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FINESTRA INTERNAZIONALE. Elezioni in Libia: la sorpresa liberal
“I’m from the democratic state of Libya” scriveva con orgoglio un amico libico sulla bacheca di Facebook sabato 7 luglio, giorno delle consultazioni elettorali in Libia. Dei 2.8 milioni di elettori registrati per la consultazione, si sono recati alle urne 1.7 milioni di cittadini. Quel post su Facebook e i numerosi tweet che hanno accompagnato il processo elettorale esprimono la gioia e la sorpresa degli stessi libici di essere giunti a quella tappa “democratica” a nove mesi dalla fine del conflitto.
Per molti osservatori e giornalisti occidentali la vera sorpresa è stato il successo della coalizione “liberal”, la “National Forces Alliances” (NFA) guidata da Mahmud Jibril, ex primo ministro del consiglio transitorio, che, dagli ultimi dati parziali forniti, avrebbe ottenuto il 54% dei voti a livello nazionale. Segue il partito “Justice and Reconstruction”, ala libica dei Fratelli musulmani, al 12%. Spicca il bassissimo consenso ottenuto dal Nation Party, anch’esso dell’area islamista e guidato dall’ex capo militare di Tripoli Abdul Hakim Belhadj, che al momento ha raggiunto meno del 3% dei voti scrutinati. Il partito di Belhadj era dato “vincente” da diversi giornali, in particolare italiani, forse anche per il forte sospetto che avesse ricevuto cospicui finanziamenti dal Qatar. Questi i dati relativi all’elezione degli 80 candidati delle “entità politiche” eletti con la componente proporzionale. Gli altri 120 membri dei 200 totali per la futura assemblea nazionale saranno eletti dalla componente maggioritaria fra i candidati individuali; per alcuni di questi, tuttavia, diversi partiti hanno già espresso la loro preferenza.
Non tutti i libici hanno ancora votato. Nell’Est, ad Ajdabia così come in altre città il voto è stato spostato a causa della distruzione del materiale elettorale da parte di alcuni gruppi che contestavano il processo elettorale. I “federalisti” della Cirenaica hanno reclamato un numero di seggi maggiore rispetto ai 60 seggi assegnati  all’Est per la futura assemblea nazionale. La contestazione sembra ormai essersi conclusa e i rappresentanti dell’auto nominato “Consiglio transitorio della Cirenaica” hanno accolto con favore la vittoria di Jibril. In quest’area del paese la partecipazione al voto ha raggiunto il 70% del corpo elettorale. Di contro, a Cufra, nel sud del paese, la popolazione Tebu – protagonista di scontri cruenti con la fazione araba Zwia a partire da marzo, quando si sono registrati più di cento morti  - ha potuto votare solo mercoledì.
Il processo politico in corso è soltanto un timido inizio, dopo 42 anni di dittatura che – come spesso si tende a dimenticare - seguiva un governo monarchico che aveva già chiuso qualsiasi spazio di partecipazione democratica nel paese. Il voto, come è stato osservato, non è avvenuto su base ideologica, ed è stato dettato più che altro dalla conoscenza personale dei candidati, in base a legami di vicinato, regionali e/o tribali. Quello che veniva considerato un tratto distintivo della società libica, ossia il suo conservatorismo, non si è tradotto in un voto di massa per i partiti islamisti. Questo risultato deve essere letto considerando lo scarso peso che finanziamenti o comunque aiuti di qualsiasi sorta dall’estero – quali quelli paventati per alcune fazioni islamiste - possono avere avuto in un paese che non vive le difficoltà economiche dei suoi vicini nordafricani, e la cui popolazione, piuttosto, è ben consapevole della rilevanza delle proprie risorse energetiche e strategiche. Belhadj, facendo leva sul suo ruolo durante la liberazione di Tripoli, si è proposto come l’uomo forte che poteva guidare il paese nordafricano. A maggio nella capitale libica si coglieva un senso di insofferenza nei suoi confronti da parte di quello che doveva essere uno dei suoi bacini elettorali, i giovani ex rivoluzionari; molti freedom fighters non gli riconoscevano in pieno la veste del grande combattente e ritenevano che il suo ruolo sul "campo di battaglia" fosse stato appositamente mitizzato a fini politici.
Nella valutazione di questo appuntamento elettorale, peraltro, avrebbe forse giovato anche considerare i risultati delle elezioni locali di Bengasi e Misurata, primo test politico per il paese dopo la caduta di Gheddafi e completamente ignorato da parte della stampa italiana: se a Bengasi i Fratelli avevano conquistato 8 seggi su 41, a Misurata era stato eletto appena un candidato dei Fratelli sui 28 totali. Il successo di Jibril, sull’altro fronte, può essere valutato considerando il largo credito ottenuto dall’ex primo ministro durante il suo mandato nel CNT; credito che non è stato intaccato dalle critiche che negli ultimi mesi hanno investito il governo transitorio, avendo Jibril lasciato la carica di primo ministro già a fine ottobre del 2011. Il capo della NFA è stato presidente dell’ufficio per lo sviluppo economico sotto Gheddafi, ha rappresentato l’uomo del dialogo con gli Stati Uniti e guida il partito più “liberal” dello schieramento politico attuale in Libia. Originario di una delle ultime roccaforti lealiste che hanno appoggiato Gheddafi, Beni Walid, e membro della tribù dei Warfalla, viene oggi visto come garanzia per il processo di riconciliazione che la Libia deve ancora intraprendere.
Nel complesso, la legittimità popolare conferita alle prime elezioni del post-Gheddafi è il primo dato di una situazione ancora instabile ma sicuramente in controtendenza rispetto all’annunciata “somalizzazione” del paese. Nonostante le prime accuse di brogli da parte del leader dell’ala libica dei Fratelli, proprio questa legittimità potrà giovare ai futuri vincitori per contrastare le contestazioni dei perdenti.
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