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Unità è la parola chiave
Per la sinistra in Europa il punto è sempre lo stesso, purtroppo ormai da lungo tempo: rovesciare le politiche neoliberiste ed affermare le ragioni del lavoro e dei diritti affinché diventino forza maggioritaria e di governo.
In America Latina ciò è stato possibile. Perfino in Asia, enormi paesi hanno saputo resistere alla “fine della storia”, mettendo in campo processi alternativi e diversi dal pensiero unico dominante.

È in Europa che l’opera di distruzione delle destre continua imperterrita, nonostante i conclamati fallimenti del neoliberismo. L’intensificazione delle politiche tecno-liberiste imposte dalla troika sequestra la politica, cioè la possibilità di operare scelte fondate su grandi visioni della società alternative tra loro. L’Europa aveva visto l’affermazione del patto sociale di progresso che aveva prodotto l’originale modello basato sul welfare, alti livelli di diritti e garanzie del lavoro. Un patto di democrazia, poiché fondato sull’inclusione e sul protagonismo delle masse popolari, dei lavoratori, cui venivano date risposte e soluzioni concrete, anche per impedire che a darle fossero i partiti comunisti, allora fortissimi. Oggi tutto ciò non c’è più: non c’è più il campo socialista che tirava la storia da una parte; la lotta di classe c’è, ma la fanno i padroni; le sinistre – comuniste o socialdemocratiche – sconfitte da troppo tempo.

La sinistra in Europa non ha ancora trovato il suo Foro di San Paolo, luogo plurale di elaborazione e costruzione della nuova sinistra latinoamericana. Assistiamo, invece, a un’altalena di successi parziali di questo o quel partito nei vari paesi europei. Ieri la speranza era la Linke, poi il Front de Gauche, Izquierda Unida o i comunisti vittoriosi a Cipro. Tutti risultati figli della situazione storica del momento e delle specifiche dinamiche nazionali. Il risultato di Syriza è concepibile senza il baratro greco e le imponenti mobilitazioni sociali che vi sono state? La nascita della Linke è pensabile senza le particolarissime condizioni scaturite dall’unificazione tedesca? Troppo spesso alle avanzate seguono inesorabili battute d’arresto.

In Francia non ha vinto Melenchon, in Grecia non ha vinto Tsipras. Non siamo ancora all’inversione di tendenza. E l’Italia non è certo il paese che ha più possibilità né probabilità di vedere una vittoria delle sinistre d’alternativa. 

Il problema, dunque, è più profondo: non vi sono scorciatoie, non esistono modelli da replicare, né partiti o paesi guida. L’unità è sempre lo snodo del problema. Unità tra i partiti della sinistra di uno stesso paese ed unità internazionalista tra le sinistre di tutti i paesi europei. Dialogo e cooperazione tra tutti i moventi di progresso del mondo. Facile a dirsi, difficilissimo a realizzarsi. Seppur con toni, accenti e sfumature diverse, tutti i partiti comunisti e di sinistra sono contro questa Europa del tecno-liberismo. Tutti sono contro l’austerità, per la crescita e per l’avanzata dei diritti del lavoro. Eppure ciò non basta a realizzare processi unitari o a garantire successi duraturi.

In una fase di difficoltà estrema per le sinistre, come l’attuale in Europa, non possiamo pensare di farcela da soli. Ci siamo rassegnati a consegnare le socialdemocrazie al campo delle compatibilità mercatiste e monetariste del tecno-liberismo? Dobbiamo smettere di scavare nelle contraddizioni del socialismo europeo? È possibile un patto contro l’austerità e il massacro sociale, consegnando finalmente alla sovranità popolare i centri delle scelte europee, espungendo da essi la tecnocrazia e la dittatura dei mercati, rimettendo al centro il pubblico e i beni comuni?
Le sinistre hanno oggi questo compito, ma la loro ragione fondativa risiede nella radicale critica all’economia politica del capitalismo. In ciò sta il nostro cimento: rimettere in moto la storia, contro l’inevitabilità del mercato.

*Segretario nazionale PdCI
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