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Prospero: «Crisi dei partiti, se non tornano alle origini sarà la fine»
Michele Prospero è docente di scienza politica e filosofia del diritto presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell’università di Roma “La Sapienza” ed è uno degli osservatori più attenti della complicata e, potremmo dire, pericolosa situazione politica italiana. Uno dei temi che lo appassiona è la difficoltà che i partiti politici hanno, soprattutto quelli di sinistra, di rappresentare determinati pezzi di società che da loro, dai partiti appunto, si aspettano di essere ascoltati ed affiancati su determinate battaglie. Questo dualismo, tipico della Prima Repubblica, ormai non esiste quasi più ed è per questo che l’astensionismo cresce e crescono movimenti di protesta come quello del comico Grillo.

Professor Prospero, con le ultime elezioni e lo sgretolamento delle due forze che hanno dato vita alla Seconda repubblica, il Pdl e la Lega, potremmo dire che è finita una fase politica caratterizzata dall’esistenza dei partiti leggeri. Un’idea che aveva affascinato anche Veltroni, uscito sconfitto all’interno di un Pd che tuttavia, malgrado i recenti successi elettorali, fa un po’ fatica a rappresentare qualcosa e qualcuno.
Dal punto di vista storico-politico ci sono due fenomeni che hanno riguardato la sinistra. Sul piano della cultura istituzionale, a partire dagli anni ’90, ha adottato una via di democrazia immediata che ha puntato sul sistema maggioritario e poi su altri meccanismi, tutti orientati però all’elezione diretta del governo. Quindi una semplificazione della rappresentanza con l’innesto dell’investitura diretta del capo, del decisore, del premier. Questo dal punto di vista politico. Quindi la fine della democrazia mediata, l’offuscamento del profilo della rappresentanza. Sul versante sociale questo disegno istituzionale, che è completato anche da un processo come quello dell’elezione diretta dei sindaci, ha vissuto all’insegna della verticalizzazione e della semplificazione. Questo modello è entrato in crisi perché queste ultime elezioni hanno visto al secondo turno l’elezione diretta della carica monocratica alla quale ha partecipato soltanto il 30% dell’elettorato. E’ dunque crollato anche il mito dell’elezione diretta del decisore. Questo è il primo aspetto. La caduta della cultura istituzionale nuovista all’insegna della democrazia maggioritaria. Il secondo elemento, correlato a questo, è l’idea di una società di individui in cui non contavano più le differenze e quindi era possibile in virtù di una capacità di marketing politico e di comunicazione di oltrepassare i confini tradizionali. E quindi pescare ovunque attraverso una investitura, soprattutto di carattere mediatico, verso il leader. Ci sono state sempre invenzioni di leader orientate a questo disegno della scomposizione delle appartenenze e dei confini sociali. Ora però con la crisi, ma questo era evidente anche prima, questo disegno di una società della flessibilità sociale che pone al centro l'individuo irrelato, è crollato. Perché con la crisi se i partiti non danno risposta preliminare ed efficiente di rappresentanza sociale non ce la fanno neanche a sopravvivere. Quindi con la crisi della Seconda Repubblica e per una fenomenologia di carattere europeo il partito politico si trova ricacciato alle origini. Il partito storicamente nasce in Europa, il cosiddetto partito società, e ora deve tornare ad essere quello se vuole appunto continuare a vivere. Perché le vicende sia della Spagna che della Grecia svelano proprio questo: che un sistema politico viene spazzato via se non risponde ad esigenze di rappresentanza sociale. Quindi la crisi impone un diverso ordine delle priorità. Prima di tutto sopravvivere come parte sociale e poi fare riforme e così via. Ma adesso c'è questa illusione che i partiti, per dare la sensazione dell'innovazione e di essere in grado di intercettare il disagio dell'opinione pubblica, debbano innanzitutto fare riforme e riformette procedurali, come quella sul finanziamento o sulla vita interna dei partiti. Però tutta questa fretta riformatrice è di carattere cosmetico, o per lo meno così viene percepita. E quindi non influisce per nulla ad intaccare la rendita di posizione dell'antipolitica.

La consapevolezza della necessità che i partiti tornino alle origini, e cioè alle ragioni per cui sono nate, è presente secondo lei nel Pd? Tanto per parlar chiaro, Bersani è convinto che bisogna fare così, oppure, come sembra apparire, è ancora tutto avvolto in una nebulosa?
Per quanto riguarda Bersani c'è questa consapevolezza. Lo ha fatto capire quando ha detto quella famosa frase "stringi stringi noi in ultima istanza stiamo dalla parte del lavoro", Per queste parole fu sommerso da Ballarò che fece subito un sondaggio dove soltanto il 10% degli intervistati era d'accordo con quanto aveva affermato il segretario del Pd.

