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Cronaca semiseria di una riforma mai nata
Dite la verità: ci avevate creduto. Tali e tante sono state le prese di posizione contro il famigerato Porcellum; tali e tante le rassicurazioni sulla volontà di cambiare la legge elettorale; tali e tanti gli annunci che «l’accordo è fatto», che tutti certamente avrete pensato: finalmente è la volta buona. Mancava solo il fatidico «ce lo chiede l’Europa» (questo almeno ce lo hanno risparmiato), ma già così suonava tutto molto credibile. Otto-nove mesi e decine di titoli di giornale dopo siamo al punto di partenza: se serviva ancora una prova della inconcludenza della nostra attuale classe politica, lo pseudo-dibattito sulla riforma del sistema di voto ne offre una che vale doppio. Sì perché, fatto un passo indietro di fronte alla crisi e lasciato il campo a Mario Monti, parlamento e partiti si erano almeno presi l’impegno di non stare con le mani in mano e di fare la loro parte cambiando la legge elettorale e facendo qualche riforma istituzionale. Macché.

In compenso ci hanno sommerso di chiacchiere, dicendo tutto e il contrario di tutto, in una commedia dell’assurdo di cui proprio non si sentiva il bisogno.
Il can can è iniziato più o meno a gennaio di quest’anno. L’11 Libero annuncia la «svolta azzurra: rottamiamo il Porcellum di Calderoli», ma già il 6 è «iniziata la trattativa sulla nuova legge» (La Stampa). Da Frattini a Bersani, da Violante a Fini è un coro: «Riformare la legge elettorale», fino all’intervento più autorevole, quello del presidente Napolitano che «sprona il parlamento. Tocca ai partiti fare le riforme» (Il Riformista, 13 gennaio). Il primo febbraio Stefano Ceccanti (Pd) assicura che «l’intesa tra i poli c’è» (Il Riformista), ma evidentemente non l’hanno detto al Cavaliere se il 6 febbraio, molti giornali segnalano che: «Berlusconi apre al Pd. “Già domani parte il primo incontro“». E vabbè, saranno distrazioni.

Comunque, l’incontro effettivamente si fa e l’8 sono tutti d’accordo: «Prove di intesa Pdl-Pd» (La Repubblica). Ma il 9 il clima è già cambiato: «Stallo sulla legge elettorale» (La Stampa): pare si sia messa di traverso la Lega, perché la nuova legge farebbe fuori i piccoli partiti: «Stop o addio alleanze» tuona il Senatur.

Manfrina, perché lontano da occhi indiscreti il lavorio continua e salgono le quotazioni di un sistema alla tedesca. Ma l’11 già «il Pdl frena sul modello proporzionale» (La Gazzetta del Mezzogiorno), mentre i democrat «si dividono» (Il Messaggero).

A questo punto il dibattito sulla legge elettorale si inabissa perché, è la nuova teoria, non si può fare la riforma del sistema di voto se prima non si riformano le istituzioni. Tanto sulle riforme c’è «l’accordo» (L’Unità, 18 febbraio); in pratica è cosa fatta.
Stra-fatta, verrebbe da dire. Infatti, non si cava un ragno dal buco: non c’è traccia né dell’una né delle altre. E già qualcuno azzarda: «La legge elettorale non si farà» (Italia Oggi, 22 febbraio).

Il 2 marzo Letta (Enrico) suona l’allarme: «Un suicidio politico se salta la riforma elettorale». Ma paletti e veti incrociati sia tra che dentro i partiti sul mezzo accordo attorno alla cosiddetta bozza Violante (il modello da tedesco è diventato tedesco-spagnolo) tengono tutto fermo, tanto che il 27 si convoca un «vertice per uscire dall’impasse» (La Repubblica). Casini tuona: «Il tempo sta per scadere». Ah sì? Allora pronti: «Nuova legge elettorale, c’è l’accordo» (il 28 marzo ci cascano tutti, e ci sono pure i particolari su collegi, premi e sbarramento). Dunque cosa fatta? Macché. Neanche 24 ore e «la nuova legge elettorale fa scoppiare i partiti» (Il Tempo, 29 marzo). Il presidente del Senato Schifani ha capito che si va per le lunghe: «Si lavori anche d’estate» (Corriere della sera, 30 marzo).
Insomma, la bozza già ribattezzata “ABC” è impallinata prima ancora di vedere la luce e siamo ad aprile. «La riforma costituzionale va, quella elettorale no» sostiene Avvenire (12 aprile): fosse vero sarebbe un successo (chi si ricorda del taglio al numero dei parlamentari?).

