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Il mondo ha lasciato solo il Sudafrica. Intervista a Giampaolo Calchi Novati
Giampaolo Calchi Novati, docente di Storia e Istituzioni dei paesi afroasiatici presso l’Università di Pavia, è uno degli africanisti più autorevoli sia in Italia che nel più ampio scenario internazionale. I drammatici episodi che hanno visto protagonisti e vittime i minatori della miniera di platino di Marikana, sono diventati uno spunto importante per fare un bilancio di questi vent’anni di democrazia sudafricana, dove, a quanto pare, la questione sociale si è andata via via drammatizzando, riproponendo, come è accaduto con i minatori attaccati e uccisi dalla polizia, scenari tipici del regime dell’apartheid, in un contesto in cui evidentemente l’Anc, principale partito del paese ed emblema della lotta contro il vecchio regime razzista, ha preso una strada diversa da quella che ci si aspettava. 

Professore, per spiegare quello che è successo in Sudafrica e che in realtà succede da tempo, forse bisogna risalire alle origini. E cioè alle difficoltà incontrate all’inizio degli anni ‘90 nel costruire una democrazia veramente rispettosa dei diritti sociali della maggioranza nera in un contesto mondiale dominato dal thatcherismo e dal reaganismo. Che cosa ne pensa? 
La fine dell’apartheid in realtà è avvenuta in una fase storica che aveva aspetti contraddittori per quanto riguarda il successo del programma dell’Anc. Da una parte la fine del bipolarismo aveva in qualche modo sdrammatizzato il fatto che il Sudafrica uscisse da questo suo limbo occidentalistico in fondo all’Africa, perché i problemi strategici del controllo del sistema internazionale, delle vie di comunicazione e delle stesse ricchezze di cui il Sudafrica disponeva e dispone, non erano più così urgenti. Dall’altra parte un altro vantaggio poteva essere paradossalmente la fine del comunismo. Il partito di Mandela, scambiato, e in parte lo era, per un partito comunista - tanto è vero che c’era anche una doppia affiliazione per i militanti e per i dirigenti dell’Anc con il Partito comunista sudafricano - proprio perché quel mondo era finito non costituiva più una “minaccia”. Nello stesso tempo, nel momento in cui il Sudafrica arrivava all’indipendenza, l’ipotesi che un paese del Sud del mondo potesse contrastare nelle scelte il “mainstrem” dell’economia mondiale, quel mercato degli aiuti e dei crediti di cui qualsiasi paese in via di sviluppo ha bisogno ed ispirati alle ricette del cosiddetto “Washington consensus”, facevano sì che l’Anc dovesse fare i conti con la realtà. E in pochissimo tempo questo grande partito si presentò alle elezioni con un programma di ricostruzione che era sostanzialmente di carattere dirigista. Di lì ad un paio di anni elaborò un nuovo schema in cui comparve la mitica parola “growth”, crescita, messa davanti a tutto. E da lì in poi possiamo dire che è stata fatta una scelta anche realistica di adattarsi al trend generale. Nel caso specifico del Sudafrica, per non essere troppo generici, i problemi erano sostanzialmente due: evitare la fuga dei capitali investiti e possibilmente attirarne degli altri, ed evitare la fuga dei bianchi, che poteva essere un grosso pericolo per quello che riguardava la gestione dell’economia e dell’amministrazione del sistema. Bianchi che, teoricamente avevano perso il potere, ma conservavano una grande importanza a livello tecnico e gestionario. 

Intanto dentro l’Anc, in tutti questi anni, che cosa è successo? E i comunisti che ruolo continuano ad avere?
 
Il leader del Pcs fu assassinato alla vigilia delle elezioni del 1994. Sto parlando di Chris Hani, che era considerato forse l’erede naturale di Nelson Mandela, e che fu appunto ucciso in circostanze mai chiarite, con rimpalli di responsabilità di tutti i tipi, compresi quelli più perversi. Nelle elezioni di quell’anno in realtà l’Anc si presentò come alleato dei comunisti e del sindacato, alla cui testa c’era allora Matamela Cyril Ramaphosa, che aveva negoziato con il ministro Roelf Meyer del Partito nazionale di De Klerk tutto il processo di transizione. Quindi giocava un ruolo di grandissima importanza. Morto Chris Hani ed emarginato Ramaphosa, che si aspettava di essere scelto come vicepresidente al posto di Thabo Mbeki, l’andamento ha subito assunto un aspetto tecnocratico più che popolare o tanto meno populistico come forse ci si poteva aspettare o da qualche parte si poteva temere. Successivamente, dopo le due presidenze Mbeki i comunisti sono riapparsi a fianco di Zuma. Così che nelle elezioni del 2009, quando questo ottenne la maggioranza, ci fu di nuovo una specie di coalizione. Questo fatto fu un po’ utilizzato dai fuoriusciti dell’Anc per accusare il partito di una deriva populistico-rivoluzionaria 

