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Il Grande Accordo ha fatto flop
Era il 12 gennaio quando il presidente Napolitano faceva il suo primo appello a riformare la legge elettorale: da allora molto fumo (negli occhi) e niente arrosto.
L’unica cosa certa, oggi, a parte il fatto che di riforma non ce n’è neanche l’ombra, è che il Grande Accordo – quello tra i partiti che sostengono il governo Monti, per capirci – per mandare in pensione l’odiato (ma da chi?) Porcellum non si farà. In otto mesi, i signori del palazzo – pur avendo tirato fuori dal cappello il tedesco, lo spagnolo-tedesco, l’ungherese, il francese, il Porcellum corretto con le preferenze, il Provincellum, il Mattarellum, per poi tornare di nuovo al tedesco – non sono stati capaci di mettersi d’accordo su una regola basilare della democrazia. E’ il prezzo pagato per volersi fare una legge a propria immagine e somiglianza, che ovviamente non troverà mai il consenso degli avversari.
Fosse dipeso da loro, AB e C sarebbero andati avanti così all’infinito; purtroppo, tra una manciata di mesi alle urne bisognerà andarci e queste, ormai tutti l’hanno capito, non saranno elezioni come le altre. L’Europa, come ci viene detto ogni tre per due, ci guarda; i mercati pure; lo spread s’è calmato, ma per quanto? Dunque non c’è più tempo da perdere: la parola passi al parlamento.
In sé sarebbe anche una buona notizia, se non fosse che troppe cose non tornano. Preso atto che nel cosiddetto comitato ristretto (quello nel quale è stata portata avanti la trattativa fino ad oggi) non si è cavato un ragno dal buco, il suo presidente Carlo Vizzini (Pdl) ne ha certificato la morte ufficiale recandosi dal presidente del Senato. Il quale avvierà un giro di consultazioni con i partiti in vista della conferenza dei capigruppo di martedì prossimo che darà il via all’iter parlamentare della riforma: la commissione Affari costituzionali, competente per materia, avrebbe tre settimane di tempo per mettere a punto un testo da portare in Aula al Senato. Poi toccherebbe alla Camera.
Più facile a dirsi che a farsi, considerato che in parlamento giacciono ben 41 diverse proposte. E soprattutto considerato che nei due rami del parlamento i rapporti di forza non sono omogenei e dunque il rischio che non si faccia in tempo è molto concreto.
Per non dire che non è perfettamente sicuro quello che bolle in pentola. E che le vere intenzioni dei singoli partiti non sono chiare. Chiare, queste sì, sono invece le convenienze. Il Pd, per esempio, sostiene che «la sera delle elezioni il paese deve sapere chi sarà a governare»; ovvio, altrimenti le primarie che le fa a fare se poi chi le vince non è sicuro di fare il premier? Dunque il partito di Bersani punta ad un sistema elettorale più bipolarista, con un premio di maggioranza abbastanza alto (meglio se alla coalizione). In questo modo Bersani pensa di scansare l’incubo di un governo Monti-bis. Insomma, tutto sommato il Porcellum sarebbe proprio la legge che fa al caso del Pd ed è proprio questo che, da destra (e anche dall’Udc) viene rinfacciato ai democrat: di star alzando l’asticella perché tutto rimanga com’è (il che è già abbastanza surreale: quelli che il Porcellum lo hanno voluto e votato ora rinfacciano agli altri di non volerlo cambiare...).
Ma non è che dall’altra parte ci sia una sincera volontà di abolire l’attuale legge; anche lì prevale semplicemente l’interesse di bottega. Se, come dichiara ogni giorno, «dopo Monti c’è solo Monti», cosa c’è di meglio per Casini di un sistema che non predetermini i risultati ma lasci aperta la possibilità di un governo di larghe intese (qualora dalle urne non uscisse una maggioranza politica certa) che sostenga un governo in continuità con quello del professore?
Per la cronaca, l’Udc è sempre stato a favore di un sistema elettorale simile a quello tedesco, ben prima che arrivasse Monti. Ma è adesso che il fine giustifica i mezzi, al punto che l’Udc è disposto a “convergere” sull’odiato Pdl per arrivare allo scopo, anche al punto di rompere l’asse con il Pd che sembrava ormai cosa fatta.
D’altra parte è lo stesso Pdl a fornire l’occasione d’oro. Sondaggi alla mano, il Porcellum darebbe la vittoria quasi certamente ad una coalizione di centrosinistra; mentre un sistema proporzionale permetterebbe a Berlusconi di non essere tagliato fuori. Con un premio di maggioranza al primo partito sufficientemente basso da non dare una vittoria assoluta (che è la posizione del partito del Cavaliere), sarebbe sempre possibile rientrare in gioco, Anzi, dopo la frase di Monti sullo statuto dei lavoratori (applaudita fino a scorticarsi le mani dagli esponenti Pdl) è apparso ancora più chiaro che una convergenza politica tra Udc, Pdl e Monti è quanto mai realistica.
«Le aule parlamentari sono gli unici luoghi deputati a fare le leggi. Si mettano le carte sul tavolo e ognuno si assuma la sua responsabilità perché i cittadini devono sapere chi non ha voluto fare la legge elettorale - ha sostenuto venerdì il presidente della Camera, Gianfranco Fini - Bisogna poter scegliere in modo diverso rispetto al passato e non seguendo una logica bipolare». Con il che si capisce che l’obiettivo è appunto quello di votare a maggioranza una legge proporzionale (o pseudo tale, come spiegano qui Raul Mordenti e Gaetano Azzariti), facendo anche leva sul fatto che, nel segreto del voto, anche la parte dei democrat più filo-montiana potrebbe optare per un “voto di coscienza”. Già si vede il caos; già si sentono le accuse reciproche di aver approvato una legge “contro”.
Stando così le cose, che dal parlamento esca fuori un super-Porcellum è più di un rischio.
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