.

All'interno di questa crisi di sistema, però, il fenomeno più vistoso è la dissoluzione del centrodestra o, per dirla con le parole di Ilvo Diamanti, la fine di quel blocco settentrionale forzista-leghista che ha caratterizzato la vita della Seconda repubblica. Alle amministrative, nei comuni oltre i 15mila abitanti, la Lega mantiene solo solo due città, di cui una è Verona, e ne perde dieci. Anche le percentuali parlano chiaro. Dal tredici per cento delle politiche del 2008 e dal 17 delle regionali del 2010, la Lega raccoglie solo il 5,8. E che dire del tonfo del Pdl? Dove si è votato il partito di Berlusconi governava in 49 comuni: ne sono rimasti dodici. In tutto il centro-nord è un disastro: dal 28 per cento delle regionali e dal 33 per cento delle politiche il Pdl scende al 12-13 per cento. Come mai il deficit di legittimazione colpisce oggi soprattutto il partito che, assieme alla Lega, ha costruito un'egemonia quasi ventennale nel proporsi come unica forza maggioritaria sulle ceneri della Prima repubblica? Il Pdl, di colpo, non appare più il partito degli italiani.

Lo choc, tra le file dei pidiellini, c'è stato, eccome. Nel partito di Berlusconi, dopo le amministrative, c'è incertezza sul futuro. Al suo interno cominciano già a manifestarsi spinte centrifughe all'insegna del “si salvi chi può”. I primi malumori sono affiorati il giorno dopo i ballottaggi. Tra i dirigenti nazionali c'è chi – come Mariastella Gelmini – imputa il crollo del partito al modo in cui si è presentato alle elezioni, senza alleanze e con candidati inadeguati, ma anche alla scelta impopolare di sostenere il governo Monti. Tuttavia la crisi del Pdl sembra così profonda da non potersi circoscrivere alle scelte tattiche del momento – per giuste o sbagliate che appaiano ai suoi elettori. Il disagio ha a che fare piuttosto con le strategie, la collocazione, il ruolo stesso del Pdl all'interno di un sistema di partiti che complessivamente perde credito agli occhi dei cittadini. Non sorprende quindi l'interesse che Berlusconi, a quanto pare, avrebbe manifestato per il fenomeno politico di Grillo. Per quanto bizzarra, prende piede l'ipotesi di replicare al Movimento 5 Stelle con una variante di centrodestra, altrettanto efficace e in grado di incorporare al suo interno una critica estremistica ai partiti. Si spiegherebbe così l'intenzione di Berlusconi di azzerare tutto, di lasciarsi alle spalle l'organizzazione della forma partito, a favore di una formazione molto più snella ed easy di quanto non sia il Pdl. C'è da aspettarsi una radicalizzazione del messaggio berlusconiano. Di fronte alla tempesta che scuote il sistema della rappresentanza politica non è più tempo di progetti moderati. Il modello evocato, semmai, è una sorta di grillismo di destra, una contestazione radicale della politica che abbia per obiettivo lo stravolgimento del sistema istituzionale dato. Non a caso, negli ultimi tempi, il Pdl avanza un progetto di riforma delle istituzioni incentrato sull'elezione diretta del capo dello stato. Il presidenzialismo sarebbe la mossa del cavallo di una destra che patisce la crisi di credibilità dei partiti e che, al tempo stesso, ambisce a incanalare a proprio vantaggio la contestazione al sistema politico che ribolle nella società italiana.

L'aspetto paradossale è che oggi la crisi della rappresentanza politica colpisce in maggior misura le due forze – il berlusconismo e la Lega – che proprio su un nuovo paradigma della rappresentanza avevano costruito il modello della Seconda repubblica. Entrambi i movimenti politici, al momento della loro nascita, sono stati al contempo il sintomo e la risposta alla crisi dei partiti della Prima repubblica. E, in una certa misura, il declino attuale del Pdl berlusconiano – e della Lega - coincide con la disgregazione della Seconda repubblica.
Vale la pena rievocare la dimensione del tracollo della Prima repubblica. Nel giro di un paio d'anni, tra il '92 e il '94, non rimane in piedi neppure uno dei partiti che avevano calcato la scena pubblica del paese dal dopoguerra in poi. La Dc e il Psi scompaiono, mentre il Pci si scioglie nel Pds.