Che ruolo ha giocato Mandela in tutto questo? 

Nelson Mandela ha avuto l’enorme capacità, quasi unica in un certo senso visto il suo limite, di riuscire a far passare una politica che possiamo considerare conservatrice ma che contribuì, grazie al prestigio del Presidente, a rafforzare l’orgoglio dei neri, che non avevano condizioni economiche migliori ma avevano vinto l’apartheid, ed erano usciti in un certo senso da una condizione di abiezione. E quindi tutto questo aiutava a mantenere accesa la fiamma della speranza. Mandela utilizzò peraltro alcuni strumenti di welfare importantissimi, come l’edilizia, come la distribuzione dell’acqua, delle case, come la fine della segregazione per quello che riguardava l’organizzazione del paesaggio, per cui i neri abietti hanno cominciato a vivere negli stessi quartieri dove una volta vivevano solo i bianchi. E in questo contesto fu anche molto importante il ruolo che giocò un altro grande leader comunista, marito di Ruth First, Joe Slovo, che fu quello che noi avremmo definito ministro dei lavori pubblici, fondamentalmente impegnato nella costruzione di questa rete di edilizia che prendeva il posto delle vecchie “locations” dove vivevano i neri nelle zone bianche. Tra parentesi, l’Anc in questo periodo dimostrò di essere sostanzialmente un partito a base urbana, poco congeniale ai problemi del mondo rurale. L’idea di questo suo programma era, come dicevamo, legata alla crescita. Raggiungendo l’obiettivo di superare il 5-6% del Pil all’anno si sarebbe riassorbita la disoccupazione rurale nei servizi e nell’industria. Sdrammatizzando il problema della terra. Ma questo non si è verificato perché il Sudafrica non ha mai raggiunto questo tasso, che è rimasto attorno ad un insufficiente 4%, così che quel problema alla fine non venne mai affrontato. E tutta la crisi dello Zimbabwe è stata vissuta in Sudafrica come una specie di prova generale di un fallimento che loro dovevano in tutti i modi evitare. Fu però anche una specie di monito su che cosa fare della terra dei bianchi. Un problema rimasto fino ad oggi irrisolto. 

Questa drammatica vicenda della miniera ha portato a galla la compromissione di esponenti importanti dell’Anc o del sindacato, come Ramaphosa appunto, con contesti non esattamente congeniali a gente che si è battuta per i diritti sociali e politici del proprio popolo. Una sorta di degenerazione che ha colpito persone che pure hanno giocato un ruolo importante nella lotta contro l’apartheid. Che cosa ne pensa?
 
