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Quel pasticciaccio brutto del Titolo V
«Un appuntamento a suo modo storico, si tratta di un passo decisivo per avvicinare le istituzioni ai cittadini per davvero e non con le chiacchiere». «Questa riforma accorcia le distanze tra cittadini e istituzioni», sarà «una democrazia più “a portata di mano“». Queste parole profetiche furono pronunciate da Francesco Rutelli e Walter Veltroni (all’epoca leader dell’Ulivo l’uno, sindaco di Roma l’altro) alla vigilia del referendum confermativo della riforma costituzionale voluta, in zona cesarini e in tutta fretta, dall’allora centrosinistra al governo.

Si tratta della famigerata modifica del Titolo V della Costituzione, che ampliava a dismisura poteri e autonomia delle regioni, approvata a maggioranza sul finire della legislatura Amato nel marzo 2001, tra scrosci di applausi tra i banchi della maggioranza. Era la risposta, orgogliosa e rivendicata, al federalismo della Lega in ascesa, ma soprattutto il tentativo (maldestro) di agguantare i voti del Nord in vista dell’imminente rinnovo del parlamento. «Quando si voterà il referendum prenderanno un colpo dal quale non si riprenderanno più», assicurava Gavino Angius (presidente dei senatori Ds) commentando le repliche stizzite dei leader del centrodestra che minacciavano sfracelli; «L’idea che la destra si predisponga a fare una battaglia per l’abrogazione di queste norme è il più grande regalo che potesse essere fatto a noi dell’Ulivo», gli faceva eco Rutelli.
In effetti, il referendum passò (ottobre 2001), ma nel frattempo il centrosinistra aveva perso le elezioni, vinte, manco a dirlo, da Berlusconi: altro che regalo. Il paradosso (che la dice lunga su come vanno le cose in Italia) è che il successo dei sì (64,2%) si verificò contro il volere di Berlusconi e Bossi (che era diventato ministro per le Riforme), ma sulla base di un’affluenza imbarazzante (appena il 34%). Colpa, certo, del concomitante attacco degli Usa all’Afghanistan in risposta alle stragi dell’11 settembre (l’opinione pubblica era, per dir così, distratta), ma anche di una campagna elettorale stanca, che si svolse in tono minore, senza dibattiti sui contenuti, senza finestre informative: perse le elezioni, il federalismo non aveva più tanto appeal per l’Ulivo e compagni. Insomma, un’importante riforma costituzionale passava in sordina e nell’indifferenza generale. D’altra parte è così che si finisce, se si pensa di fare delle riforme non perché sono davvero utili e/o necessarie ma perché si ritiene di poterne ricavare qualche vantaggio politico immediato (che poi è quello che è avvenuto e sta tuttora avvenendo con la legge elettorale). E, ovviamente, i cocci sono nostri.
La riforma, infatti, ha camminato senza mantenere nemmeno una delle sue promesse: doveva avvicinare le istituzioni ai cittadini; doveva migliorare i servizi; doveva rendere la macchina amministrativa più efficiente; doveva ridurre gli sprechi e portare risparmi. E’ accaduto l’esatto contrario. Così oggi, l’ampio e discrezionale potere concesso alle Regioni, brodo di coltura degli scandali come quello del Lazio, non solo ha contribuito in modo determinante ad approfondire il solco che ormai separa la politica dalla società, ma ha fatto lievitare la spesa pubblica, senza portare alcun beneficio alle persone: mentre nel Lazio aumentavano le spese per il funzionamento della Regione, venivano tagliati 2.800 posti letto negli ospedali.
Cifre alla mano, è stato un imbroglio. La spesa regionale per vitalizi, indennità, rimborsi ecc. in dieci anni è raddoppiata, per la precisione è cresciuta del 98%. Nel 1999 la macchina regionale costava complessivamente 452,6 milioni di euro; nel 2010 896,7. Anche la spesa per il funzionamento tout court delle regioni è aumentata (più 23% dal 2002), complice il moltiplicarsi di strutture, apparati, personale. E siccome con la riforma è stata data alle regioni anche autonomia fiscale, indovinate un po’ dove sono andati a prendere i soldi in più che gli servivano? Esatto: dal 2001 ad oggi, le tasse regionali (Irap e Irpef) sono aumentate del 38% (nel 2012 dovrebbero sfiorare il 50%), senza che, naturalmente, diminuisse il peso del fisco statale. Per non dire del caos amministrativo e del proliferare dei conflitti di competenza - provocato dalla duplicazione e dalla sovrapposizione di funzioni tra stato e regioni (messi sullo stesso piano, senza che l’uno possa svolgere un benché minimo ruolo di controllo e indirizzo sulle seconde) - che intasano tribunali e paralizzano le decisioni.
Un pasticcio. Tanto da rendere impossibile oggi al governo Monti di mettere mano alla situazione se non con un disegno di legge costituzionale (figurarsi), mentre le regioni corrono ai ripari proponendo un’«autoriforma» (per altro promesse già fatte e mai attuate): taglio di un terzo del numero di consiglieri; penalizzazioni, fino al blocco dei trasferimenti, per chi non si adegua; trasparenza sui costi per il funzionamento di giunte e consigli, attivando forme di controllo della Corte dei Conti (che oggi può intervenire solo a “cose fatte”). Il governo, in più, propone (è il massimo che può fare, sennò arriva subito il governatore di turno che fa ricorso alla Consulta, vince e blocca tutto) di uniformare il numero dei consiglieri (oggi ogni regione fa di testa sua) sulla base del numero di residenti: 20 consiglieri fino ad un milione di abitanti; 30 fino a due milioni ecc.
Una pezza. Chiudono la stalla quando i buoi sono già scappati. Perché il difetto è nel manico, in una riforma costituzionale i cui esiti disastrosi erano ben chiari fin dall’inizio per chi volesse vederli. «Una riforma sbagliata - disse al Senato Russo Spena motivando il no di Rifondazione comunista - che peserà come un macigno, perché attiene alla struttura stessa dello Stato, alla dislocazione dei poteri costituzionali e perché nello stesso tempo incide sul lavoro, sulla fruizione dei servizi, sulla vita quotidiana delle cittadine e dei cittadini» (oggi è più facile andare a farsi curare all’estero che in un’altra regione!); una riforma, infine, «usata come grimaldello per affossare e distruggere ciò che resta dello stato sociale in questo paese», per dirla con Maria Celeste Nardini, nel 2001 deputata del Prc. E’ andata esattamente così.
Undici anni dopo, il leader del Pd, Bersani, azzarda un’autocritica: «Per inseguire il secessionismo della Lega», «abbiamo imbastito un’organizzazione dello stato e un livello di autonomia delle regioni che non ha contrappesi né razionalità. Bisogna rivedere assolutamente il Titolo V della Costituzione». No, grazie: avete già dato.

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