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IL COMMENTO. I guasti della controriforma veltronian-rutelliana
La corruzione, non vi è dubbio, incide in profondità perfino nei processi di accumulazione. Non è patologia; è, purtroppo, fisiologia. Gramsci parlò di "sovversivismo" dei ceti dominanti. Essa è stata elemento costitutivo del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Oggi, dentro la crisi della globalizzazione liberista, è parte integrante del passaggio dalla Seconda alla possibile Terza Repubblica.

Il governo, a nome dei poteri dominanti, che sognano una ademocrazia senza sindacati e partiti, interviene su due piani, entrambi repressivi: innanzitutto abbattendo diritti e prestazioni universali dello Stato sociale; in secondo luogo, riducendo la democrazia (vengon ridotti consiglieri, non assessori, prebende, consulenze, ecc.).Vi è un effetto paradossale: gli insopportabili scandali e ruberie diventano veicolo forte e demagogico verso la formazione di una oligarchia tecnocratica. Elezioni, Parlamento, la sovranità popolare sono un impaccio (l'autocandidatura di Monti a nome dei poteri finanziari è un segnale preciso in questa direzione).

Tra i gravi errori del centrosinistra (bipolarismo, maggioritario, elezione di sindaci/podestà e di presidenti di regione/governatori) forse il più grave è stato quello della frettolosa e sgangherata riforma del titolo V della Costituzione. La vollero sopratutto Rutelli e Veltroni per inseguire, ottusamente, il federalismo liberista della Lega. Rifondazione Comunista, anche a nome di un ampio impegno del costituzionalismo democratico, fu nettamente all'opposizione. Dicemmo, nella dichiarazione di voto: «È una riforma sbagliata, che peserà come un macigno non solo per i suoi contenuti contrari ai diritti universali, ma anche perché essa è un monumento di insipienza giuridica che abbatte ogni forma di controllo contabile sulle risorse pubbliche erogate. Proponiamo, in alternativa, il modello dello Stato federale tedesco che è normativamente sovraordinato e ai Laender spettano compiti applicativi di leggi quadro regionali. Un decentramento forte che non prevede poteri sostitutivi dello Stato che mantiene l'esercizio delle garanzie unilaterali ed universali».

Le "porcate" emerse in tante regioni dimostrano quanto avessimo ragione. Nella cosiddetta riforma del titolo V, infatti, furono smantellate tutte le strutture di controllo, in nome di un malinteso concetto di autonomia. Sono, insomma, cresciute per legge funzioni, potestà, risorse delle regioni e, in base alla legge stessa, sono spariti i controlli.

L'errore di fondo sta nel nuovo art.114 che sostituisce la dizione originaria della Costituzione «la Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni» con la nuova «la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato». Con la prima formula, dice Rescigno, lo Stato non è una parte della Repubblica, ma rappresenta la Repubblica come ente unitario. Con la seconda formula la Repubblica è un mero nome riassuntivo a cui non corrisponde alcun soggetto, perché la Repubblica è data dalla sommatoria dei Comuni, delle Province, delle Città metropolitane, delle Regioni e, si badi bene, dello Stato. «Il popolo italiano - scrive Rescigno con la sua autorevolezza scientifica - non ha più uno strumento specifico di direzione unitaria, a cui affidare la responsabilità delle trasformazioni sociali, di cui parla l'art.3, secondo comma della Costituzione».

Occorre, quindi, ora riformare la controriforma rutelliana del Titolo V, nella direzione che avevamo dal principio indicato. Da subito, poi, occorre rifondare i controlli da parte della Corte dei Conti; quando vi è un uso distorto di pubbliche risorse vi è un danno erariale. Essere sottoposti a rigido controllo di un organo indipendente per un ente che gode di pubblico denaro è obbligo giuridico e politico(oltre che morale). Ha ragione il presidente della Corte dei Conti che, ieri, metteva l'accento su una seconda grave anomalia: «Il pensiero va all'uso frequente che si fa dei moduli societari, ovvero società pubbliche che utilizzano strumenti privatistici, creati a garanzia del rischio di impresa, per cui non adatti al settore pubblico». Anche qui: quanti errori sono stati fatti dall'ossessione liberista e privatizzatrice di gran parte del centrosinistra... Saremo puntuali nella denunzia e nella proposta.

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