L'Msi cambia nome e diventa An. Il settanta per cento dei professionisti della politica viene catapultato fuori dalle stanze del potere. Nel primo anno della legislatura iniziata nel '92 si contano 540 richieste di autorizzazione a procedere contro parlamentari. Nel vuoto che si produce in seguito a Tangentopoli irrompono sulla scena nuove forze politiche con caratteristiche fino ad allora inedite. Le principali novità avvengono nella destra, che si dimostra più dinamica nello sfruttare il passaggio di egemonia che è nell'aria. Se è strabiliante il boom elettorale della Lega Nord, che alle politiche del '92 ottiene nelle regioni settentrionali percentuali tra il quindici e il ventitré per cento, non meno fulminante è la nascita di Forza Italia. L'aggregazione politica fondata da Berlusconi prende forma in appena sei mesi. L'organizzazione non ha nulla a che vedere con quella dei partiti della Prima repubblica. Nei discorsi della prima ora Berlusconi definisce Forza Italia un movimento politico. L'organizzazione è snella ed essenziale, anche se il nuovo soggetto politico può contare sulle strutture di Fininvest e Publitalia. L'identificazione tra il movimento e il suo leader è totale. Nel '94 Forza Italia è già pronta per affrontare la campagna elettorale e vincere le politiche che si tengono il 27 e 28 marzo. Esiste una letteratura sconfinata di analisi sul berlusconismo e la sua egemonia nella società italiana. Le ragioni del successo di Forza Italia sono state individuate ora nell'efficacia della strategia comunicativa, ora nel controllo dei media, ora nella capacità di proporsi come nuovo referente di poteri forti e interessi clientelari, fino a ipotizzare rapporti con la mafia. Eppure, in un certo senso, il segreto del successo di Forza Italia sta nell'operazione simbolica del berlusconismo, nell'aver saputo inventare uno spazio politico che prima di allora non esisteva.

Nel vuoto che segue Tangentopoli e la perdita di credibilità dei partiti, Forza Italia riesce a polarizzare la competizione politica attorno a contenuti nuovi. L'antagonismo latente nella società italiana viene coagulato al di qua e al di là di nuove faglie. Da quel momento nel dibattito pubblico si impongono temi diversi da quelli del passato: la libertà dell'individuo vs. l'azione oppressiva dei magistrati; il valore della ricchezza vs. il disvalore dell'invidia sociale; l'insofferenza anarcoide per le regole vs. le leggi; il mercato vs. lo statalismo; il privato vs. il pubblico. Ma il campo di tensione – questa è l'invenzione simbolica – che consentirà a Forza Italia di candidarsi a partito maggioritario della Seconda repubblica, si istituisce nella contrapposizione tra vecchio e nuovo, tra i politici professionisti del passato e la nuova figura del leader, dell'imprenditore capace, del self made man, dell'outsider, dell'uomo di successo, cui Berlusconi per l'immaginario collettivo corrisponde in pieno.

Forza Italia insomma riesce a sfruttare una crisi di sistema che per tutti i vecchi partiti risulterà invece mortale. La chiave del successo sta nella capacità di cambiare gli operatori simbolici, nell'inventare le faglie di antagonismo e di competizione che caratterizzeranno, praticamente fino a oggi, lo spazio politico della Seconda repubblica. Il partito berlusconiano è riuscito nella crisi di sistema del '93 a volgere a proprio vantaggio il risentimento generalizzato degli italiani verso i partiti dell'epoca. C'è da chiedersi se, di fronte a una nuova crisi di sistema come quella attuale, il Pdl sarà in grado di inventare ancora una volta un nuovo spazio politico. Se sarà in grado, in altri termini, di non subire l'avversione che oggi colpisce tutti i partiti ritenuti interni al sistema e di convogliare l'antagonismo – per ora capitalizzato da Grillo – verso altre direzioni.
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