Il 14 aprile arriva l’ultimatum di Franceschini (Pd): «Riforme entro maggio o salta l’intesa». Sarebbe bello sapere quale intesa, ma intanto Pd e Pdl litigano sul premio di maggioranza: alla coalizione o al partito? Naturalmente è «impasse». «Bersani accelera su riforme e legge elettorale» (Il Messaggero, 22 aprile). Accelera? «Legge elettorale, slitta l’intesa» (Roma, 24 aprile). Uff.
«Berlusconi vede Pisanu: ora acceleriamo sulla riforma elettorale» (Il sole 24 Ore, 27 aprile). Ora? Beh, meglio tardi che mai. Il 29 aprile, lo spiraglio: «Intesa sul sistema spagnolo-tedesco» (Corriere della sera). Ci pensano le amministrative a buttare all’aria l’ennesima (finta?) intesa: «Si allarga il fronte del doppio turno» (Il Messaggero, 9 maggio); «Legge elettorale, torna il caos» (Corriere della sera, 10 maggio); il sistema tedesco, poi diventato tedesco-spagnolo, può andare in soffitta. E le riforme costituzionali? Boh.
Si allarma pure Napolitano che torna a lanciare il suo monito: «Legge elettorale ineludibile», avverte il 15, ma nessuno lo ascolta. Il 20 maggio ci sono «spiragli» sul doppio turno (Corriere della sera), ma il concomitante avvio dell’iter della legge anticorruzione ri-blocca tutto: «Riforma elettorale, dietro front» (Italia Oggi, 22 maggio). Il tira e molla prosegue: «Riprende la trattativa Pd-Pdl» (Il Foglio, 31 maggio): ci prendono per stanchezza. Il 14 aprile ci sono nuovi «spiragli di intesa» (La Repubblica): l’avete già sentita? Pure noi. Tant’è. «Bersani vede Alfano, accordo vicino, spunta il provincellum» (La Repubblica, 29 giugno). Magari: «La legge elettorale resta in alto mare» (Italia Oggi, 30 giugno): come volevasi dimostrare. Il 3 luglio la situazione precipita: «Partiti più divisi scontro sul premio di maggioranza» (Avvenire), ma il 4 «ritorna il proporzionale» (La Repubblica), quello che era andato in soffitta dopo le amministrative: poche idee e ben confuse. Il 5: «Riforma elettorale in alto mare» (Italia Oggi): ma va? L’8 il Pd fa la sua mossa: «Subito l’intesa o avanti da soli» (Corriere della sera), mentre torna in campo Napolitano: «Subito la legge elettorale» (La Stampa, 10 luglio), anche a maggioranza.

Il solleone forse dà alla testa ed ecco che «i partiti mettono il turbo sulla legge elettorale (Il Giornale, 11 luglio), ma per il Corriere della sera è «stallo». «Manca l’intesa, la trattativa slitta ad ottobre» (La Repubblica, 13 luglio). Il nodo del contendere sono ancora le preferenze (o i collegi?) e il premio di maggioranza (al partito o alla coalizione?). Poi arriva il macigno del presidenzialismo, approvato a colpi di maggioranza in Senato (24 luglio) dalla rediviva alleanza Pdl-Lega: bye bye.
Luglio passa via così e figuriamoci agosto: legge elettorale non ti conosco. Per carità, si dialoga e si litiga, ma intanto il Porcellum si allunga la vita. Si leggono cose come: «Spiraglio sulla legge elettorale ma se ne riparlerà a settembre» (Libero, 2 agosto): ma chi ci crede più?

E infatti eccoci a settembre: nessuna traccia di una riforma. La strada è segnata: non ci sarà l’accordo, si va in Aula e si vota a maggioranza. C’è già l’accordo Udc-Pdl-Lega in Senato che fa arrabbiare il Pd, anche se Bersani aveva minacciato di fare lo stesso. La telenovela continua.
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