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FINESTRA IMTERNAZIONALE. Questione curda, la linea dura di Erdogan
Abdullah Ocalan, il leader storico del Pkk (il partito dei lavoratori del Kurdistan), è detenuto in una prigione turca dal 1999, nell'isola carcere di Imral e in stato di isolamento, per l'esattezza. Dapprima condannato a morte, la pena è stata commutata nel 2002 in ergastolo. Per la sua liberazione, sabato scorso, sono scese in piazza decine di migliaia di persone a Diyarbakir, il capoluogo del Kurdistan turco, sfidando il divieto di manifestare del governo di Ankara. L'appello è stato lanciato dal Bdp (il partito per la pace e la democrazia) e dal Congresso per una società democratica (il Dtk, una piattaforma di associazioni e movimenti curdi). Le cariche della polizia turca contro le organizzazioni della sinistra curda presenti in piazza hanno trasformato la cittadina in un teatro di guerriglia urbana. I manifestanti hanno resistito per ore dagli attacchi degli agenti delle forze dell'ordine in tenuta antisommossa che cercavano di impedire l'ingresso alla piazza da cui sarebbe partito il corteo. La polizia ha attaccato con lacrimogeni (sparati ad altezza uomo) e cannoni ad acqua; i manifestanti hanno risposto con il lancio di pietre, bastoni e bottiglie molotov. Alla fine il bilancio è stato di decine di feriti e di arrestati. Tra i feriti anche tre deputati e un sindaco del partito Bdp e due giornalisti dell'agenzia Diha. Stando ai resoconti degli organi d'informazione curdi (e anche di qualche media indipendente turco) i poliziotti avrebbero picchiato anche un bambino di soli 8 anni nel quartiere di Sanat. varie testimonianze riportate dai media curdi e indipendenti turchi alcuni poliziotti hanno duramente picchiato un bambino di soli 8 anni nel quartiere di Sanat, mentre un giovane è stato spogliato in strada e colpito con i manganelli sulla schiena nuda. La polizia ha realizzato decine di arresti, tra questi anche quelli di due giornalisti dell'agenzia Diha.
Da tredici anni le notizie sulle condizioni di salute di Ocalan arrivano a intermittenza. Il leader del Pkk, oggi 64enne, è malato d'asma e soffre di malattie respiratorie aggravate dall'umidità della cella – una cella minuscola, a quanto si sa, da cui uscirebbe solo un'ora al giorno per la passeggiata in cortile. Il cordone d'isolamento costruito dai militari turchi attorno ad Ocalan sia apre solo saltuariamente per le visite dei familiari – e non sempre. Per interi periodi agli avvocati difensori viene impedito di incontrare il loro assistito. Le autorità turche concedono il permesso a propria discrezione e come mezzo di ricatto. Del resto, dal '99 a oggi ben 33 legali che hanno assunto la difesa di Ocalan sono stati via via arrestati a loro volta – gli ultimi, nel novembre scorso con l'accusa di appartenenza a organizzazioni illegali. Al momento rimangono in libertà solo due avvocati, Mazlum Dinc e Mahmut Tasci, ma fino a quando? Da essere avvocati di Ocalan a venire considerati terroristi, il passo è breve.
Nei giorni scorsi anche Leyla Zana, una delle leader più popolari del movimento curdo e deputata indipendente di Diyarbakir, ha incontrato il premier turco Erdogan per chiedere la concessione degli arresti domiciliari a Ocalan e l'avvio di negoziati. L'esito della manifestazione di una settimana fa dimostra però che il governo turco rimane fermo sulla linea dura. Lo stesso Erdogan ha escluso l'esistenza di trattative dirette con i separatisti del Pkk che si è ipotizzato fossero avvenute tra il 2009 e il 2011 a Oslo tra agenti dei servizi segreti turchi ed esponenti del Pkk all'estero. Ma sono solo ipotesi, peraltro smentite dalle autorità turche. Gli scontri nelle regioni montuose ai confini con l'Iran – tra le zone più militarizzate del pianeta – si sono anzi intensificati negli ultimi tempi. «Un negoziato del governo – ha dichiarato il premier turco islamista nazionalista –
A oggi la linea militarista della Turchia ha causato in trent'anni di scontri e repressioni 40mila morti. Secondo Europa Levante, un'associazione che sostiene i rifugiati curdi in Italia, le vittime sono state oltre centoventimila. Quattromila villaggi sono andati distrutti e in questi anni milioni di profughi hanno abbandonato i luoghi di origine a causa della guerra con l'esercito turco. I curdi rappresentano un popolo di 40 milioni di persone, senza nazione, che vive diviso a cavallo di cinque Stati. La loro storia di persecuzione continua a svolgersi sotto il silenzio della cosiddetta opinione internazionale. Quella di Ocalan è solo una delle tante vicende di violazione dei diritti umani. Al momento nelle carceri turche ci sono almeno 105 giornalisti e la gran parte di loro è curda. Nel 2010, solo per citare un caso, Vedat Kursum, un redattore del quotidiano curdo Azadiya Welat è stato condannato in base alla legge antiterrorismo a una pena detentiva di 166 anni e sei mesi. Il tribunale lo ha giudicato colpevole di appartenenza al Pkk (inserire link http://rsfitalia.org/2010/05/16/turchiavedat-kursum-condannato-per-propaganda-del-pkk/). Tra i detenuti figurano ormai anche centinaia di donne, divenute nel corso degli anni molto attive nel movimento per i diritti civili. Secondo Europa Levante, da quando Erdogan è diventato primo ministro (nel 2003) il numero dei curdi imprigionati sarebbe salito da sessantamila a centosessantamila persone (inserire link http://europalevante.blogspot.it/2012/02/rainews-la-questione-kurda.html).
Nella classifica stilata da Reporter sans frontieres, su 179 paesi nel mondo la Turchia (aspirante a un posto nell'Ue, per inciso) è al centoquarantottesimo posto per libertà di stampa, giù in fondo (inserire link http://rsfitalia.files.wordpress.com/2012/01/rsf-3-classifica-libertc3a0-di-stampa-2011-2012-lista-paesi.pdf). Di recente è uscito un film del regista Sedat Yilmaz, “Press”, che narra la vicenda di un giornalista curdo di un quotidiano di Diyarbakir, Özgür Gundem (pubblicato ancora oggi nonostante le pesanti limitazioni alla libertà di stampa). È ambientato nel 1990, un anno segnato da scontri intensi tra guerriglieri curdi ed esercito turco. Nel film è descritto l'impegno di un gruppo di giornalisti nel documentare la violazione dei diritti umani ai danni del proprio popolo. Il protagonista è un redattore che fa di tutto per mantenere un'etica professionale distaccata, ma alla fine viene travolto dalla crudezza degli eventi. Anche se sostenitore della nonviolenza si vede costretto a girare armato di pistola per difendersi da uno Stato che ha ucciso colleghi e amici. E' un film, ma è anche la realtà.
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