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Costruire un polo autonomo della sinistra. Dal basso
Lo straordinario risultato elettorale di Syriza rappresenta l’ulteriore dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, della concreta possibilità per la sinistra europea di conquistare un consenso tendenzialmente maggioritario e di coinvolgere larghi settori della popolazione nella prospettiva di un modello sociale ed economico alternativo alla barbarie del liberismo in crisi irreversibile. Un’alternativa con al centro il lavoro, l’universalismo dei diritti sociali e civili, la democrazia partecipativa, la sostenibilità delle scelte economiche e produttive in rapporto alla salvaguardia dell’ecosistema. 

La particolare gravità della situazione sociale greca e la totale compromissione della sinistra moderata nelle responsabilità della crisi hanno certamente inciso sulla portata del successo di Syriza, ma personalmente ritengo che la differenza l’abbia fatta la sua netta autonomia ed alterità rispetto al sistema politico dominante, la chiarezza e la concreta praticabilità della sua proposta di governo, la determinazione con cui essa è stata portata tra la gente.  Insomma la sua “credibilità” in un contesto politico ampiamente deteriorato soprattutto sotto il profilo della coerenza e della limpidezza dei comportamenti degli eletti rispetto agli impegni assunti con gli elettori. 

A questi elementi, comunque pertinenti con il contesto politico e sociale italiano ed europeo, dovremmo fare riferimento per trarre un propizio insegnamento dalla vicenda greca. D’altro canto, che i comunisti e la sinistra debbano contare sulle proprie forze e lavorare “in proprio” per un’alternativa all’inemendabile modello liberista è chiaro da sempre, ma è lapalissiano da almeno tre decenni. Da quando fu proprio la socialdemocrazia europea, convertita al pensiero unico, a fornire un contributo fondamentale al decollo della globalizzazione finanziaria, quale sistema finalizzato a massimizzare l’accumulazione capitalistica a discapito dei lavoratori. Ed è a mio avviso proprio l’incapacità della sinistra italiana di percepirsi e farsi percepire come alternativa al sistema dominante, con l’assunzione delle responsabilità che ne conseguono, ciò che ne ha tarpato le possibilità di successo.

Come non riconoscere d’altronde che la criticità delle esperienze di governo locali o nazionali con la sinistra moderata, che hanno seminato disincanto e “antipolitica”,  sono riconducibili nei fatti alla scelta delle priorità da assumere nella stessa azione di governo: il mercato (“i mercati”) oppure i diritti e la democrazia? Opzioni evidentemente inconciliabili in un momento di crisi strutturale come quello attuale.

Un momento che richiederebbe, appunto, manovre e “riforme strutturali” diametralmente opposte a quelle, inique e recessive, praticate dai Governi italiano e greco, sostenuti guarda caso da maggioranze sostanzialmente omologhe. Misure urgenti, volte a colpire e sterilizzare la speculazione finanziaria, a ridistribuire le ricchezze e riequilibrare i redditi, a creare tanto lavoro qualificato con un forte  intervento pubblico nell’economia e nella filiera della conoscenza volto a riconvertire ecologicamente e a rilanciare il sistema produttivo di beni e servizi. 

Un momento in cui appare altresì assolutamente inverosimile ogni possibilità di mitigare la crisi in atto affiancando ai draconiani tagli imposti dal famigerato “fiscal compact” europeo qualche investimento, qualche liberalizzazione o qualche, pur condivisibile, misura di protezione sociale, come prospettato dalle varie componenti della socialdemocrazia europea.

Per tutto ciò appare quanto mai giusta e attuale la finalità che la Federazione della Sinistra si è data nel proprio documento congressuale all’atto della sua costituzione: quella di «costruire un polo autonomo della sinistra e non una componente del centrosinistra interna alla logica del bipolarismo». Questa pertanto è, oggi più che mai, la strada da battere senza esitazione. Come in Grecia, la sinistra italiana: la FdS, Sel, ALBA, organizzazioni della sinistra sindacale e formazioni politiche di opposizione al governo, debbono concorrere immediatamente e in forme nuove nel dar vita anche in Italia, insieme alla sinistra europea, ad una ampia aggregazione alternativa che alleandosi (come a Palermo e a Napoli) con l’Italia dei valori, metta in campo un programma di governo per ridare speranza e prospettiva al nostro Paese ed al nostro continente. 

Ma appare altrettanto evidente che, alla luce dell’esperienza e dell’attualità, il progetto stesso della Federazione della sinistra va reinterpretato in modo ancor più aperto, unitario ed innovativo.  L’esempio di Syriza, come quelli altrettanto fecondi, attuati dai comunisti e dalla sinistra in Europa, oltre ad essere importanti esempi di unità delle forze organizzate ci parlano di una grande capacità inclusiva, nel vivo delle pratiche sociali, di tante soggettività diffuse, individuali e collettive. Una costruzione capace di offrire uno spazio politico aperto, a partire da reali contenuti di trasformazione piuttosto che consumate pratiche politicistiche e autoreferenziali, alle tante espressioni di “democrazia insorgente”, movimenti,  associazioni,  “popolo dell’acqua”, comitati locali… che resistono sul territorio all’imbarbarimento sociale ed al “sacco” del Paese.  Il fine benefico di tale impostazione non deve essere, infatti, solo quello di mettere insieme forze e massa critica per rafforzare l’opposizione al liberismo, ma quello di mettere a frutto aspirazioni e competenze in materia di beni comuni, di uso del territorio, di energia, di mobilità, di agricoltura, di riconversione del sistema industriale verso l’utilità sociale anziché la cieca ricerca del profitto.

Tutto ciò per progettare e dare corpo dal basso a quella alternativa che ora, anche grazie alla Grecia e a Syriza, ci appare più praticabile e urgente.

*Portavoce Federazione della sinistra
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