Molto strano, non trova?
Sì, era molto strano. Quindi da parte di Bersani c'è questa istanza. Da parte delle altre anime del Pd no. Molti esponenti, anche di primo piano del Pd, dicono che questo ragionamento di Bersani che fa riferimento alla rappresentanza sociale è archeologico. Ci sono rappresentanti di rilievo del Pd che affermano che non bisogna più ragionare in termini di base sociale, che il partito non deve più averne una, e che ragionare in questi termini è appunto un residuo passatista. Ora, anche dal punto di vista delle convenienze pratiche, quando il Pd ha parzialmente invertito la rotta e ha cominciato ad avere nei sondaggi una ripresa e anche un certo aumento dei voti? Quando Bersani si è opposto alla modifica dell'articolo 18. Solo in quel caso ha invertito la rotta e ha ripreso un certo slancio. Questo conferma che soltanto chiari intenti, chiari simboli di rappresentanza sociale sono in grado di dare un peso al partito. Senza questo recupero di rappresentanza, senza mettere il lavoro al centro della propria politica, il Pd rischia molto. Non ci sono possibilità di uscire da questa crisi senza riannodare un discorso forte con la società e con il lavoro.

Infatti credo che questi altri settori del Pd siano destinati alla sconfitta con quell'approccio lì. Che cosa ne pensa?
Sono una sciagura. E non scordiamoci una cosa. Questi pezzi del Pd nell'agosto scorso avevano presentato la carta della Bce come l'ultima frontiera del riformismo addirittura. Dicevano, qui nasce la nostra identità di partito riformista. Fortunatamente Bersani non ha accettato tutto ciò, ma per una parte del partito era la nuova Bibbia del riformismo.

Parliamo ora di quanto c'è a sinistra del Pd. Sia nella Federazione che dentro Sel l'approccio alla rappresentanza è stato certamente diverso dal Pd. Si è tentato insomma di mantenere un approccio novecentesco. E tuttavia i problemi non sono mancati. Le divisioni e poi l'escamotage di Vendola che aveva inventato le fabbriche. Qual è la sua opinione?
Per quanto riguarda l'area alla sinistra del Pd c'è un discorso da fare. Fallisce l'ipotesi carismatica che Vendola voleva cavalcare. In lui c'era questa illusione di cavalcare appunto il negativo e siccome l'epoca richiedeva carisma bisognava fare una sorta di carisma punteggiato di rosso per competere ad armi pari con la destra. Questo disegno qui è fallito. E nell'area a sinistra di Bersani è soprattutto Sel in difficoltà. Per esempio nel voto in Puglia ci sono segnali di evidente crisi. In nessuna area di questa regione c'è una capacità competitiva del partito del governatore. Questo è un dato preoccupante e anche in molte aree del Nord va meglio la Federazione della sinistra che Sel. E nel Centro-nord hanno quasi gli stessi voti. Tutta quest'area paga il vizio di origine della leadership di Bertinotti, della crisi del governo Prodi 2. E lì c'è stata appunto una difficoltà di rendere credibile la possibilità di un grande soggetto politico situato alla sinistra del Pd. Ci sono stati degli errori che ancora non sono stati superati da una proposta politica in grado di aprirsi in varco.

Problemi diversi da quelli del Pd comunque….
Hanno altri problemi, anche se l'elettorato di Sel è più simile a quello di Grillo. Cioè giovani, un'intellettualità riflessiva. Rifondazione e la Federazione forse hanno un elettorato più popolare, più legato alla realtà del lavoro.

A proposito di lavoro, i giorni scorsi girava la voce che i dirigenti della Fiom, Landini in testa, fossero pronti a scendere in politica. In realtà si trattava di tutt'altra cosa. Resta il fatto che in questa fase i metalmeccanici della Cgil e forse la Cgil stessa hanno fatto da supplenti di una politica assente appunto sui temi del lavoro…
Sì, questo è vero perché quando un partito non ha una base sociale riconoscibile è evidente che sorgono problemi di rappresentanza che ognuno poi cerca di surrogare con una sovraesposizione di carattere politico. Nell'area composita del centro-sinistra più che un fenomeno di aggregazione è in corso un'ondata scomposta di destrutturazione. Questo però è molto rischioso perché indica una sorta di processo opposto a quello che si verifica nell'altro campo. Qui abbiamo una sorta di sovversivismo dall'alto. Imprenditori, poteri forti che scendono in campo con identità carismatiche. Dall'altra parte c'è un fenomeno analogo che parte però da basso. Cioè una proliferazione di liste, dei beni comuni, di De Magistris ed altre ancora, che mostra una svuotamento della rappresentanza. Perché un sistema politico parlamentare regge se la rappresentanza è in grado di avere soggetti politici costruiti e solidi. Se invece con questo fenomeno di liste si scompagina la rappresentanza è evidente che l'unica soluzione, a questo punto, diventerà il capo carismatico. E quindi ritornano in campo ipotesi presidenzialistiche e plebiscitarie. Perché se si disarticola la rappresentanza con una infinità di proposte questa degenera in assemblearismo e quindi non c'è più la forma di governo parlamentare funzionante. Questi fenomeni di smembramento della rappresentanza alla fine favoriscono una uscita carismatica da questo scenario.