In un certo qual modo, i politici delusi si sono dati semplicemente al business. C’è un famoso libro scritto, tra gli altri, da Frederik van Zyl Slabbert, un boero che aveva incontrato in Olanda, perché in Sudafrica era proibito, esponenti dell’Anc con i quali aveva avviato una collaborazione, che si chiama “Comrades in business”, letteralmente i compagni che si sono dati agli affari. E questo avvenne sfruttando anche quelle leggi che favorivano, e non soltanto i neri, tutti coloro che avevano subito durante l’apartheid ogni forma di discriminazione. Un vantaggio che si estendeva per esempio anche alle donne. C’erano insomma agevolazioni anche per quanto riguardava prestiti ed investimenti. E questo è valso sia per Ramaphosa che per Tokyo Seqwale, del quale si è parlato anche adesso come possibile successore di Zuma. Tutto questo non so fino a che punto può essere considerato un elemento di indebolimento di una spinta progressista o riformatrice all’interno dell’Anc. Zuma in realtà si è riproposto come un grande populista, e poi di nuovo si è trovato di fronte alla realtà. Io penso che ci siano delle condizioni che sia il Sudafrica, che, per esempio, i paesi protagonisti della primavera araba, debbono vincere e superare. Del resto basta guardare ai condizionamenti che subiamo anche noi in Europa. Certo, la vicenda della miniera ha colpito molto per questa somiglianza che inevitabilmente non poteva non essere evocata con la strage di Sharpeville che diede il via alle tante stragi del regime bianco contro i dimostranti neri. Quello che ci sembra di capire è che quella strage è stata come si dice, la punta dell’iceberg. E infatti le agitazioni sociali sono la regola in Sudafrica. Ci sono scioperi lunghi, anche nei servizi e nella pubblica amministrazione. E questa è un po’ la logica che aveva spinto Zuma a stabilire questa alleanza rinnovata con la sinistra e con i sindacati. Perché questo problema mette chiaramente non solo in difficoltà l’economia ma anche in imbarazzo il governo. Certo, tutto ci si poteva aspettare tranne che qualcuno desse l’ordine ai poliziotti di sparare sui dimostranti, che certamente in Sudafrica dovrebbe essere evitato in tutti i modi. Considero questo un incidente, di per sé molto deplorevole. Il problema vero in realtà è l’impossibilità che il governo ha di venire incontro a queste richieste. C’era stata fiducia nell’effetto trainante dei campionati del mondo di calcio. Effetti che però non si sono realizzati e si è verificato piuttosto una sorta di scenario greco postolimpiadi, con aggravi di spese che poi sono diventati difficili da recuperare. La realtà è che tutti i parametri sociali sono peggiorati, a partire dall’aspettativa di vita, dall’occupazione, e poi, come dicevo, c’è questo problema enorme della terra, forse più grave di quello che è successo nella miniera, perché non viene mai rivelato dalla stampa. Ci sono tanti fatti ed episodi che stanno fra la delinquenza comune e il tentativo di recuperare con la violenza la terra che colpiscono i farmer bianchi. Episodi che, sia pure nel sottofondo, danno l’impressione di una società che non aspetta una evoluzione politica e pacifica ma che vorrebbe accelerare le riforme. 

Un futuro difficile aspetta il Sudafrica, vero professore?
 
Il Sudafrica sicuramente ha cercato negli ultimi tempi di recuperare un po’ di margini di azione sul piano regionale ed internazionale. Da questo punto di vista la collocazione del Sudafrica nel Bric è stata un po’ una anomalia per il fatto che questo paese a differenza degli altri paesi Bric, non ha un’economia di rilevanza mondiale come hanno soprattutto la Cina e l’India. Però è molto importante a livello regionale, nel senso che l’economia africana è uno sbocco molto utile per il Sudafrica. Il quale ha compiuto questo passo un po’ azzardato di mettere una sua rappresentante, una donna appunto, alla testa dell’Unione Africana. C’era una specie di legge non scritta, per cui alla testa dell’Ua non ci sarebbe dovuto essere un esponente di un grande paese, sostanzialmente Sudafrica e Nigeria, Quest’ultima non è riuscita nell’intento proprio per la sua situazione critica. Anche se per molto tempo era riuscita a bloccare l’elezione di Nkosazana Dlamini-Zuma, c’è stato uno stallo durato mesi, e poi di colpo, a seguito degli incidenti religiosi che ci sono stati in Nigeria, quest’ultima non è più stata in grado di continuare con questa opposizione. Il Sudafrica così ha dimostrato di puntare a questa posizione di leadership anche politica dell’Ua non dico per accontentare l’opinione pubblica ma perché questa situazione potrebbe avere degli effetti positivi anche sull’economia. Però il problema di questo grande paese è la ricomposizione di una società fortemente divisa, al di là della fine dell’apartheid. E’ un programma tremendo. E secondo me una certa responsabilità ce l’abbiamo tutti, perché la cosiddetta mitica comunità internazionale, non ha dato l’impressione di voler favorire la riuscita dell’esperimento sudafricano, che in un certo senso andava in controtendenza rispetto alle logiche divisionistiche e conflittuali, E’ stato un po’ lasciato da solo, e questo lo ha fatto anche l’Africa sperando che il Sudafrica facesse da locomotiva. Adesso cerca effettivamente di fare la locomotiva, ma sono tempi lunghi e non credo la società sudafricana ne risentirà positivamente nell’immediato.
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