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Lo scandalo nel Lazio? Colpa di un brutto federalismo. Intervista al costituzionalista Gaetano Azzariti
Classe 1956, Gaetano Azzariti è docente di Diritto costituzionale presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma La Sapienza. Esperto anche di Diritto regionale, è uno degli intellettuali più adatti a commentare non solo i gravi scandali che hanno sconvolto la regione Lazio, ma anche a spiegare come mai, in questi ultimi venti anni, le regioni siano diventate delle realtà in grado di gestire autonomamente, e ognuna con delle modalità diverse, quantità di denaro impressionante senza alcun controllo esterno.

Professor Azzariti, lo scandalo che ha portato alle dimissioni della Polverini, della sua giunta e di tutto il consiglio regionale del Lazio ha fatto emergere con grande forza l’anomalia del regionalismo italiano. Ha stupito il fatto che le regioni potessero disporre di una quantità di denaro impressionante e che lo potessero gestire in piena autonomia. Come pure ha sorpreso che ognuna delle 20 regioni italiane pagasse con stipendi anche molto diversi i propri presidenti o i propri consiglieri. Ma come si è potuto arrivare a questo punto? E che legame c’è tra il contagio federalista che ha colpito tutti, basti ricordare la modifica del titolo V della Costituzione ad opere del governo Amato, e quello che è avvenuto?
Io farei innanzitutto una distinzione. La prima è legata alla crisi e alla degenerazione del sistema politico. E l’altra relativa alle disfunzioni dei sistemi istituzionali e alle disposizioni costituzionali. Riguardo il primo profilo voglio dire che la nostra Costituzione, fin dal ’47 quando è stata formulata, quindi ben prima del 2001 quando è stato modificato il titolo V, ha posto tra i suoi principi fondamentali quello della autonomia, realizzando così uno Stato non centralizzato ma appunto fornendo proprie garanzie alle autonomie territoriali e alle regioni in particolare. E questo ha un valore sacrosanto, caratterizzante il nostro ordinamento costituzionale che credo debba essere inteso positivamente. Sempre la nostra Costituzione ha affermato un altro principio che adesso emerge in modo perverso: cioè quello dell’autonomia degli organi politici, degli organi rappresentativi, della rappresentanza popolare. In questo caso, facendo le dovute e necessarie distinzioni, tanto il Parlamento, cioè Camera e Senato e dunque la rappresentanza politica nazionale, quanto le regioni, è cioè la rappresentanza politica locale, godono appunto di una giusta autonomia. Perché dicevo all’inizio che questo sistema costituzionale deve fare i conti con la crisi e le perversioni del sistema politico? Perché purtroppo questa crisi tende a stravolgere questi equilibri e questi principi costituzionalmente sanciti.

E nel Lazio questa dinamica è stata eclatante…
In questo caso è stata utilizzata la corretta possibilità da parte delle regioni e dei consigli regionali in particolare, di operare autonomamente rispetto allo Stato centrale, per, dicendolo con una battuta, organizzare quei baccanali di cui abbiamo letto sui giornali. E’ evidente che c’è una discrepanza insopportabile tra il principio fondamentale dell’autonomia scritto in Costituzione e l’utilizzazione fatta di questo principio per interessi privati. La prima cosa che vorrei dire è che appunto la strumentalizzazione dei principi costituzionali ad uso privato certamente è qualche cosa che offende il sistema costituzionale stesso. Questo per quanto riguarda il primo profilo, la crisi del sistema politico appunto. Poi ce n’è un altro, cui anche lei accennava, da sottoporre a valutazione.

Che riporta alla modifica del titolo V…
Certamente, una modifica attuata nel 2001 sotto la forte pressione della Lega. Questo ha fatto sì che la scrittura del titolo V, realizzata sulla base di una idea che può anche essere condivisa di maggiore autonomia costituzionale, sia stata scritta in maniera pasticciata. E certamente l’intero titolo V, e lo dicono anche i loro autori, è stato fatto in modo irriflessivo, pensando poco alle conseguenze, e con tanti di quei difetti che tutti ora vorrebbero modificarlo. Pensi soltanto all’assenza, per esempio, del Senato delle regioni, che doveva essere la prima misura istituzionale se si voleva sanamente ampliare la sfera di autonomia degli enti territoriali. E dunque la crisi del sistema politico, la maggiore fragilità, perché il titolo V è confuso, nella definizione del principio dell’autonomia, hanno prodotto ruoli nelle autonomia regionali, confusi ed incerti appunto. Per dirla con una battuta, visto che le regioni non sanno più bene che compiti istituzionali devono svolgere e qual è il grado della loro autonomia, non sapendo che cosa fare organizzano i festini. Se fossero più caratterizzati politicamente, ci potrebbe essere un maggiore controllo politico. Invece i consigli regionali, proprio con la riforma del titolo V, sono stati svuotati di competenze.

Ovvero?
Il centro dei poteri politici delle regioni è passato appunto dai consigli alle giunte e ai presidenti delle regioni in particolare. E allora, ancora una volta, i consigli regionali non sanno più che cosa devono fare, che cosa siano. Il controllo della giunta è ancora più difficile di prima, fanno leggi regionali in modo molto più asservito all’indirizzo della giunta e del presidente della giunta stessa rispetto al passato. Questo è il contesto all’interno del quale poi si inseriscono le follie che abbiamo visto. E una delle follie è quella che oggi viene denunciata, ovvero questi contributi senza fondo e senza fine che vengono dati all’attività dei gruppi consiliari che non fanno null’altro che stampa e propaganda.

