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Una revisione che non revisiona alcunché
C’è qualcuno che sostiene che Monti parli l’italiano per caso. Nel senso che il nostro presidente del consiglio ha vissuto e lavorato più all’estero che in Italia, acquisendo modi di dire e fare più anglosassoni che nostrani. Il suo humor, i suoi gesti, i suoi intercalari lo fanno sembrare un britannico e, d’altra parte, è certamente l’inglese la lingua nella quale ha svolto e svolge la maggior parte del suo lavoro. Il nostro premier, perciò, dovrebbe sapere che la “sua” spending review, benché pronunciata all’inglese, ha poco o nulla a che vedere con il modello originale, il cui copyright, appunto, è britannico.

Citiamo da Treccani.it: trattasi di «espressione inglese che indica un insieme complesso di procedure e politiche atte a migliorare la gestione (e la programmazione) del bilancio pubblico (...). Il proposito della spending review è dunque quello di incrementare l’efficacia della spesa rispetto agli obiettivi e favorire una maggiore efficienza nell’utilizzo delle risorse materiali e umane a disposizione. Proposito di non facile realizzazione, che richiede tempi medio lunghi per dare risultati effettivi e informazioni (non solo di carattere finanziario) complete, tempestive e comparabili».

La Treccani, ovviamente, si rifa al modello originale, quello inventato dal governo britannico, che lo applica dagli anni Novanta non per rimediare ad una situazione di emergenza (come è il caso italiano), ma per pianificare in anticipo la spesa pubblica con un’ottica pluriennale, rispetto alle manovre economiche che (come la nostra) sono annuali. La spending review inglese, insomma, consiste in un monitoraggio triennale di tutti i capitoli di spesa, settore per settore, voce per voce, in modo da decidere di volta in volta quale ministero potrà spendere di più e quale di meno. Le priorità sono fissate dal governo, ma ai ministeri è lasciata la decisione su come meglio distribuire le risorse disponibili. Non solo. Le decisioni in termini di revisione della spesa sono prese sulla base di una relazione molto dettagliata che valuta le ricadute sui servizi al cittadino e che tiene conto anche dei possibili effetti discriminatori su determinate categorie di persone (quelle più deboli e vulnerabili, ma anche sulla base di parametri quale sesso, età, disabilità, religione ecc). Il tutto accompagnato da un complesso lavoro di consultazione con dirigenti di ministeri e dipartimenti, oltre che al dialogo con la popolazione che può avanzare proposte e idee.

Tutto il contrario, o quasi, della spending review all’italiana. La differenza tra la lunga gestazione del “modello originale” e quella della brutta copia varata da Monti salta agli occhi. Conoscendo la poca trasparenza dei bilanci pubblici delle varie amministrazioni italiane e la difficoltà di leggerne i bilanci, come si poteva pensare che Bondi, il super tecnico chiamato dai tecnici a sovrintendere all’operazione, in due mesi fosse in grado di dire con cognizione di causa dove tagliare e dove no?

Né poteva essere diversamente visto che l’obiettivo dichiarato non è per nulla quello di riqualificare la spesa pubblica magari eliminando le spese meno produttive e utilizzando le risorse recuperate per investimenti; l’obiettivo dichiarato è di diminuire la spesa pubblica punto e basta. Ovvero, trovare subito i soldi per evitare l’aumento di due punti dell’Iva previsto a ottobre dalle manovre del precedente governo Berlusconi e per la ricostruzione del dopo terremoto in Emilia. E pazienza se gli sprechi e le inefficienze della pubblica amministrazione non saranno state scalfite neanche un po’ e dunque non si sarà revisionato alcunché.

Per esempio, la questione dei dipendenti pubblici. Il taglio sarà eseguito sulla base di un mero criterio anagrafico: coloro che hanno i requisiti andranno in pensionamento anticipato in deroga alla recente riforma Fornero. Con il che non si centra neanche uno degli obiettivi più ovvi: non si risparmia, perché il minor costo degli stipendi sarà compensato dagli oneri aggiuntivi pensionistici; e non si migliora la produttività degli uffici pubblici e la qualità dei servizi al cittadino, perché non è detto che una persona più vecchia sia più “fannullona” di una giovane. Si va, insomma, alla cieca anche considerato che l’occupazione pubblica in Italia, rapportata al totale della forza lavoro, è ormai nella media europea per effetto dei reiterati blocchi delle assunzioni e del turnover. Nulla si dice e sulla si fa, al contrario, per quella miriade di consigli di amministrazione, società pubbliche e poltrone la cui esistenza in vita ha il solo scopo di garantire clientele e posti per politici disoccupati e che sono il vero pozzo senza fondo degli sprechi di denaro pubblico.

Un’altra prova? La sanità subirà l’ennesimo taglio draconiano: posti letto, servizi, risorse. Ma se i primari continueranno ad essere scelti in modo discrezionale (come avviene oggi) dai direttori generali (che a loro volta sono di nomina politica) ben difficilmente si potrà mettere un freno agli sprechi veri e a migliorare i servizi, perché il funzionamento della macchina amministrativa resterà legata alle clientele e alle parentele.

«Ciò di cui c’è bisogno è una serie di piani industriali, settore per settore, amministrazione per amministrazione - nota l’economista Tito Boeri - che è proprio quello che si intende quando si parla di spending review». E che dovrebbe servire proprio ad evitare i tagli. O no?
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