Ritorniamo dunque a venti anni fa….
Peggio ancora, perché a quel punto c'è soltanto il capo carismatico. Con il ritorno in auge del presidenzialismo e di soluzioni leaderistiche. Si ritorno insomma alle origini della Seconda repubblica.

Anche a destra c'è un problema simile? E' vero che questa deve rappresentare ceti sociali diversi, ma non necessariamente, ma anche lì il partito leggero è entrato in crisi e forse ci sarebbe bisogno, sia pure con tutte le differenze, di una nuova democrazia cristiana. Che cosa pensa?
Il problema c'è anche lì e Montezemolo è solo una illusione. Forza Italia aveva anche una componente popolare e populista e uno sfondo antipolitico che veniva raccolto in maniera surreale ma veniva raccolto. Tutto questo non c'è nel capo della Ferrari. Lui vuole essere il politico dell'efficienza, dell'imprenditoria di successo. Ma in Italia non c'è questo tipo di consenso alla grande impresa che mostra efficientismo. La destra non era questo. Berlusconi raccoglieva pulsioni antipolitiche diffuse, diciamo così, in quell'arco di forze che va dalla piccola impresa al lavoro autonomo diffuso fino a ceti popolari marginali. Quindi quel consenso di destra lì non è assolutamente intercettato da Montezemolo o da un eventuale partito dei tecnici.

Tutto questo che cosa significa?
Significa che la destra non è scomparsa perché nel centro-sud vince. Da Frosinone in giù il centro-destra ha vinto quasi ovunque. E si è frantumata in una infinità di liste ma appunto non è sparita. Anche questa lettura del fenomeno Grillo come fenomeno di sinistra mi lascia molto perplesso. Se Grillo è sinistra vuole dire che quest'ultima avrebbe nel suo complesso il 70% quasi dei consensi. E non mi sembra che sia così. Il comico genovese fa parte di una cultura di destra, o tendenzialmente di destra, che ha due dimensioni: una più ristretta composta da soggetti bene informati, legati alla rete, probabilmente anche con un trascorso nella sinistra. L'altra, che è poi la sua base di massa, viene invece soprattutto adesso da una antipolitica che è rimasta spiazzata dalla decomposizione della Lega e del Pdl e quindi guarda lì. Ma è evidente che però Grillo può essere un fattore passeggero che intercetta questo disagio che nasce dall'assenza della destra. Ma non può essere la soluzione definitiva. E quindi lavoreranno ad una nuova offerta politica perché è impensabile che la destra italiana si presenti in questo modo. Farà fare il lavoro sporco a Grillo facendogli diffondere un'antipolitica che colpirà la sinistra. Poi ci sarà una candidatura magica proveniente da settori che cavalcheranno come sempre l'avversione ai partiti. E questo perché il passaggio da una destra aziendale ad una destra politica è fallito. Il Pdl non si è istituzionalizzato come partito. E da lì non può uscire una proposta politica seria.

E dal mondo cattolico, che da Todi aveva lasciato pensare ad una ripresa dell'iniziativa politica, che cosa può venire?
Il terzo polo non c'è perché in tutte le realtà non si è mai presentato come tale. L'Udc però tiene, soprattutto nel centro-sud. Ma il partito di Casini è ancora in una fase di incertezza strategica perché da un canto vuole il superamento del bipolarismo e quindi le mani libere del centro; dall'altro non ha però mai abbandonato del tutto la speranza di essere la forza di coagulazione della destra orfana di Berlusconi. Ma riguardo questa seconda ipotesi vale lo stesso discorso fatto per Montezemolo. Quel tipo di destra lì non vuole la moderazione e la ragionevolezza politica di Casini, perché si tratta di una destra antipolitica in maniera strutturale. E quindi con la logica dell'ex Presidente della Camera, rassicurante e favorevole alla mediazione, non è certamente in sintonia. Non li rappresenta e dunque è una illusione. Perché appunto la destra italiana vuole invece queste due caratteristiche, carisma ed antipolitica. E Casini, da questo punto di vista, è un pesce fuor d'acqua e non è in grado di essere espressione riconosciuta di quel mondo.

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