Come dire che questi organismi, esautorati di ogni potere, compensano questa mancanza con finanziamenti a pioggia. E con il consenso della giunta, anche se su questo punto le chiedo di fare chiarezza…
E’ chiaro che l’autonomia dei consigli regionali comporta che sia l’ufficio di presidenza del consiglio regionale stesso a deliberare in merito al proprio bilancio. Ed è altresì noto che queste delibere sono a conoscenza della giunta. Lo ha anche ammesso la Polverini che, come riportano i giornali, avrebbe scritto una o più lettere di “vibrata protesta” nei confronti del Presidente del consiglio regionale, per l’utilizzazione di questi fondi, che sono stati decisi, lo dico ancora una volta, autonomamente ma a conoscenza della Giunta. Per ammissione della stessa Polverini, perché se protesta vuol dire che conosce. Ci sono insomma atti di trasmissione per conoscenza e tutto si può dire tranne che la governatrice del Lazio non sapesse. Può dire “io sapevo e non ho denunciato”, come in effetti mi sembra sia stato fatto. Perché ha lasciato fare? Perché non aveva poteri di interdizione, certamente. Se lei sostenesse che non poteva definire il bilancio del Consiglio regionale le do ragione. Ma se sostiene che non conosceva questo, ripeto, non è vero. Mi faccia aggiungere, ad onor del vero, ed è ben noto alle cronache di questi giorni, che ahimè, nell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale siedono tutti i gruppi parlamentari.

Insomma, tutti responsabili, vero professore?
Purtroppo sì, e questo purtroppo lo dico con sofferenza perché vivo con difficoltà questa ondata di populismo contro tutti i partiti. Devo constatare che c’è stato in particolare nel Lazio, ma probabilmente in molte altre regioni, un rivivere del vecchio consociativismo in forme evidentemente ben più perverse rispetto a quelle tanto criticate del passato.

Questa grande quantità di denaro sperperata contrasta con i tagli ai servizi sociali. Che cosa ne pensa?
Il dato che viene riproposto anche nella cronaca di questi giorni riguarda il fatto che a fronte di un incremento rilevantissimo dei finanziamenti ai soggetti politici - leggo 21 milioni distribuiti ai partiti, 12 come contributo ai consiglieri regionali, 9 come rimborsi elettorali previsti dalla nota legge – abbiamo nel Lazio una situazione di recessione e regressione nei confronti dei servizi sociali. Venti ospedali sono stati chiusi, sono stati cancellati molti posti-letto, chi dice 1500, chi addirittura 2800, sono stati richiesti dei contributi ai disabili come mai era successo in passato. Abbiamo insomma una situazione che dovrebbe far urlare una classe politica che, pur in uno stato di necessità e di crisi economica, deve provvedere nei riguardi di certi problemi. Credo sia inammissibile che nel nostro ordinamento costituzionale che tutela il diritto alla salute come diritto inviolabile dell’uomo, ai disabili vengano sottratti gli elementi di supporto per la loro sopravvivenza. Possono sempre dire che si tratta di misure economiche diverse, perché da un lato si parla di milioni e dall’altro di miliardi, ma francamente è irritante quando, come risultato politico positivo della giunta laziale, viene reso noto l’abbattimento dei costi dei servizi sanitari. Credo che una classe politica rispettosa dei principi costituzionali dovrebbe interrogarsi almeno sul modo di ridurre le spese sanitarie, garantendo appunto i diritti ai disabili e riducendo le ricchezza del sistema politico. Vorrei aggiungere un’altra cosa. Si dice che con questi atteggiamenti che coinvolgono il sistema politico nel suo complesso si favorisce il populismo. Io rivendicherei invece un sussulto di dignità della classe politica e una capacità anche di distinzione all’interno della stessa. Aspetto con ansia e spero di vederlo un giorno all’orizzonte scendere in politica, anche se non mi piace questa espressione, qualche soggetto che indichi la primazia della politica nel diritto costituzionale e quindi nella salvaguardia dei diritti anche in una fase di crisi economica.

Professore, è evidente che l’Italia non può permettersi più una classe politica di questo tipo. Ma per evitare, diciamo così, tentazioni, un futuro governo non potrà non rivedere questa deriva federalistica così confusa alla quale siamo arrivati. Qual è la sua opinione?
Bisognerebbe finalmente fare lo Stato delle autonomie in Italia. Cioè in qualche modo riscoprire il valore di uno Stato che non è uno Stato accentrato, perché pensare di poter tornare allo Stato napoleonico non è nel corso della storia. Oggi viviamo un’epoca in cui dobbiamo fare i conti con due fenomeni paralleli: da un lato la globalizzazione, che porta allo spoliamento della sovranità nazionale o alla riduzione dei poteri dello Stato centrale. Dall’altro anche una localizzazione e quindi un parallelo appunto, con uno svalutamento e una riduzione dei poteri centrali da parte dei poteri locali. Bisogna razionalizzare tutto ciò. Le faccio un ultimo esempio, quello sintomatico delle province: noi abbiamo una frammentazione delle autonomie eccessiva che crea confusione. Il titolo V ha introdotto, con l’intento di semplificare, una ulteriore figura, le cosiddette “città metropolitane”. Che non sono mai sorte, che dovrebbero sorgere, non si sa. Dunque da un lato si creano queste nuove istituzioni, dall’altro lato ci sono queste province che non si sa bene che cosa debbono fare, che vengono svuotate senza neppure modificare la Costituzione e che costituiscono ovviamente un altro problema costituzionale. Con le regioni che hanno i loro guai di cui abbiamo detto, anche quelli di collocazione costituzionale. C’è dunque assolutamente bisogno di un ripensamento del modo con cui si è fin qui parlato di federalismo e di passare dalle parole ai fatti. Dagli slogan alle idee concrete definendo una volta per tutte che cosa voglia dire uno Stato moderno delle autonomie in Italia.
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