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Syriza è un bell'esempio, ma l'Italia non è la Grecia

Syriza sta assumendo in Italia un valore simbolico e un segnale di speranza per la sinistra. Attira, in primo luogo, perché rappresenta una sinistra unita (anche se ne restano fuori i comunisti e Sinistra democratica) e perché ha avuto un importante risultato elettorale. Ciò sulla base di una piattaforma che si caratterizza per due elementi: un antiliberismo non antieuropeista, e la contrapposizione al patto Nuova Democrazia - Pasok, totalmente subalterno alla tecnocrazia europea e alla destra politica guidata dalla Merkel. Per quanto riguarda l’Italia, le differenze sono più d’una. In primo luogo, la sinistra che si oppone al governo Monti è divisa; in secondo luogo, purtroppo, non si è avuta in Italia quella forte mobilitazione sociale che si è verificata in Grecia e che ha costituito la massa critica che ha dato forza a Syriza (e perché in Italia questa mobilitazione non vi sia stata, mentre prevalgono piuttosto orientamenti di “antipolitica”, è un questione che richiederebbe un’adeguata riflessione); in terzo luogo perché il maggior partito di centro sinistra, il PD, appare diviso e comunque incerto fra una linea di centro sinistra che si richiama alle posizioni del nuovo governo francese, e una linea che invece all’insegna della continuità con Monti propone un’alleanza con il centro, dietro la quale non è difficile intravedere un A B C riveduto e corretto. Negli altri paesi europei, la sinistra di alternativa è alle prese con problemi differenti nazione per nazione. In Germania la Linke nelle ultime elezioni ha visto purtroppo ridurre i suoi consensi. Secondo chi conosce la situazione, ciò deriverebbe soprattutto da una irrisolta contraddizione tra la posizione di chi è disponibile ad una interlocuzione con la SPD e chi ritiene invece che ciò non sia possibile. Molti consensi, come si sa, stanno invece andando al Partito dei pirati, che ha più di un punto di contatto con il Movimento 5 Stelle. In Francia il fronte della sinistra ha avuto un eccellente risultato al primo turno delle presidenziali, e uno meno buono, anche se significativo, all’elezione del Parlamento. Ora il suo compito è incalzare il governo socialista, che peraltro ha la maggioranza assoluta, perché tenga fede ai suoi impegni. In Spagna la sinistra unita ha avuto un risultato soddisfacente, anche se penalizzato dalla legge elettorale, ed ha avviato una collaborazione di governo con il Partito socialista in Andalusia. Come si vede situazioni differenti, ma quello che a me pare un problema comune. La crisi offre grandi possibilità a una sinistra di alternativa, radicalmente antiliberista e critica dell’Europa delle finanze e delle banche: i fatti le danno ragione. Ciò si traduce in una crescita di consenso, ma non in uno sfondamento. Si apre quindi il problema dello sbocco da dare a questo consenso e dei rapporti con le socialdemocrazie. Ho l’impressione che il punto più delicato risiede nel fatto che anche nel numero crescente di persone che condividono una posizione critica ci si domanda quale sia la soluzione “di sinistra” alla crisi odierna, che difenda concretamente i diritti sociali e le condizioni di vita dei ceti popolari. Emiliano Brancaccio ha motivato il fatto che Syriza non abbia vinto le elezioni con l’insufficiente chiarezza su quello che avrebbe potuto realizzare nel caso fosse andata al governo. E’ vero comunque che Syriza attira, perché è il simbolo di una sinistra unita, forte nel consenso elettorale e nel raccordo con importanti processi di mobilitazione sociale, chiaramente alternativa alle politiche dominanti. Come realizzare qualcosa di simile in Italia, però, dobbiamo costruirlo a partire dalla realtà del nostro Paese.

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